Ipazia, la creatività delle donne e l'istruzione femminile

A Milano, qualche giorno fa, per sentire Umberto Eco ed Eva Canterella parlare di Ipazia c’era una lunghissima coda di persone. Canterella ricorda che né la civiltà greca, né quella romana, né quella cristiana riconoscono alle donne il diritto al Lògos, la parola: Ipazia le contraddice e finisce squartata. Eco racconta che quasi mille anni dopo, nel tredicesimo secolo, le cose non sono cambiate: Bettisia Gozzadini, la prima donna a insegnare in un’università, deve andare in aula velata (fra l’altro: l’articolo di Eco si trova in enciclopedia delle donne, una recente iniziativa che mi  fa piacere segnalarvi).
Non lo si può negare: il contributo femminile alla creatività è stato, fino ad anni recenti, limitato, e la creatività delle donne si è espressa in chiave minore, a parte alcune eccezioni fulgide. Ma il motivo non è, come troppi continuano a pensare, l’inadeguatezza del cervello femminile, che è sì più piccolo, ma anche più compatto, e con emisferi più interconnessi. Fino a ieri, piuttosto, e ancora oggi nei paesi in via di sviluppo, le donne hanno avuto un accesso all’istruzione scarso, e sempre inferiore agli uomini. E le attese sociali nei loro confronti sono da sempre riduttive (nei paesi sviluppati, fino a ieri l’altro. Nei paesi in via di sviluppo, tuttora). Così come da sempre sono stati minori o inesistenti i sistemi di opportunità, prima fra tutte l’opportunità di andare a scuola e imparare. Ma senza istruzione, lo sappiamo, non c’è creatività. Oggi nei paesi sviluppati, e anche in Italia, non è più così. E non è più cosi per la prima volta nella storia. La creatività delle donne, finalmente, può cominciare a esprimersi.

24 Commenti a Ipazia, la creatività delle donne e l’istruzione femminile

  1. Utente Anonimo

    Dire che la civiltà cristiana non ha mai riconosciuto il logos alla donna mi sembra quantomeno opinabile. Basti pensare al grande numero di sante e la figura di Maria stessa nella Chiesa cattolica. Opinabile anche il fatto di buttare in un unico calderone venti secoli di storia per dare forma forzata ad un’opinione senza tener conto dei contesti storici. Dispiace vedere la caratterizzazione che il battage di questo film sta avendo, che banalmente aggregato in un odierno clima relativista. Eppure di battaglie per la donna reali e concrete ce ne sarebbero oggi, ed anche molto evidenti, se si pensa a cosa succede nel Medio Oriente o in Africa o allo sfruttamento delle ragazze che vengono buttate sulle strade. Chissa se Cardini, Eco, Canterella e compagnia faranno un dibattito anche su questo?

     
  2. annamaria

    UH, PER CARITA’… … caro Anonimo: ho riportato in sintesi il parere (che, per inciso, condivido: non è però questo il tema) di una studiosa autorevole, ma mi auguro che non si scateni un dibattito furibondo sul ruolo delle donne nella chiesa cattolica. Non è questa la sede, in primo luogo. E si tratta di un dibattito dagli sviluppi del tutto scontati. Nel senso che comincia ricordando le discussioni sul fatto che le donne abbiano o meno un’anima, passa per i roghi delle streghe e finisce con le posizioni più recenti sulla sessualità femminile. Per altro anche l’Islam valorizza la figura della madre di Gesù, ma è piuttosto difficile sostenere che questo indichi una propensione a valorizzare anche il pensiero e il ruolo femminile. Ripeto: per carità… Vorrei anche evitare l’altra trappola sterile, quella del benaltrismo. Ieri sulla stampa quotidiana era riportata la notizia di un avvelenamento talebano ai danni di una classe femminile. E’ una storia spaventosa. Che non cancella, però, altre storie spaventose. Il tema che sto proponendo riguarda: a) lo scarso contributo storico delle donne alla creatività b) il fatto che questo derivi da un negato accesso all’istruzione c) il fatto che oggi (ripeto: per la prima volta nella storia) le donne, almeno nei paesi sviluppati, siano mediamente più istruite degli uomini. Credo che, per un piccolo sito che cerca civilmente di occuparsi di creatività e futuro, sarebbe interessante sviluppare questo argomento. Sul quale ci sarebbe molto da dire e non si è, fino ad oggi, ragionato più che tanto.

