Inglese all'università: tra sogno e nightmare

Il rettore del Politecnico di Milano vuole rendere obbligatorio l’insegnamento in inglese per tutti i corsi di tutte le lauree specialistiche. Il progetto suscita diverse perplessità. Ecco quanto ne scrive il linguista Raffaele Simone. Qui il parere dello scrittore Sebastiano Vassalli. Qui, invece, l’opinione di Carlo Palermo, preside della Scuola di Architettura e Società del medesimo Politecnico.
L’Accademia della Crusca sta raccogliendo diversi contributi sull’argomento e ha chiesto anche il mio. Pubblico in anteprima su NeU il testo che ho appena inviato.
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Ho letto, e poi riletto diverse volte quanto scrive Giovanni Azzone nel suo intervento sul Corriere della Sera dell’11 marzo. Se ho ben capito, l’introduzione dell’inglese al Politecnico di Milano come lingua esclusiva e obbligatoria per l’intera formazione specialistica servirebbe a) a far sì che gli studenti italiani imparino a interagire in un ambiente globale, preparandosi a svolgere un ruolo attivo nella società b) a formarlo, l’ambiente globale, attirando docenti e studenti stranieri c) a far sì che, nei confronti degli stranieri, il nostro paese possa manifestare tutta la sua capacità di attrazione culturale e di lifestyle d) a trattenere qui gli studenti italiani più aperti al mondo, i quali altrimenti andrebbero a formarsi altrove.

Immagino che l’obiettivo maggiore di ogni corso di laurea sia offrire la miglior formazione possibile, nel modo più efficace possibile. Perché il perseguire obiettivi ulteriori (l’inglese, l’ambiente globale, e così via) non vada a detrimento del primo, credo che si debba verificare l’esistenza di alcune condizioni di base. Per esempio.
– Tutti i docenti italiani parlano perfettamente inglese.
– Tutti i docenti stranieri non di madrelingua inglese si sentono più a loro agio con l’inglese che, magari, con il francese o lo spagnolo.
– Tutti gli studenti italiani capiscono perfettamente l’inglese.
– Non c’è nessuna differenza di qualità, per quanto riguarda i docenti italiani, tra le lezioni tenute in italiano e quelle tenute in inglese.
– Non c’è un significativo aumento di difficoltà per nessuno studente.
– Tutti i testi necessari per ogni corso sono disponibili in inglese.
– In ogni aula c’è un buon numero di studenti stranieri anglofoni, o non anglofoni ma la cui seconda lingua è l’inglese (e non, magari, lo spagnolo o il francese. O perfino l’italiano).

In assenza di queste condizioni di base il sogno di un’università cosmopolita rischia di trasformarsi in un nightmare di lezioni semplificate, liste a punti in powerpoint lette con pessimo accento, perifrasi tanto spericolate quanto vaghe, studenti che non capiscono o fraintendono, gruppi di italiani che si parlano tra loro in inglese maccheronico, docenti italiani il cui inglese imperfetto viene scambiato per imperfetta competenza della materia,  anglofoni che si mettono le mani nei capelli perché gli sembra di non capire la loro stessa lingua, appunti che non trovano corrispondenza nei libri di testo, risultati d’esame malamente influenzati dalle disuguali competenze linguistiche vuoi dei docenti, vuoi degli studenti, idee sfuocate e buchi cognitivi: primo fra tutti la perdita dei termini italiani tecnico-scientifici che possono essere necessari poi per farsi capire qui, da noi, nel mondo del lavoro, sia agli italiani, sia agli stranieri che volessero fermarsi in Italia.

Non sarebbe più semplice, e più sicuro, potenziare gli insegnamenti in inglese senza rendere obbligatoria l’adozione dell’inglese per tutti, per tutto, a qualsiasi costo e a prescindere, consentendo anche insegnamenti in italiano o in altre lingue di ampia diffusione?
Procedere gradualmente non aiuterebbe a testare la fattibilità del progetto su ciascun singolo insegnamento, a sperimentare nuove formule, magari a verificare – sarebbe interessante farlo – quali dinamiche cognitive vengono attivate, e come, nell’apprendimento di materie complesse in un’altra lingua, e poi a individuare strumenti che possano aiutare chi, con l’altra lingua, ha qualche difficoltà?

