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Parlare bene in pubblico, avendo qualcosa da dire - Metodo 100

Non ha senso illudersi di saper parlare bene in pubblico senza avere qualcosa di rilevante da dire. Rem tene, verba sequentur (sii padrone del concetto, le parole seguiranno), scrive nelle Orationes Marco Porcio Catone, il primo grande oratore dell’età romana.
L’affermazione non fa una piega. O quasi.
Se è verissimo che bisogna sapere quel che si dice, non è così vero che, quando si sa quel che si dice, poi lo si riesce sempre a dire in maniera chiara (tanto da risultare comprensibili a tutto il pubblico), interessante (tanto da catturare l’attenzione), memorabile (tanto da essere ricordati), convincente (tanto da guadagnarsi la fiducia del pubblico e da risultare persuasivi).

Nei primi quattro articoli di questa serie dedicata al parlare in pubblico abbiamo visto che: (1) questa competenza nel nostro paese non è diffusa quanto dovrebbe, e che (2) saper governare le parole, tanto da trasformarle in pugni o in carezze,  aiuta a costruire discorsi capaci di muovere le persone e cambiare le cose.

Poi abbiamo visto che per parlare bene in pubblico è indispensabile (3) tenere a mente le regole di base e i vincoli propri di qualsiasi processo di comunicazione, e i modi peculiari in cui parlando in pubblico quelle regole vanno seguite e quei vincoli vanno osservati.

Infine, abbiamo visto (4) come ci si prepara a parlare in pubblico: facendo mente locale su ambiente e occasione, interrogandosi su dimensioni, composizione e competenze del pubblico, immaginandone le attese, tenendo conto del tempo a disposizione, decidendo se parlare a braccio o a partire da appunti, e valutando i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna opzione.
Ma aver qualcosa da dire resta la condizione necessaria. D’accordo, non è sufficiente. Ma, siccome resta necessaria, eccoci qui a concludere parlando di contenuti. E di come strutturarli.

CHE COSA AVETE DA DIRE? Qual è il messaggio che volete trasmettere, la tesi che volete difendere, l’idea che volete promuovere, l’appello che volete diffondere? Insomma: qual è il succo del discorso? Riuscite a formularlo  in breve (e “in breve” vuol dire in una decina di parole)?

Vi suggerisco di fare questo esercizio prima di cominciare a lavorare sul vostro discorso. È meno facile di quel che sembra, perché vi obbliga a scegliere ciò che è davvero importante, scartando tutto il resto. Potreste, per esempio, scoprire che quel che volete dire, ridotto all’osso, non sta in piedi (e forse allora vi conviene investire qualche tempo per mettere a fuoco le idee). Oppure potreste scoprire che per dar conto di tutto quello che vorreste dire vi servono molte più parole (e allora forse vi conviene istituire una gerarchia di concetti o di temi, e concentrarvi sul principale: quello da cui derivano, o attorno al quale ruotano, tutti gli altri).

L’esercizio che vi ho proposto è utile anche per un altro motivo. Riesco a raccontarvelo con un esempio. Immaginate che il tema sia (appunto) parlare in pubblico. Conoscete già la mia tesi in proposito. Ma ecco: provo a sintetizzarla in quattro modi diversi:
– Parlare bene in pubblico è importante. Imparare si può.
– Parlare in pubblico: non sparatele grosse, prendete la mira.
– Come fare discorsi efficaci e potenti catturando il pubblico.
– L’unico vero trucco per parlare bene in pubblico è prepararsi.

Da queste sintesi escono, sul medesimo tema, discorsi un po’ diversi tra loro: più focalizzato sulle tecniche e i vantaggi del parlare bene in pubblico il primo. Più attento alla prestazione dell’oratore e al suo rapporto con la platea il secondo. Più orientato alla componente persuasiva il terzo. Più polemico nei confronti delle innumerevoli liste di trucchi per parlare in pubblico che si trovano in rete il quarto. Insomma: la sintesi vi dà conto dell’argomento e del taglio del vostro discorso. Solo quando entrambi gli elementi vi sono chiari e vi sembrano convincenti potete continuare.
Già che ci sono, vi dico che scrivendo questa serie di articoli avevo in mente qualcosa di molto simile alla prima delle quattro sintesi.

Una volta che avete capito bene che cosa andrete a dire, cominciate a prendere appunti. Li riordinerete man mano che la struttura del vostro discorso prende forma e si consolida, integrando, togliendo o aggiungendo elementi se vi sembra necessario farlo, fino a costruire un sommario. Ehi: non limitatevi ad ammucchiare concetti: riordinate e togliete tutto quanto è superfluo. Considerate che, del vostro discorso, il pubblico catturerà e ricorderà pochi elementi: meglio che siano quelli importanti.

