A Milano, qualche giorno fa, per sentire Umberto Eco ed Eva Canterella parlare di Ipazia c’era una lunghissima coda di persone. Canterella ricorda che né la civiltà greca, né quella romana, né quella cristiana riconoscono alle donne il diritto al Lògos, la parola: Ipazia le contraddice e finisce squartata. Eco racconta che quasi mille anni dopo, nel tredicesimo secolo, le cose non sono cambiate: Bettisia Gozzadini, la prima donna a insegnare in un’università, deve andare in aula velata (fra l’altro: l’articolo di Eco si trova in enciclopedia delle donne, una recente iniziativa che mi  fa piacere segnalarvi).
Non lo si può negare: il contributo femminile alla creatività è stato, fino ad anni recenti, limitato, e la creatività delle donne si è espressa in chiave minore, a parte alcune eccezioni fulgide. Ma il motivo non è, come troppi continuano a pensare, l’inadeguatezza del cervello femminile, che è sì più piccolo, ma anche più compatto, e con emisferi più interconnessi. Fino a ieri, piuttosto, e ancora oggi nei paesi in via di sviluppo, le donne hanno avuto un accesso all’istruzione scarso, e sempre inferiore agli uomini. E le attese sociali nei loro confronti sono da sempre riduttive (nei paesi sviluppati, fino a ieri l’altro. Nei paesi in via di sviluppo, tuttora). Così come da sempre sono stati minori o inesistenti i sistemi di opportunità, prima fra tutte l’opportunità di andare a scuola e imparare. Ma senza istruzione, lo sappiamo, non c’è creatività. Oggi nei paesi sviluppati, e anche in Italia, non è più così. E non è più cosi per la prima volta nella storia. La creatività delle donne, finalmente, può cominciare a esprimersi.

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