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Domandare. La magnifica capacità infantile che perdiamo da adulti

Saper domandare è una capacità che si merita tutto il nostro rispetto.
Tutto comincia con l’età dei perché: chiunque abbia figli sa di che si tratta. Fra i due e i quattro anni, i bambini non smettono mai di domandare. Uno studio inglese del 2013 sostiene che le madri sono sottoposte a una raffica di circa 300 domande al giorno.
Le madri delle bambine attorno ai quattro anni arriverebbero a beccarsi 390 domande al giorno, in media una ogni minuto e 56 secondi nell’arco di tempo tra la prima colazione e la cena. Lo studio è finanziato dal sito di vendite online littlewoods.com e viene ripreso dal Telegraph senza linkare la documentazione scientifica: dunque, sembrerebbe opportuno considerare con qualche cautela i dati numerici, anche se ampiamente ripresi in rete.

DOMANDE SEMPLICI, DOMANDE COMPLESSE. Ma diversi studi accademici offrono dati solo di poco inferiori, o uguali. Uno studio del 2009 dell’Università del Michigan esamina la letteratura esistente in materia, conferma i dati e specifica che fra i due e i quattro anni i bimbi fanno domande semplici circa un terzo delle volte, e domande più complesse due terzi delle volte.
La percentuale di domande complesse cresce con il crescere dell’età. Nella maggior parte dei casi, gli adulti rispondono senza fornire una reale spiegazione. Quando succede così, i bimbi ripetono la domanda, o provano a darsi una risposta da soli (perché metti le mollette nel cestino?… ah, devono andare a nanna).

DOMANDARE PER RI-COSTRUIRE UN MONDO. Facendo domande, i bambini costruiscono, e gradualmente precisano, la propria immagine del mondo: entità, cause, effetti, relazioni.
I bambini chiedono “come?” e “perché?”. Non fanno domande solo per chiacchierare instaurando una relazione affettiva con gli adulti, ma per capire. Fanno domande da scienziato (perché l’acqua è bagnata? Come fanno i pesci a respirare nell’acqua? Perché i miei cracker non parlano?). Fanno domande da filosofo (perché il nonno è nel cielo? Perché ci sono le persone cattive?). Fanno domande da sociologo, da psicologo o da economista (Perché devi andare a lavorare? Perché non ho un fratellino?).

DOMANDARE, A SCUOLA. Dopo i quattro anni la quantità di domande poste decresce in modo rapido e significativo (guardate il grafico: è piuttosto impressionante). Le madri tirano un sospiro di sollievo e tutto sembra tornare alla normalità. Dovremmo però chiedercelo, come mai la propensione a domandare cominci a decrescere con l’accesso alla formazione scolastica, per spegnersi progressivamente nel corso di tutti gli anni di scuola.
E no, non credo che questo succeda perché le domande da porre si esauriscono.

A questo punto mi tocca raccontarvi un piccolo fatto personale, accaduto alcuni anni fa, ma non troppi. Mio figlio è entrato da pochi giorni nella scuola media e vengo convocata dalla prof di italiano. Mi dice che sì, il ragazzino è sveglio e beneducato, ma disturba in classe e devo assolutamente porre un limite.
Mentre già mi costruisco nella mente una ramanzina di quelle toste (oibò, a scuola bisogna comportarsi bene!) per fortuna pongo a mia volta un quesito: “scusi, ma in che modo il ragazzo disturba in classe?”. “Cara signora” mi viene risposto “suo figlio è insopportabile: non smette mai di fare domande, perfino quando sto interrogando qualcun altro”.
Amen.

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PERCHÈ È DIFFICILE DOMANDARE? Dopo aver disimparato a domandare, tornare a far domande da adulti è difficile. Se la domanda è appena più complessa di “scusi, sa che ore sono?” bisogna investire un minimo di ragionamento per consolidare una curiosità o un dubbio in un quesito da tradurre in parole precise.
E ancora: porre una domanda significa entrare in una relazione di scambio. E significa affidarsi alla capacità e alla volontà dell’interlocutore di rispondere a tono. È un po’ come quel gioco che consiste nel lasciarsi andare all’indietro, confidando che la persona dietro di noi ci afferri in tempo e ci sostenga.
Bisogna anche (se la domanda è onestamente posta) essere onestamente disposti a mettere in crisi e ristrutturare il proprio patrimonio di informazioni per accogliere la nuova informazione ottenuta, nel caso questa contraddica i dati già posseduti. Una pratica che può rivelarsi tanto destabilizzante quanto faticosa.

STABILITÀ EMOTIVA E COGNITIVA. Di solito svicoliamo facendo domande che non sono reali domande, o perché conosciamo già la risposta, o perché le formuliamo in modo tale da ottenere la risposta desiderata. Rinunciamo a un di più di conoscenza per un di più di stabilità cognitiva ed emotiva. Perfino quando cerchiamo di procurarci da soli una risposta in rete ci capita di barare, selezionando le fonti che con maggior probabilità forniscono risposte corrispondenti alle nostre aspettative.
E poi, sì, c’è la sicumera. La presunzione di sapere già tutto quel che c’è da sapere.

