pratica deliberata
La pratica deliberata è tutto - Metodo 48

Herbert Simon, premio Nobel, padre dell’intelligenza artificiale e pioniere del problem-solving, scienziato, economista, psicologo, sostiene che non si possono ottenere risultati eccellenti in qualsiasi ambito se non dopo dieci anni almeno di costante applicazione.
Uno dice… e Mozart, per esempio? Già: ma Mozart, il cui talento è indiscutibilmente precoce, e che compone lavori pregevoli da ragazzetto, comincia a suonare il clavicembalo a tre anni. E negli anni successivi viene sottoposto dal padre a un training più che intensivo di studio e concerti. Ha un dono rarissimo, ma vi sfido a dire che – perfino lui – non studia e non si esercita per svilupparlo.

Si chiama pratica deliberata (deliberate practice) il complesso di studio ed esercizio che mettiamo in atto per far maturare un talento. Le ricerche più recenti dimostrano che performance eccellenti sono il prodotto di anni di pratica deliberata e di allenamento, non di un qualsiasi talento o capacità innata, arrivano a scrivere Ericsson, Prietula e Cokley in The Making of an Expert, un citatissimo e assai interessante articolo uscito sulla Harvard Business Review.
Io direi piuttosto che “nessun talento si traduce in performance eccellente senza allenamento intensivo”, ma anche la posizione estrema di Ericsson e soci ha più di una giustificazione e si basa su molte evidenze. Provo a raccontarvi in breve alcuni punti salienti ma vi invito a investire comunque una manciata di minuti nella lettura del testo originale.

Comunemente si ritiene che le donne siano poco portate per gli scacchi: ci sono solo  undici donne tra i 950 Gran Maestri di scacchi nel mondo. Eppure la pratica deliberata trasforma tre sorelle ungheresi in scacchiste di fama mondiale, e la più giovane di queste nella migliore scacchista di sempre e nel più giovane Gran Maestro (batte di un mese il record di Bobby Fisher). Psychology Today racconta l’intera storia.
Judit Polgar ha una faccia simpatica, e perfino una pagina Facebook.

Dalla musica alle arti, alla matematica, alla neurologia, sembra che i fatti più rilevanti in termini di successo (ancor più rilevanti del quoziente d’intelligenza) siano la pratica intensiva, l’aver studiato con buoni maestri ed essere stati sostenuti con entusiasmo dalle famiglie. La quantità e la qualità della pratica restano comunque cruciali. Questo significa che gli esperti si costruiscono, non vengono fuori all’improvviso. Insomma, nessuno nasce imparato, e non ci sono scorciatoie.

Come si riconosce la vera expertise? Questi gli indicatori: performance nettamente superiori  a quelle dei pari. Risultati concreti, replicabili e misurabili. Tutto il resto è fuffa. Certo: alcune performance (per esempio, quelle sportive) sono più facilmente misurabili di altre (per esempio quelle riguardanti la leadership o il talento nello scrivere), ma qualche buono strumento di valutazione c’è comunque.
Una cosa importante da sottolineare: pratica deliberata non vuol dire semplicemente esercitarsi. Vuol dire esercitarsi focalizzandosi su quanto ancora non si sa fare. È una faccenda molto più faticosa: l’obiettivo è fare ancora meglio ciò che si sa fare bene, estendendo contemporaneamente l’ambito delle proprie capacità a quanto ancora non si sa fare. E tutto può essere oggetto di esercizio, perfino il carisma personale: Winston Churchill, che pure era un capo carismatico, esercitava la propria arte oratoria di fronte allo specchio. L’altra cosa da sottolineare è che far pratica in questo modo chiede dosi alte di concentrazione: si tratta di un’attività sopportabile per tempi limitati (un paio d’ore al massimo). Ma può bastare un tempo relativamente breve per sviluppare e mantenere le proprie capacità, e fino a tarda età. Perfino nel canottaggio (guardate questo campione novantaquattrenne) la chiave è continuare ad allenarsi con tenacia.

L’altra cosa importante è scegliersi buoni maestri, trovare maestri via via migliori man mano che si progredisce e, arrivati a un punto di eccellenza, imparare ad auto-allenarsi. Una bella storia di coaching letterario si trova nel film Scoprendo Forrester, con Sean Connery nella parte di un J.D. Salinger del Bronx che aiuta uno studente nero, e appassionato di scrittura, a scrivere bene sul serio.

A questo proposito, Ericsson non dice una cosa che però a me sembra utile ricordare. Anche ammesso che il talento, inteso come propensione e capacità istintiva, non serva (su questo avrei qualche cautela. Ma sottolineo di nuovo che il talento senza la pratica non vale niente) qualcos’altro è indispensabile per affrontare la durezza della pratica deliberata: un profondo interesse per quel che si fa. Una grande passione.

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17 Commenti a La pratica deliberata è tutto – Metodo 48

  1. Antonella Porfido

    ed io che pensavo che il mio desiderio di mettermi continuamente alla prova, di imparare cose nuove e di cercare di incontrare sempre nuovi maestri (alla mia età) fosse dovuto alla mia sindrome da Peter Pan… Grazie.