Sul tema dell’inglese obbligatorio vorrei anche porre alcuni quesiti di carattere più generale:
– perché in un’università sì globale e cosmopolita, ma italiana, né l’italiano né nessuna lingua oltre all’inglese può avere diritto di cittadinanza?
– perché si considera prioritaria una formazione in inglese rispetto alla miglior formazione possibile, in qualsiasi lingua sia (e meglio se in più di una)?
– perché si ritiene che uno studente straniero sia per forza più attratto da una laurea specialistica in Italia tutta e solo in inglese? E non, per esempio, dalla scelta più ampia tra il frequentare corsi in inglese e corsi in altre lingue, italiano compreso?
– che c’entrano l’attrattività dell’Italia e dello stile di vita italiano con la scelta di una singola università di parlare d’obbligo solo inglese? Studenti stranieri che hanno studiato in Italia, e anche imparato un po’ di italiano, non potrebbero essere ottimi ambasciatori dell’Italia nei paesi d’origine, e nel mondo?
– perché un bravo laureato italiano che vuole restare in Italia dovrebbe trovarsi orfano dei termini e delle categorie necessarie a ragionare anche nella sua lingua madre delle materie di cui più dovrebbe essere competente?
– perché uno studente davvero aperto al mondo e desideroso di andare a confrontarsi con la cultura, i ritmi, la vita e le opportunità di un paese straniero dovrebbe cambiare idea solo in seguito all’offerta di un insegnamento inglese in Italia?
– e perché mai, se si vuole sul serio integrare l’apprendimento dell’inglese nell’offerta educativa nazionale, si comincia dal fondo, dagli insegnamenti più complessi, da un’età in cui imparare bene una lingua straniera tanto da usarla correntemente è comunque meno naturale, invece che dalla scuola primaria?

Infine: ogni lingua ha in sé processi mentali, storia, cultura, memoria, visioni peculiari.
Molti studiosi, e tra questi Teresa Amabile della Harvard Business School, ci dicono che la creatività, intesa come capacità di progettare qualcosa di nuovo che sia socialmente utile, cresce con la varietà delle esperienze e dei punti di vista.
Gruppi creativi risultano tanto più fertili quanto più la loro composizione è varia per sesso, età, genere, etnia, provenienza e cultura dei partecipanti e quanto più vengono espost
i simultaneamente a stimoli culturali diversi.
Non può darsi che il riconosciuto valore degli italiani, quando vanno all’estero, derivi sia da una preparazione in genere eccellente, sia da uno stile di pensiero italiano che andrebbe se mai, insieme alla lingua, preservato e valorizzato?

Certo: oggi saper pensare e lavorare in inglese è indispensabile. Ma anche saper pensare e lavorare in italiano, per un nativo, lo è. Una competenza non può e non deve escludere l’altra. È una questione di radici, di maggior ricchezza di risorse cognitive e, perché no?, di orgoglio e di identità.

L’immagine di questa homepage si intitola Sheep, Ship, Chip ed è tratta da Adsoftheworld.

24 Commenti a Inglese all’università: tra sogno e nightmare

  1. andromeda

    Buongiorno. Condivido quest’analisi in pieno, rilasciando qui il mio primo pensiero di fronte a questa iniziativa: inglese si, è un passepartout, fondamentale per la fucina di cervelli che rappresenta il Politecnico, ma la lingua italiana è preziosa e lo è studiare in italiano. Quindi, si potrebbe optare per la classica via di mezzo: una parte dell’esame in italiano, alcune dispense obbligatorie in inglese…lacune linguistiche dei docenti & permettendo.

     
  2. annamaria

    Grazie ad Andromeda per il commento. A tutti: vorrei raccogliere un po’ di contributi concreti e non ideologici i rete. E dunque: – avete mai studiato, insegnato, lavorato in una lingua straniera? – qual è stata la vostra esperienza? … vantaggi, ostacoli? Avete voglia di raccontarla qui? Grazie!