     
  3. Laura Bonaguro

    Il mio navigare mi ha portato ad imbattermi qualche settimana fa in uno scambio sul tema delle donne, dello stereotipo imperante e della voglia di rinnovare modelli e riferimenti (come con NeU in “Donne: ricostruire un immaginario”). Ho perciò appena acquistato: Donne che corrono con i lupi, di Clarissa Pinkola Estés, un testo un po’ contorto e complesso, che mi ero persa, suggeritomi dalla mia interlocutrice sul web. Il commento di lei sul quale mi sono soffermata è stato: ” Ci rimanda ai miti e alle fiabe, guide formidabili, non a caso le religioni si affidano alle ‘parabole’, per indicarci quanto sia complicato vivere in un mondo affollato da predatori (Barbablù docet) e da situazioni-limite per una donna che non ha imparato – perchè non le è stato insegnato – a riconoscerle tali, ad aguzzare la vista e a difendersi, e vive assoggettandosi – depressa, confusa, imbavagliata, affannata – arrancando in un mondo che non le concede spazi nè voci se non a condizione che, al momento opportuno, sappia stare ‘a cuccia’. – Così come tante donne prima e dopo di me, ho vissuto la mia vita come una creatura travestita. Come amiche e parenti prima di me, mi sono pavoneggiata barcollando sui tacchi a spillo e ho indossato l’abito buono e il cappello per andare in chiesa. Ma la mia favolosa coda spesso spuntava sotto l’orlo, e le orecchie si contraevano tanto da farmi ricadere il cappello sugli occhi, o da farlo volare nella stanza. (pag. XIV) – Interessante scoprire che mediamente oggi nei paesi sviluppati le donne sono più istruite degli uomini. In particolare perché questo dato viaggia parallelamente con una situazione di degrado dei modelli culturali di riferimento soprattutto femminili. Viene da chiedersi se i due dati abbiano pesi comunicativi così diversi da giustificare esiti tanto contradditori in termini non proprio di riflessione quanto di presenza effettiva e contributiva da parte delle donne. Mi chiedo: è sufficiente l’accesso all’istruzione per seminare un percorso culturale nuovo per l’universo femminile? Sarà questa la chiave d’accesso ad una visibilità maggiore che porti ad un contributo creativo più importante da parte delle donne? Nel mio piccolo lavorativo noto un potenziale femminile notevole, un’aggregazione ricca e piena di sviluppi, un diverso modo di relazionarsi e di porre questioni. La banalizazzione, quando è dietro l’angolo, è opera di quegli individui (quindi uomini ma anche donne) che intende rimanere nell’antico gioco dei ruoli. Insomma, c’è sempre un presidente e una moglie sulla quale osservare il colore e l’altezza delle scarpe. Non saprei, ditemi che mi sbaglio e che sto guardando male…

     
  4. gabri

    Avevo cercato di dimostrare la creatività della donna nelle prime età facendo una ricerca sulla tessitura afro; ma, accidenti, le donne filavano e gli uomini tessevano! Ho pensato, come Laura, di citare Pinkola Estes (” Il maneggiare pigmenti e tele, o frammenti di pittura, è una prova dell’esistenza?”), ma non è una testimonianza scientifica. Piuttosto interessante è che il fondatore di Wikipedia abbia applicato il sistema del book a più mani di Maria Montessori ( sua madre, là in Alabama, era maestra montessoriana) e, partendo da questo metodo, abbia creato quell’originale e formidabile strumento di consultazione. L’istruzione in questo caso ha pagato. Ma che la donna sappia esprimere creatività, oggi è incontestabile e non è necessario provarlo. Ricavo una certa soddisfazione dal fatto che nella mia regione le laureate sono quasi il doppio dei laureati, ma nel contempo mi spiace che i maschi siano rimasti indietro (forza,ragazzi). Nella Scuola di Atene Raffaello raffigurò Ipazia o Francesco Maria della Rovere? Io propendo per Ipazia, perché Francesco Maria era un tipo barbuto e dai tratti virili, per nulla somigliante alla soave creatura che compare nel dipinto. @Utente aninimo del post 1. Da tempo ho rinunciato a discutere la vexata questio della valorizzazione della donna nel cristianesimo. Bisogna starci dentro alla nostra religione per capire la grande occasione di promozione umana che la donna può cogliere. Si dice che ci siano altre strade per arrivare a questo. Meglio, chiunque lavori per la liberazione della persona è un naturale alleato: che importa da dove nasce questa scelta?