Oppure rinunciamo del tutto a domandare per pigrizia, rassegnazione o timidezza: quante domande potenzialmente fertili riguardanti noi stessi, le nostre relazioni e i fatti e le dinamiche del mondo restano inespresse, sospese nell’aria ferma degli uffici, delle scuole, dei laboratori, nelle case?

DOMANDARE PER SAPERE. PER CAPIRE. E PER INVENTARE. Nei convegni l’interazione con il pubblico è ridotta al minimo (anche perché spesso le persone che riescono ad acchiappare il microfono non fanno vere domande, ma dichiarazioni). In ufficio, domandare sembra una perdita di tempo o un’ammissione di incompetenza. Nelle aule universitarie, fare domande è una pratica poco diffusa, non solo fra gli studenti annidati in fondo all’aula, e raramente incoraggiata.

Tuttavia, fare (e farsi) onestamente domande è uno dei fondamenti del pensiero creativo. E la curiosità degli altri e del mondo è uno dei tratti caratteristici delle persone creative. Dunque, dovremmo ricordarci un po’ più spesso che ogni domanda che rinunciamo a fare è un’occasione perduta non solo in termini di comprensione, di conoscenza e di relazione, ma anche in termini di invenzione. I bambini di quattro anni lo sanno benissimo.

8 Commenti a Domandare. La magnifica capacità infantile che perdiamo da adulti

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  2. Fiorella Palomba

    Mi pare molto interessante nella tua nota, Annamaria, il passaggio “Rinunciamo a un di più di conoscenza per un di più di stabilità cognitiva ed emotiva.” 

    Sono una persona che non ha mai smesso di fare domande da quando ero bambina. Le faccio per due ragioni
     – perché, come dici all’inizio, mi piace stabilire relazioni
     – perché sono curiosa e mi piace imparare: faccio domande e ascolto 

    Inoltre, come avevo già scritto, in alcune situazioni faccio domande per “far parlare” l’interlocutore e acquisire informazioni non semplici da ottenere e in questo sono un “cavatappi” notevole *_*

     
  3. Elisa

    C’è un bel libro in inglese sull’argomento scritto da una insegnante buddhista, Elizabeth Mattis Namgyel, che si intitola “The Power of an open question”. Sì perché, mentre è inestimabile farsi ancora e sempre domande, è altrettanto interessante osservare come queste possano lavorare dentro di noi quando lasciamo andare l’attaccamento alla risposta. Forse sono più importante le domande delle risposte…?

     
  4. eleonora mocenni

    Ringrazio moltissimo per l’articolo chiaro ed efficace che mette a fuoco una capacità fondamentale dell’essere umano, il suo poter domandare. Io sono consulente di pratiche filosofiche e cerco di fare proprio questo con i ragazzi e gli adulti: riattivarli ad esplorare il mondo che ci circonda attraverso lo strumento della domanda. Che cosa ci fa problema? Che cosa vogliamo sapere, indagare? Che cosa ci incuriosisce? Viviamo in un mondo che ci obbliga a rispondere su tutto e, possibilmente, in fretta. Riscopriamo invece il respiro della ri-flessione e il valore della sospensione del tempo che la domanda con il suo punto interrogativo ci sprona ad abitare.

     
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  6. Nontelodico

    Forse smettiamo di fare domande perche’ impariamo, fin da piccoli, che la maggior parte delle risposte, anche di coloro di cui si suppone ci dovremmo fidare, sono frettolose, impazienti, preconfezionate o addirittura false? Quanto pesa per una bambino il raggiungimento della consapevolezza che le proprie domande risultano spesso fastidiose? Quanto pesa il momento in cui si rende conto che gli adulti, anche i propri genitori, mentono, magari regolarmente, pur di trarsi d’impaccio? E da adulti, quanta verita’ ci aspettiamo di ricevere da una risposta? Quanta ne forniamo quando siamo noi a rispondere? Qualcuno ha effettuato studi al riguardo?

     
  7. Cornetta Maria

    Si smette di domandare quando si comincia a SPERIMENTARE. E’ positivo perché non demanda ad altri l’onere della verifica. La formazione della personalità passa dal filtro dell’esperienza. Se non ci affrancassimo mai dal domandare, finiremmo per non conquistare mai un’autonomia di pensiero. E’ vero, c’è il detto: “chi domanda non fa errore”…ma non è certificato che questo sia sempre l’ideale.

     
  8. Luigi

    Forse è correlato, ma c’è un’altra capacità infantile che perdiamo da adulti. Mi riferisco alla capacità di meravigliarsi.

    Ricordo ancora mio figlio che da piccolo, circa due anni, riusciva a meravigliarsi davanti ad ogni saracinesca. La indicava esclamando “garage”!

    Concludo con una domanda 🙂
    Forse meravigliarsi e domandare sono due aspetti complementari?

     

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