     
  3. lastanzabianca

    Ciao Annamaria, io ho studiato al Politecnico di Milano (corso di Laurea rigorosamente in Italiano) e al momento lavoro in un paese estero (di lingua anglofona). Condivido assolutamente quanto tu hai detto: – Al Politecnico i corsi in lingua inglese sono spesso semplificazioni dei corsi in Italiano, l’accento e la grammatica di insegnanti e alunni non sono certo oxfordiane. – Gli studenti che si iscrivono ad universita’ italiane che offrono corsi in inglese provengono da paesi meno attrattivi di noi, come Turchia, Iran, Serbia, Bulgaria, Romania in termini di qualita’ delle loro Uni e prospettive di lavoro. Con questo mi riferisco a studenti iscritti regolarmente, non studenti che vengono per periodi di scambio di massimo un anno. Non credo che alle condizioni odierne studenti Francesi o Tedeschi, con la considerazione che hanno di noi, si iscriverebbero ad universita’ italiane attratti dal binomio corsi in inglese piu’ “dolce vita”, in quanto questo potrebbe compromettere il loro CV, dando per scontato che visti gli stipendi italiani non resterebbero mai a lavorare in Italia (a meno che non subentrino altre ragioni, magari di tipo sentimentale e non pragmatico evidentemente). – Gli studenti italiani che hanno frequentato corsi in inglese e lavorano all’estero non sono piu’ portati all’internazionalita’ di altri. Parlano italiano fuori dal lavoro e se possibile anche sul lavoro (se fronteggiano controparti italiane). Sono restii a parlare inglese e non ritengono il loro inglese “TOP”. La mia generazione (anni ’80) e’ poco portata ad essere bilingue, in gran parte siamo nati da genitori entrambi italiani, nelle scuole statali abbiamo iniziato a studiare inglese a 11 anni (3 ore alla settimana se ricordo bene), abbiamo visto film e letto libri in italiano sempre. Se questo cambiera’ in futuro, mai dire mai. Ma ci vorranno decine e decine di anni. – Non e’ assicurato che gli studenti universitari italiani conoscano bene l’italiano e sappiano comunicare bene neanche nella loro madre lingua. Al Politecnico in alcuni corsi di Laurea Specialistica e’ incluso un corso di metodologie di comunicazione per imparare a esprimersi IN ITALIANO…. testo scritto, come scrivere le email e come fare presentazioni. Nozioni che a mio parere uno dovrebbe aver aquisito entro la terza superiore nel piu’ pessimistico dei casi. Eppure… – Ho studiato in inglese per alcuni esami che ho dovuto sostenere per il mio lavoro: nonostante il mio inglese sia – con tutta la modestia possibile – decisamente a un buon livello per non essere la mia madrelingua, ho trovato davvero pesante studiare in inglese e a volte mi sono costretta a memorizzare alcune frasi e termini senza comprederne veramente il significato. – Chi non va all’estero a lavorare dopo l’uni, non se la sente di testare il suo inglese. Ma non e’ con un corso obbligatorio nell’inglese che ha i limiti esposti sopra, che queste persone si sentiranno piu’ “confident”…. Alla luce di questo spero che Azzone rifletta bene su questa proposta un po’ estrema. Forse la virtu’ sta ancora nel mezzo. Grazie per aver chiesto i nostri pareri e complimenti per nuovo e utile. Elena

     
  4. lastanzabianca

    Piccolo PS:In Italiano mi esprimo meglio, sempre, sia sul piano lavorativo sia sul piano personale. Ci sono inoltre cose che tradiranno sempre la mia origine, il linguaggio dei gesti, l’accento, che i colleghi sembrano apprezzare perche’ mi conferiscono una certa unicita’. Credo sia lo stesso per molti che sono nella mia stessa situazione. Per questo non mi impegno piu’ di tanto per cancellare questi segni di italianita’. Scusate gli apostrofi: tastiera inglese, italiano impoverito! A presto!

     
  5. Utente Anonimo

    Salve Annamaria, la mia esperienza è questa: ho iniziato l’alfabetizzazione in inglese all’asilo e alle elementari, facendo qualche ora a settimana di lingua e (ero a scuola privata). Ci insegnavano i numeri, le lettere, un po’ di vocabolario, poche regole grammaticali. Alle medie sono andata alla scuola pubblica, ho seguito le ore di inglese come previste dall’istruzione statale. Al liceo scientifico statale ho avuto la fortuna di avere una insegnate molto brava e creativa che mi ha trasmesso l’amore per la letteratura inglese. In quegli anni ho avuto modo di frequentare degli americani a Tirrenia (c’è una base americana) al mare. L’amore trasmessomi dall’insegnate e la pratica fatta sul campo mi ha permesso di fare un salto di qualità notevole, consentendomi di poter parlare e ascoltare in inglese e in americano in modo sciolto. Aggiungo un’ulteriore fortuna famigliare: il marito di mia cugina è olandese, lo conosco dagli anni 90 e abbiamo passato diverse vacanze insieme parlando, agli inizi, solo in inglese. Durante l’università ho dato l’esame obbligatorio di inglese (Economia e Commercio alla Sapienza) e ho spesso studiato su testi in inglese. Subito dopo la laurea ho deciso di prepararmi per il First Certificate di Cambridge: da ottobre a maggio ho fatto lezione 1:1 con diversi insegnanti madrelingua a Roma. Ho passato l’esame con B. Dal 1997 lavoro in ambito informatico, mi occupo di sistemi informativi. Ho partecipato a diversi progetti internazionali in cui la lingua ufficiale era l’inglese, con colleghi provenienti da tutto il mondo. L’inglese tecnico è per certi versi più semplice di quello comune, perchè i termini e i modi di dire sono ben definiti e il vocabolario è relativamente più ristretto. Tengo corsi di formazione, riunioni, presentazioni, conference call, in inglese. Attualmente lavoro in una struttura globale, la lingua ufficiale è inglese. Seguo giornalmente conference call in lingua, scrivo documenti in lingua, partecipo a riunioni in lingua, faccio presentazioni in lingua, partecipo ad eventi aziendali (ufficiali e non) in lingua. La morale di tutto questo per me è la seguente: una solida base in termini di grammatica, sintassi e vocabolario è fondamentale. L’esercizio, dato da relazioni personali e lavorative aiuta decisamente sia a mantenere la preparazione che ad imparare qualche termine in più. Lo svantaggio: pur parlando quotidianamente in inglese, oggi sento il bisogno di ampliare il vocabolario e di rispolverare un po’ di regole. Parlare in inglese mi fa sentire più vicina al resto del mondo, capace di farmi capire e di comprendere. Mi permette di cogliere le sfumature, di allargare la mia mente e tenere in esercizio la mia flessibilità, di allenare la tolleranza. Mi permette anche di sorridere nel notare la differenza tra scrivere, ad esempio, un documento in italiano e farne la traduzione in inglese: spesso quello in inglese risulta più corto. Emanuela