     
  2. Riccardo

    Per raggiungere risultati ben al di sopra della media(expertise) è sufficiente la pratica deliberata(=passione+testardaggine). La storia è piena di vincitori di olimpiadi poliomielitici e oratori balbuzienti. E molti campioni o geni non sono altro che “passione esercitata con testardaggine”. Il talento serve, se sostenuto dalla pratica, dall’ambiente culturale favorevole e, non ultime, da una abbondante dose di intelligenza e creatività, a fare il salto qualitativo e superare la linea dell’eccellenza, portando il campo di interesse ad una svolta epocale, che metta in discussione tutti i punti di vista precedenti. (Es.Copernico, Einstein, Fosbury,…) Per questo risultato i “maestri” servono solo nella prima fase, poi bisogna riuscire a superare il periodo di impasse, in cui non esistono più maestri e bisogna aprirsi la strada da soli. E’ il momento più duro e difficile, perché si è veramente soli e tutto il mondo ci dice che stiamo sbagliando. Sono convinto che molti geni talentuosi non abbiano superato questa fase e che, per questo, l’umanità abbia perso tantissimo.

     
  3. Matilde

    Molto interessante. Non sapevo con esattezza cosa fosse la pratica deliberata. Ora è chiaro. Belli anche i riferimenti a supporto delle argomentazioni. Grazie.

     
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  5. MircaB

    Domani secondo giorno di scuola :dedico questo post alle mie quattro classi (sempre debitrice a NeU) Che non lo tradurranno solo con un generico :studiate di più ma(sono sagaci) vogliamo buoni maestri e scoviamo il talento (se c’è)con pratiche deliberate! Sempre GRAZIE!

     
  6. donatella debidda

    Da “Leggere e amare” a “La parola immaginata” Annamaria Testa, quello che scrive e insegna, continua a seguirmi nelle fasi diverse del mio lavoro e della mia crescita personale. Oggi mi segnerò questo: “fare ancora meglio ciò che si sa fare bene, estendendo contemporaneamente l’ambito delle proprie capacità a quanto ancora non si sa fare” e “un profondo interesse per quel che si fa. Una grande passione. grazie.

     
  7. Dario De Marco

    Per smentire, se mai ce ne fosse bisogno, il luogo comune di genio&sregolatezza. In realtà i grandi geni possono essere sregolati nella vta, ma assolutamente secchioni nel loro campo. Altro esempio musicale: Charlie Parker. Si strafaceva di alcol ed eroina, fece una vita assurda e morì a soli 36 anni (ma fisicamente ne dimostrava 63). Una volta gli chiesero quanto tempo dedicava al sassofono. E lui, tranquillo: dieci, dodici ore al giorno, perché?

     
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  10. Vittorio Cucchi

    Nuovamente e utilmente ricompare uno dei capisaldi di Nuovo e Utile a conforto di quanti non si rassegnano alla radicatissima vulgata fedele al culto di un’entità metafisica e assoluta tanto capricciosa da custodire gelosamente il talento per dispensarlo a suo imperscrutabile giudizio ai pochi mortali prescelti fin dalla fondazione del mondo, relegando il resto dell’umanità nel novero dei mediocri se non dei negati. La pratica deliberata (non sfuggirà, spero, a noi italofoni la sana provocazione di questa definizione a fronte del significato burocratico che comunemente si attribuisce a queste parole…) suona un po’ come una sorta di riedizione più…pragmatica…dei sottili distinguo fra Grazia e Libero Arbitrio, a doveroso vantaggio di quest’ultimo e ad incitamento per chi fra noi non abbia timori a propiziare talenti grandi e piccoli con consapevole tenacia e docile determinazione. Se il sempre suggestivo quanto inquietante Platone aveva già provato a vederci giusto immaginando ogni essere umano come depositario potenziale delle vette della conoscenza che la sua anima portava in dote dagli altipiani dell’iperuranio, noi non dovremmo faticare a vedere più terrenamente la conoscenza come patrimonio storico comune dell’umanità, che ogni generazione eredita in toto dal cumulo delle acquisizioni e delle esperienze della nostra ancor giovane specie. A ogni neonato è accessibile la somma di tutti i talenti perfezionati nei secoli, e a decidere se e quanto potrà farne proprio e sublimarne qualcuno è solo l’intricatissimo reticolo di fattori che vanno dagli stimoli ricevuti, dai condizionamenti ambientali e sociali, alla qualità del percorso formativo e, in ultima analisi, alla possibilità di attivare efficacemente la molla della passione e della volontà. Lo sappiamo, il talento è insegnabile, e la dottrina dell’anamnesi diviene per noi anamnesi e condivisione il più possibile ampia del sapere comune. Provare a valorizzare il proprio pur limitato talento, e ancor più quello altrui, giovani in primis, è dovere imprescindibile.

     
  11. Marco C.

    Io sono dell’idea che comunque il talento è fondamentale per emergere.

    Diciamo che a parità di studio e applicazione la persona di talento ha un vantaggio incolmabile.

    Per fortuna, aggiungo.

     
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