CHE PAROLE USERETE? Concluso il sommario, metterete in fila le parole: scrivete il vostro discorso, se intendete poi leggerlo. Attenzione: il vostro discorso andrà detto nel modo più naturale possibile. Usate frasi brevi se no rischiate di restare senza fiato. Lasciate a voi stessi la possibilità di aggiungere qualche parola a o un breve commento estemporaneo, alzando il naso verso il vostro pubblico.

Per esempio, non scrivete:
Non sarà mai sottolineata a sufficienza l’importanza del parlare bene in pubblico, ampiamente sottovalutata nel nostro paese a tutti i livelli, a cominciare dall’istituzione scolastica che a livello formativo trascura le complesse competenze legate all’oralità evoluta a favore di quelle legate alla parola scritta.
Ehi! È astratto! È cacofonico (sufficienza/importanza/competenze)! Non vi permette di riprendere fiato! Non è musicale, e c’è un sacco di roba inutile! Ripete due volte una parola (livelli, livello) che non è una parola-chiave!

Provate a scrivere, invece, qualcosa come:
Parlare bene in pubblico è importante. Qui in Italia non ce ne rendiamo conto. A scuola impariamo a leggere e a scrivere, ma non impariamo a parlare in maniera efficace.
Se provate a leggere a voce alta entrambe le frasi in corsivo vi accorgete della differenza.

Se (molto meglio!) intendete parlare a braccio, appuntatevi frasi e parole-chiave, e soprattutto i modi in cui transiterete il più naturalmente possibile da un argomento all’altro. E cominciate a fare delle prove. Provate a voce alta, anche se vi sembra strano e fastidioso. Vi aiuterà a familiarizzare con il suono della vostra voce, a cui di solito non fate caso. A  tenere sotto controllo ritmi e pause. A controllare i tempi.
Il sommario che avete preparato è anche la base per preparare un buon powerpoint, se avete deciso di usarlo. È un lavoro in più da fare.

COME COMINCIATE ? Come il decollo e l’atterraggio per un aereo, l’esordio e la conclusione del vostro discorso sono due momenti critici per la qualità complessiva della vostra prestazione. Anche se molti lo consigliano, non è detto che dobbiate esordire con una battuta o una storiella. In certe situazioni si può fare, in altre è sconsigliabile. Inoltre, certi oratori riescono ad esordire con una battuta in modo plausibile e accattivante, e altri proprio non ce la fanno (devo ammettere di appartenere a questa seconda categoria).

Se è il caso (per esempio, a un convegno) esordite salutando e ringraziando brevemente: basta qualche parola, e poi entrate in argomento. Oppure entrate subito in argomento. Cominciate con un’affermazione forte, che anticipi e incornici quello che andrete a raccontare, aiutando le persone a orientarsi fra le vostre parole.

parlare bene in pubblico

RACCONTARE E ARGOMENTARE. Discorrendo, avrete dei fatti da raccontare o delle idee da esporre. Siate chiari e date tutte le informazioni necessarie a far sì che il pubblico vi segua senza fatica. Evitate le digressioni inutili. Se un fatto, un’idea, un passaggio logico sono importanti, trovate il modo di sottolinearli (gesti, voce, pause) e di ribadirli. Siate concreti: fate esempi. Offrite dei dati, se ce ne sono (ma arrotondate le cifre e non perdetevi nei decimali). Siate vivaci, ma non enfatici.

Se i fatti e le idee sono il “che cosa”, le argomentazioni sono il “perché”. Potete prima esporre i fatti, e poi argomentarli esprimendo le vostre opinioni e le vostre tesi in proposito. O potete far seguire ciascun fatto e ciascuna idea dalla sua interpretazione argomentata. La cosa importante è che l’esposizione sia lineare, resti vivace e e sia tanto breve quanto è possibile, senza sacrificare comprensione e pathos. Abbiate senso della misura e del ritmo (che varierete, se no la gente si addormenta. Anche un discorso tutto strillato e concitato è noioso, esattamente come un discorso tutto sussurrato e lento). A proposito di pathos: spesso una metafora è più illuminante di una lunga, e noiosa, argomentazione astratta. Se volete approfondire, date un’occhiata qui.

Un discorso è anche fatto della musica delle parole. Alcune strutture retoriche (per esempio, la ripetizione nelle sue molte forme) sono amiche dell’oratore. Usatele, ma senza esagerare con gli effetti speciali.