     
  6. Triskeles

    Condivido ogni singola riga dell’articolo (come di tutti quelli di questo eccezionale sito) e mi fa piacere poter aggiungere la mia esperienza. Sono una docente di Disegno e Storia dell’arte e ho partecipato ad una sperimentazione CLIL (Content and Language Integrated Learning) promossa dall’Ufficio scolastico regionale della Sicilia, lo scorso anno scolastico. Ho insegnato storia dell’arte in inglese (in particolare ho scelto Leonardo e Michelangelo perché erano argomenti del programma) per un modulo di 10 ore agli studenti di una terza classe di Liceo scientifico. Dopo questa esperienza posso dire che trovo queste attività delle vere e proprie aberrazioni. I motivi sono di varia natura, primo tra tutti la forzatura ingiustificabile nel proporre percorsi (già difficili in italiano) in una lingua che gli studenti padroneggiano poco e che io stessa ho difficoltà ad utilizzare fluentemente come un’attività di insegnamento richiederebbe. Ma non perché non conosca bene l’inglese ma per il fatto che spiegare la “linea serpentinata” delle figure di Michelangelo è particolarmente arduo in italiano, figuriamoci in inglese dove non esiste neanche la traduzione di questa espressione! E poi perché mai gli studenti dovrebbero conoscere autori e stili prettamente italiani in inglese??? Magari poteva avere senso occuparsi di pop-art o di altre correnti americane o inglesi ma essendo la pop-art nel programma di quinta non mi è sembrato opportuno fare strani esperimenti con studenti con dovevano affrontare l’esame di stato in italiano… E poi quale livello di inglese utilizzare? All’interno di una classe le capacità degli studenti possono essere molto diverse… usare un inglese di base significa banalizzare i concetti (come poi, purtroppo, è avvenuto), usare un linguaggio complesso significa escludere dalla comprensione 3/4 della classe. Inoltre non esistono materiali pronti sul web, né libri di testo, quindi il docente deve farsi carico di un lavoro enorme di redazione di presentazioni, verifiche, dispense e quant’altro senza, per altro, alcuna incentivazione economica… Gran parte della lezione diventava un lavoro di memorizzazione del nuovo glossario relativo alla pittura, alla scultura e all’architettura, togliendo molto tempo all’analisi delle opere vere e proprie. Allora mi domando: ha senso cercare di insegnare contemporaneamente inglese e storia dell’arte o forse ne risultano svantaggiate entrambe le discipline? Faccio presente che la riforma Gelmini (che prevede lo studio di una disciplina del quinto anno di Liceo in lingua straniera) non prevede compresenza con gli insegnanti di lingua quindi tutto è affidato alle competenze di un docente che ha sempre insegnato altro e che, malgrado certificazioni varie, non avrà mai (a parte poche eccezioni) la scioltezza e il vocabolario di un insegnante di inglese! Insomma, proposta bocciata anche per le scuole superiori. Emanuela

     
  7. barbara

    Salve a tutti/e, Sono d’accordissimo con le perplessità espresse in questo articolo e anche negli ottimi commenti. In ogni paese non anglofono è necessario che l’inglese conviva con la lingua del posto senza minarne il primato, che secondo me è essenziale. L’inglese all’università è un ponte verso altre realtà, ma l’italiano è la riva su cui poggia il ponte. Io mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere a Ca’ Foscari nel 1997 scrivendo, come era d’obbligo allora, la tesi di laurea in inglese (se mi fossi laureata in russo l’avrei dovuta scrivere in russo). Pur parlando bene l’inglese, scrivere la tesi in lingua straniera mi diede la sgadevole sensazione di indossare una maschera. L’argomento era storico, tutte le fonti settecentesche che citavo erano per forza in italiano (gazzette e periodici), e il risultato fu una specie di patchwork italiano-inglese dall’aspetto inesorabilmente posticcio. Per non parlare della lingua straniera come alibi: se il pensiero non risultava abbastanza lucido o incisivo o audace potevo sempre dare la colpa all’inglese. Il mio relatore (ordinario di storia) parlava inglese molto peggio di me, e la discussione si tenne comunque in italiano. Un esperimento interessante mi pare quello intentato qui a Venezia con la Venice International University: un consorzio di università di tutto il mondo (http://www.univiu.org/about-viu/viu-members), tra cui le due veneziane e alcune altre italiane, che offre solo corsi in inglese ma si affianca all’offerta in italiano, non si sostituisce ad essa. La VIU ha un suo campus dove si svolgono tutte le lezioni in inglese, gli studenti sono incoraggiati a partecipare ai corsi tenuti anche da docenti di altri atenei membri, i crediti così maturati sono cumulabili con quelli “normali”, ma la scelta è totalmente facoltativa, rappresenta cioè un’opportunità in più, non un obbligo. Lo stesso vale per i docenti: possono tenere corsi alla VIU, ma non sono obbligati a farlo. Io non ne ho avuto esperienza diretta, ma vista da fuori mi pare una bella iniziativa. Barbara

