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Gli italiani e la creatività. La parola ai numeri

Gli italiani e la creatività sono stati messi a confronto per la prima volta nel corso di una inedita ricerca quantitativa. È stata svolta da Eurisko su un campione rappresentativo della popolazione e conferma l’esistenza di stereotipi diffusi: per la maggior parte la creatività è un modo per esprimere se stessi e consiste nell’avere belle idee:  per meno della metà dei rispondenti dev’essere finalizzata alla costruzione di qualcosa di utile o alla soluzione di un problema.
Tra gli italiani e la creatività c’è una di distanza colma di luoghi comuni. La creatività viene associata in prevalenza a caratteristiche come la fantasia, la genialità, l’immaginazione, la fiducia in se stessi, la libertà… pochi la associano alla tenacia, alla competenza, alla motivazione.

Infine, per la stragrande maggioranza del campione (e questo forse è il dato più preoccupante) la creatività è associata assai più all’arte che alla scienza, ha più bisogno di fantasia che di ragione, ed è più una dote innata che una competenza che deriva anche dall’apprendimento e che chiede un’applicazione costante.
Ne esce il quadro di un paese per il quale la creatività ha più funzione decorativa, espressiva e perfino di intrattenimento che il ruolo di vero motore dell’innovazione.

Ma gli anziani riservano una sorpresa. Dicono che c’è bisogno di creatività anche nella scuola e nelle università. Che la creatività è importante anche per l’economia, la ricerca scientifica e la politica. E hanno una visione del fonomeno assai più complessa, articolata e produttiva della media. C’è un perché: sono gli anziani di oggi quelli che hanno ricostruito l’Italia nel dopoguerra, attraverso un enorme sforzo di creatività collettiva.
Specialistico, in italiano

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