CONCLUDETE BENE. Del vostro discorso le persone si ricorderanno poche cose, e una di queste è con ogni probabilità la conclusione. È un motivo ulteriore per essere brevi, così vi resta tutto il tempo necessario per concludere  senza dover accelerare in modo innaturale mentre qualcuno tra il pubblico comincia a dar segni di insofferenza e il moderatore, se c’è, vi guarda storto.
Se parlare bene significa in primo luogo farsi capire dal pubblico, concludere bene vuol dire portare dalla vostra parte un pubblico che vi ha capito: ricapitolate i punti salienti, come se riassumeste un viaggio che avete appena fatto tutti insieme. Ribadite, con altre parole, la vostra tesi.

La conclusione è anche il momento in cui potete (sempre con misura, e in modo congruente con la situazione) mettere un accento sulla parte emozionale di quanto state affermando. Infine: non dimenticatevi si salutare e ringraziare. Anche un semplice “grazie” può bastare, se lo dite in modo convincente e senza fissarvi la punta delle scarpe.

IMPREVISTI. Una volta, mentre stavo parlando in una sala, è caduto un pezzo di lampadario. Per fortuna non ha colpito nessuno. Mi sono interrotta, ho aspettato che la gente si ripigliasse, e quando tutti si sono tranquillizzati ho ripreso con un breve commento sull’accaduto. Ve lo dico per suggerirvi di non ignorare quanto succede di fronte a voi, ma di inserire quanto vi accade intorno nel vostro discorso. Se non lo fate, sembrate marziani.

PREPARATEVI. PREPARATEVI. PREPARATEVI.  Tutti i grandi oratori all’inizio erano pessimi oratori, dice Ralph Waldo Emerson. I buoni  discorsi non si improvvisano.
A proposito di parlare bene: Kennedy, che non è certo un novellino, impiega due mesi per mettere insieme il breve, notissimo discorso d’insediamento concludendo il quale dice “non chiedetevi che cosa il vostro paese può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per il vostro paese” (a proposito di strutture retoriche amiche dell’oratore: questo è un chiasmo).

American Rhetoric raccoglie i 100 discorsi più importanti della storia degli Stati Uniti. Potreste dargli un’occhiata seguendo sì le argomentazioni, ma osservando anche come sono costruiti. Sono tutti stati fatti da gente che davvero ha “qualcosa da dire”, e che riesce a dirlo in modo indimenticabile.

Come dicevo, questo è articolo che conclude una serie dedicata al parlare in pubblico. Se vi è sembrato interessante, potreste dare un’occhiata anche agli altri. Per comodità ve li elenco nuovamente qui sotto:
1) Parlare in pubblico: perché in Italia lo facciamo così male?
2) Possedere e governare le parole
3) Parlare a un pubblico: come si fa
4) Come e perché prepararsi a parlare in pubblico

2 Commenti a Parlare bene in pubblico, avendo qualcosa da dire – Metodo 100

  1. Sante Maurizi

    Gentile Annamaria
    torno da un breve viaggio nel Cambridgeshire dove ho partecipato a un’iniziativa di storytelling sulle problematiche della gestione dell’acqua (http://bit.ly/24MGiq1)promossa dall’Anglia Ruskin University sul modello di un’esperienza sarda (http://bit.ly/1sCMUvh). Un’altra occasione che conferma quanto lei dice: gli agricoltori del National Farmers’ Union parlano in pubblico bene come i reduci della Local History Society o come i professori universitari. Un tempo avevo una risposta pronta: gli anglosassoni studiano la loro lingua sui testi di Shakespeare, noi italiani su Dante. Loro sono “performativi”, noi “lirici”. Ora che Dante (ora? almeno da 40 anni!) non è più la base dell’apprendimento della lingua, ci manca anche il modello di quel birignao cantilenante che faceva la gioia dei vecchi insegnanti, dei saggi scolastici di fine anno, delle Orsoline e dei poeti blasonati che declamavano i propri versi. Parlare in pubblico è una tecnica, che come tutte le tecniche si può apprendere. Basterebbe – dalla scuola elementare e costantemente per tutti i gradi d’istruzione – far leggere ad alta voce e riprendere la prassi del riassunto per essere a buon punto. Saluti.

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Sante.
      Concordo.
      Bellissimo il lavoro sull’acqua: anche se amo molto la Sardegna, non sapevo nulla del Tribunale dell’acqua, e ti ringrazio di avere linkato qualche informazione. Ricambio segnalandoti un articolo (anzi, un’intervista) sulla desertificazione, uscita qui su NeU qualche tempo fa: http://nuovoeutile.it/desertificazione/

       

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