     
  8. Wallysuper

    Annamaria, nella nostra carriera siamo stati in multinazionali dove la lingua madre era l’Inglese.Era assolutamente naturale e necessario parlare e scrivere bene l’Inglese per lavorare con successo, a volte anche per sopravvivere . Ma non per questo parlavamo Inglese tutti i giorni con i nostri colleghi italiani, pur sapendo che in molti casi avremmo potuto farlo. Se qualcuno l’avesse imposto, lo avremmo considerato un arrogante idiota. Tutto qui: l’obbligo generalizzato a parlare Inglese podurrebbe più disagi e svantaggi che benefici dal punto di vista pratico, senza considerare l’impatto culturale e di immagine per la nostra Università (ce lo immaginiamo un rettore di un università Francese che fa la stessa proposta?)

     
  9. Utente Anonimo

    La diffusione dell’inglese è un’arma a doppio taglio. Da un lato unifica i significati ad un unico codice, dall’altro ne distrugge moltissimi alti, comprese le sfumature. Giusto utilizzarlo a livello di studio/professione come lingua franca, sbagliato, secondo me, implementarlo nel tessuto sociale prescindendo la tradizione (come quella italiana, ricca di sfumature,concetti,significati delicatissimi) del paese. Dall’altro lato, gli inglesi non possono più dire di avere una radice linguistica univoca, non possono più raccontarsi attraverso il modo in cui parlano. L’altra faccia del colonialismo linguistico 😉 Nicolò

     
  10. zadig

    Salve, ho insegnato italiano in Germania ad Amburgo e Berlino…i congiuntivi li dovevo spiegare in tedesco, portavo testi di Natalia Ginzburg e Dario Fo, ma anche fumetti dove l’immagine e le parole aiutavano gli studenti e rendevano la lezione più “leggera”. Mi sono molto divertita, lo rifarei.

     
  11. Utente Anonimo

    Perfetta e di senso molto pratico la disamina che condivido appieno. Lavoro e ho lavorato utilizzando la lingua inglese (che conosco piuttosto bene) soprattutto in aree dell’Europa centrosettentrionale e ho testato quotidianamente i disguidi linguistici di cui Annamaria parla. Non infrequenti le ripercussioni sul lavoro che fra italiani, svedesi, polacchi e tedeschi cercavamo di affrontare. I tempi si allungano un po’, la fatica mentale è maggiore e, se si è persone responsabilmente applicate al lavoro dato, si tende a perdere un po’ in sicurezza, problema abbastanza comune. E’ comunque arricchente perchè si è costretti ad attivare attitudioni cognitive e comunicative diverse . La lingua inglese resta per me la seconda lingua: utile in caso di necessità, di aggiornamenti professionali e di “esportazione” del mio lavoro. In Italia l’italiano, le altre lingue (inglese in testa) per l’affiancamento complementare. Sandra Lasagni

     
  12. pecora

    Che cosa stupida. il mondo scientifico parla già inglese e chi non lo conosce è tagliato fuori da tutte le competizioni più interessanti. Migliorassero le possibilità di fare ricerca, fondi, strumentazioni, forse attrarrebbero qualche cervello. I cervelli, in quanto tali, non sono stupidi e se ne vanno all’estero per mille motivi, non certo perché le lezioni sono in italiano. (E cominciamo a fare un po’ di cinema in lingua, che quello sì, dà molto fastidio agli stranieri: non trovare una scelta di film in lingua originale).

     
  13. pecora

    aggiungo che, chiaramente, è un peccato inutile per la lingua italiana. Ci sono tanti modi per migliorare il livello di inglese della media degli studenti e altrettanti per attirare stranieri nei nostri atenei. La castrazione linguistica non mi sembra uno di quelli. Guardiamo i Francesi come proteggono la loro lingua, eppure quelli che lavorano in ambiti internazionali spesso parlano molto meglio dei luoghi comuni… Credo che chi va in un paese a studiare lo faccia anche per interesse personale verso la cultura di quel posto. A questa stregua si fa prima ad andare in un paese anglofono.

     
  14. TheComma

    Ciao Anna sono laureata in italia da cittadina croata. vantaggio: più largo ventaglio di informazioni, maggiore possibilità di scelta, scambio culturale svantaggi: solo 1 – impiegavo maggior tempo nello studio E oggi…Politecnico dispone di tecnologia avanzata…come la propria rete WiFi. In questo modo diventa facile applicare la traduzione simultanea.

     
  15. kewpie

    Cercherò di essere molto franca.Io penso che questa iniziativa sia importante, perché trasforma in competenza la conoscenza (spesso discutibile e estremamente scolastica degli studenti ) della lingua inglese. Come ricercatrice e come artista mi sono trovata spesso all’estero in circostanze diverse e ho visto le difficoltà di colleghi e amici. Io fortunatamente ho fatto lingue straniere e Accademia di Belle arti, (con un dottorato successivo in retorica) questo mi ha permesso per esempio di frequentare l’Erasmus all’Accademia di Berlino in modo molto attivo perché sapevo l’inglese e il tedesco. Durante numerose conferenze ho potuto confrontarmi in modo proficuo con gruppi di studiosi stranieri, ma ho anche visto molti studiosi con paper molto interessanti, che non riuscivano a discutere liberamente una volta terminata la presentazione. Il modo in cui ti esprimi in lingua inglese (in particolare) con cui ti presenti all’estero diventa, volente o nolente, (a ragione o a torto) parte dell’immagine che dai di te e se la tua competenza è bassa, diventa basso anche il livello di ascolto e di attenzione che ricevi. Dal punto di vista didattico penso che l’approccio universitario debba fare per così dire “la differenza”. Non deve cioè diventare una sorta di Civiltà in lingua inglese o peggio ancora una disciplina insegnata in un inglese stentato. Questo richiede quindi una duplice competenza “reale” del docente che deve sapere bene l’inglese e la disciplina che insegna. Potrà sembrare ovvio, ma nella Scuola Secondaria di Secondo Grado il così detto CLIL (content integrated language learning) sta diventando spesso un ibrido infelice, dove si rischia di non approfondire la lingua e di edulcorare lo studio della disciplina in lingua. Io insegno da alcuni anni “Arte in Inglese” all’Accademia DI Belle Arti e anche “Linguaggio della Pubblicità e copywriting” sia in Italiano che in Inglese. Ho poi insegnato Letteratura Inglese e Tedesca nella Scuola Secondaria di Secondo Grado. Innanzitutto cerco di non adottare le metodologie tradizionali, ma di utilizzare un metodo RETORICO-ARGOMENTATIVO dove fornisco un codice al contempo della disciplina e un linguaggio specifico in lingua inglese, con anche svariati prestiti dal Latino, fornendo un approccio che da un lato favorisce lo studente italiano per tentare di comunicare immediatamente e dall’altro marca lo studio contemporaneo con un legame con la tradizione aristotelica. Va inoltre ovviamente promossa una lezione maggiormente interattiva e partecipativa, che a mio parere può essere applicata anche a classi numerose, nella misura in cui non diventi discussione libera, ma analisi metodologica che fa capo ad un modello applicativo. L’insegnamento dovrebbe fare prevalere ascolto e produzione orale, perché queste competenze sono assolutamente sottovalutate nel percorso scolastico precedente, troppo concentrato all’approccio grammaticale e funzionale, fuori da un contesto patetico e di passioni personali. Le difficoltà indubbiamente ci sono, ma se si creano anche team di ricerca in proposito potrebbe essere una scommessa valida e stimolo sicuro per gli studenti stranieri, che spesso per esempio per quanto riguarda quelli di lingua inglese, sono molto pigri nel valutare lo studio di un’altra lingua, perché ormai viziati dalla estrema diffusione della loro lingua madre. (sempre a ragione o a torto, ma tende ad essere così)

     
  16. Utente Anonimo

    Io ho un’esperienza di studio e di lavoro in tedesco, vissuta in Germania. Tengo a precisare che, per esprimersi e comunicare in modo significativo e proficuo in un’altra lingua, occorre immergersi e padroneggiare anche la cultura di riferimento. Parlare un’altra lingua sul luogo di lavoro ha significato per me rimodellare la mia identità culturale: ho avvertito questo compito come necessario per poter entrare in comunicazione con i miei interlocutori tedeschi. Certo, l’inglese è una lingua universale, parlata da persone di tutte le culture e provenienti da tutte le parti del mondo. Io non sono di principio contraria al fatto che scuole e università rendano obbligatori dei corsi in inglese: non capisco, però, la necessità di eliminare completamente la lingua italiana. Si potrebbe optare per la compresenza delle due lingue: alcuni corsi potrebbero svolgers in italiano, altri invece in inglese. Anna Maggi

     
  17. Utente Anonimo

    Buongiorno a tutti! Sono un ex studente del Politecnico e trovo tutta questa vicenda più un’operazione di marketing per attrarre studenti stranieri che un’efficace strumento per aumentare la qualità del percorso formativo. Il mio è un ragionamento strettamente legato alla funzionalità; in una situazione in cui la comunicazione professore-studente viene impoverita per mediazioni (e semplificazioni) linguistiche, la qualità dell’apprendimento precipita. Bisogna assolutamente separare l’insegnamento delle competenze tecniche dall’insegnamento delle competenze linguistiche per ottenere il massimo della qualità. Validi professori con scarse competenze linguistiche, ma eccellenti competenze, sarebbero tagliati fuori, con notevole perdita di qualità politecnica. Come sempre il giusto starebbe nel mezzo, evitando la completa castrazione linguistica delle specialistiche e potenziando invece strumenti già esistenti, come le esperienze Erasmus, e i corsi di lingua straniera a scelta. Un ulteriore miglioramento sarebbe comunque l’affiancamento alle lezioni italiane di seminari con docenti e professionisti internazionali, arricchendo così l’offerta piuttosto che omologarla. Alessio Sabbadini

     
  18. Luca

    Condivido nella sostanza le perplessità. Credo che formarsi prevalentemente nella propria lingua sia più efficace e che l’italiano porti con sè delle sofisticazioni che aiutano a sviluppare alcune specificità positive della cultura italiana. Tuttavia credo che l’utilizzo forzato dell’inglese, in qualche misura da determinare, sia molto utile, pur per un sottoinsieme degli scopi indicati dall’ottimo (così lo ricordo) prof. Azzone. La mia esperienza in una multinazionale tedesca, raffrontata alle alre in Italia, mi dice che la naturale semplicità dell’inglese (per lo meno di quello che viene utilizzato in quei contesti e da quelle persone) costringe a quella chiarezza di pensiero che è uno dei mantra degli insegnamenti di Annamaria (e di molti altri che si occupano di comunicazione). La nostra cultura, nella sua ricchezza, con la sua tendenza all’astrazione, alla sottigliezza e alla perifrasi, unita alla tipica sciatteria e pseudo-pragmatismo che impera nei luoghi di lavoro, produce effetti tremendamente disgustosi. Non buttiamo la nostra cultura un po’ sofisticata: è l’unico differenziale positivo che possiamo spendere nel mondo. Manteniamola prevalente. Ma facciamo vedere a tutti che altrove c’è anche un altro modo di fare, di parlare e di pensare.

     
  19. Fiamma Tortoli

    Più che le petizioni di principio conta il risultato, ovvero la qualità del risultato. Specie quando si tratta di specialistiche in ambito scientifico e tecnico, la capacità di espressione e comuncazione in inglese è uno standard ed è una assoluta necessità saper parlare, scrivere e capire in inglese, in qualunque azienda, anche piccola. Sarebbe importante abituare sia a studiare direttamente su testi in inglese che allenare anche gli studenti a seguire corsi specialistici direttamente in lingua, magari appunto con insegnanti madrelingua. Bisognerebbe cioè che ci fosse più apertura e più scambio anche tra docenti con le altre università. Invece purtroppo mi sembra che ancora il mondo accademico, in generale, sia non solo molto chiuso e arroccato sulle proprie posizioni di privilegio di casta (vedi i concorsi che sono “chiusi” verso gli “esterni” anche eccellenti, che non siano però amici, parenti o amici di amici con voto di scambio tra colleghi: una volta al tuo candidato, una volta al mio), ma anche abbastanza impermiabile a questo tipo di apertura mentale. E che questo non possa che andare a scapito della qualità della ricerca e dell’insegnamento. Se le università italiane invece fossero attrative per studiosi e cervelli stranieri in termini di offerta, di qualità e di “permeabilità”, la soluzione del problema linguistico sarebbe naturale. Nessuna università straniera di livello e di prestigio ha preclusioni ad accogliere ricercatori e studiosi italiani quando il curriculum è di livello. Forse sarà per questo che ci sono tanti italiani persino a capo di strutture di grande levatura internazionale un po’ in tutto il mondo. Non mi risulta che questo avvenga altrettanto in Italia, purtroppo. Non mi risultano dirigenti, professori e cariche istituzionali con nomi stranieri. Da noi gli stranieri sono gli “extracomunitari”, gente buona per fare i badanti, i muratori o i raccoglitori di pomodori. Questa è la verità. Vorrei sapere quanti sono i docenti stranieri che insegnano o fanno corsi nelle nostre università. Questo tipo di approccio risulterebbe davvero significativo per permettere alle persone di padroneggiare altre lingue incoraggiandole anche a uno scambio che non sia a senso unico. L’inglese si è imposta come lingua franca perché ha permesso la comunicazione tra persone di decine di nazionalità diverse che si trovano a lavorare insieme, non perché in ogni paese sia arrivato un rettore a imporre l’inglese piuttosto che la propria. Per questo condivido l’opinione di Alessio. L’operazione mi sembra più di “forma” che di sostanza, perché invece di affrontare il problema alla radice, si preferisce lasciare tutto com’è e intervenire su un aspetto a valle che non incide né sul sistema né sulle cause, e pertanto dovrebbe essere appunto imposto d’ “autorità”. Il problema non è la lingua, ma la comunicazione.

     
  20. Utente Anonimo

    Ho intervistato un mio amico prof al politecnico. Mi ha detto che quest’anno aveva iniziato un corso per laurea di II livello con 50 studenti, di cui 5 stranieri, in inglese (è un buon parlatore, frequenta da anni congressi ecc scrive e parla in inglese continuamente ecc). Dopo una settimana una delegazione di studenti gli ha chiesto di fare il corso in italiano. Fine dell’esperimento. E’ evidente che non puoi insegnare in inglese a studenti che non lo padroneggiano. Quindi, se decisone deve essere presa deve tenere conto della gradualità necessaria e mettere in pista tutti gli strumenti del caso. Per le altre questioni “linguistiche” (cultura, preservazione della lingua ecc) lascerei perdere. Tutti quelli che hanno lavorato in multinazionali o università tecniche estere sanno benissimo che l’inglese è uno strumento insuperabile per meetings, papers, speaches, per illustrare budget e consuntivi, per presentare progetti e così via. La verbosità del’italiano e del francese, per non parlare dei documenti in tedesco con 500 parole composte di 30 lettere sono mortali. Ho visto nel corso degli anni i tedeschi parlare sempre meglio l’inglese, gli olandesi confermarsi poliglotti naturali, i francesi continuare a tentare di commentare in francese ma poi arrendersi,i nordici cavarsela benissimo in inglese, mentre inglesi e americani continuano a non spiccicare una parola in altre lingue. Ai tempi di Roma l’impero obbligava di fatto e credo anche di diritto all’uso del latino tutte le popolazioni sottoposte, ma i romani nel contempo accoglievano con interesse la lingua, le credenze, gli usi e i costumi degli stessi (era chic parlare greco!). In Francia molti anni fa (ai tempi del defi americain) dei buontemponi decisero di francesizzare la terminologia del tennis: per esempio il tie break lo battezzarono jeux decisif e tutto il mondo rise. Peraltro al Roland Garros continuano imperterriti a dire filet e non net quando la palla tocca il nastro. Amen Noi in Italia avevamo già dato il peggio durante il fascismo boicottando l’orrido inglese e italianizzando tutte le parole straniere con effetti esilaranti; e nel frattempo cancellavamo scritte e cartelli in tedesco in tutto l’Alto Adige (che oggi si vendica non mettendo spesso indicazioni in italiano). Per concludere, la competenza linguistica italica è generalmente molto scarsa, salvo le solite eccellenze. Se la decisione del politecnico servisse da start per cominciare a discutere del problema di come insegnare seriamente e da subito lingue straniere, io dico: good job! MW

     
  21. wc

    QUALSIASI SCUOLA PURCHE’ NON CI SIA INGLESE All’esame di terza media, l’insegnante di inglese mi ha lasciato libera scelta nelle superiori con il consiglio di evitare quelle dove c’era l’inglese. (adesso, sulla pelle di mio figlio, so che probabilmente si trattava anche per me di dislessia) Devo a questo suggerimento la mia carriera formativa e lavorativa (liceo Artistico, Università di Architettura e ISIA). Ora, oltre alla professione insegno in una scuola a livello universitario, ed ho studenti italiani e stranieri (americani, svedesi, cinesi, macedoni, ecc) Le lezioni più brillanti naturalmente le faccio in italiano (che tutti gli studenti devono in parte sapere) e a volte duplico la spiegazione in inglese, semplificando per carenze personali il lessico utilizzato. La parte espressiva tramite immagini, disegni, schizzi ecc compensa la mia scarsa qualità linguistica ottenendo a volte migliori risultati dagli studenti che capiscono meno (magari perchè prendono solo il nocciolo!) walter

     
  22. annamaria

    Un GRAZIE davvero speciale a tutti coloro che hanno arricchito sostanzialmente questo post con commenti appassionati, consistenti ed esperti. Aggiungendo il valore di punti di vista nuovi e diversi, di esperienze interessanti, di argomentazioni fondate Un piacere, leggere tutto quanto. Ma non solo: mi auguro che il tema, oggi ripreso nel blog di Giovanna Cosenza, continui a girare. E che il contributo della rete venga preso in considerazione.

     
  23. Utente Anonimo

    Aggiungo ancora una cosa: sta a ciascuno di noi migliorare il proprio curriculum e il modo di presentate il proprio lavoro: in questo senso, la comunicazione è fondamentale, e lo è sapersi esprimere. Chi guarda all’estero, per ragioni personali o professionali, oggi è tenuto a fare uno sforzo linguistico, e l’inglese è la base di questo percorso. Non saperlo, una grave lacuna. Ma la soluzione non è fare passi all’indietro sull’Italiano, lingua da difendere e conoscere. Io vivo fuori dal mondo scientifico, ma so per esperienza (mio padre ha insegnato fisica per 40 anni alla Statale e legge Joyce in inglese) che non si può pensare di farne a meno. Rimbocchiamoci le mani, e incrementiamo la conoscenza, senza dimenticare nemmeno un punto e virgola di quello che è già nostro.

     
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