     
  5. Utente Anonimo

    UH PER CARITA’, nessun dibattito furibondo. Tutto in punta di piedi come si conviene 🙂 e politically correct. E’ evidente però che in giro i toni sul film non sono questi. Inoltre visto che si parte da Ipazia per la valutazione della creatività della donna e il suo contributo nella storia, il commento c’entrava tutto. Il dibattito invece non avrebbe nulla di scontato, se affrontato nella maniera giusta e senza preconcetti. Anzi……… Mi fermo qui. Comunque quello che tu chiami benaltrismo è solo la realtà che urla qualcosa di diverso. Ciao Vittorio (ex anonimo, mi era solo scattato il click)

     
  6. annamaria

    DONNE CHE CORRONO… Merita di essere letta la bellissima storia familiare che Luisa Carrada racconta a commento del tema di cui stiamo parlando. Mia madre aveva fatto le scuole di avviamento professionale. A quindici anni, in tempo di guerra, era l’unica in famiglia a lavorare perché i suoi genitori, che facevano i portinai, avevano perso insieme casa e lavoro per via dei bombardamenti su Milano. La nonna materna ha cominciato a lavorare a otto anni, dopo soli due anni di scuola elementare: incollava scatole di fiammiferi alla Saffa, in piedi per dieci ore su uno sgabello perché era così piccola che non riusciva a raggiungere il bancone. Credo che le precedenti generazioni femminili fossero tutte analfabete – erano famiglie di contadini e pescatori sul fiume Ticino, dalle parti di Magenta – e quindi io sono con ogni probabilità la prima donna della mia famiglia ad aver avuto l’opportunità di studiare. Tutte le volte che ci penso, ho l’impressione che questo fatto – anzi, questa fortuna – si porti dietro qualche tipo di responsabilità. Oggi è difficile rendersi conto di quanto apparisse strano, difficile, controverso, improprio, sospetto e pericoloso lo studio femminile fino all’altro ieri, anche nelle famiglie abbienti. Montessori, la grandissima innovatrice il cui contributo oggi in Italia è da troppi dimenticato, studia medicina contro il volere dei genitori. Ancora tra le due guerre, sia in Italia che all’estero, l’accesso a certe facoltà universitarie e specializzazioni non è previsto per le donne: Rosalind Franklin, il cui contributo è fondamentale (e misconosciuto) per la scoperta del DNA, frequenta Cambridge ma non può ricevere la laurea perché non è previsto che le donne possano avere quel titolo di studio. E… certo, Vittorio, la realtà urla sempre tante cose insieme. Ma nel gran baccano caotico della cronaca (oggi, per esempio, si sentono provenire spaventosi scricchiolii dalle parti della Grecia) si rischia di non sentire più il basso continuo di fenomeni antichi e strutturali, la cui esistenza però incide profondamente sulle vite di tutti noi. Forse è anche questa disattenzione da eccesso di rumore a far sì che oggi molte donne, giovani e meno giovani, non si accorgano della portata epocale di una conquista -l’accesso allo studio- che è recente, importante, non ancora condivisa nel mondo. E accettino il fatto che per affermarsi sia ancora necessario corrispondere a stereotipi invecchiati. E magari ricorrere all’espediente più antico del mondo, quello connesso con l’unico mestiere il cui accesso, alle donne, non è mai stato nei fatti (e non nelle dichiarazioni) negato.

     
  7. Utente Anonimo

    Annamaria, capisco quello che dici. Il tema che proponi è importante. Non amo il legame con Ipazia (non la persona intendo ma come viene usata)e relativi risvegli culturali a seguito (di Ipazia ne parlò anche Luzi in tempi non sospetti e senza vizi ideologici). Premessa importante perchè altrimenti si rischia di piegare tutto il ragionamento all’opinione corrente. Detto questo chiudo il capitolo Ipazia. A 70 anni mia nonna si segnò alle scuole serali per imparare a leggere, ma mia madre diventò maestra già dopo le magistrali. Sia mio nonno che mia nonna erano consapevoli dell’istruzione pur facendo i contadini. La passione di mia madre è stata ribaltata sulla mia famiglia e a mia volta mi auguro che anch’io riesca a fare lo stesso con mia figlia e mio figlio. Crescita culturale e di cuore. Così, dal risolvere il problema della Grecia, al discutere sobriamente anche da punti diversi, al fondamentale ruolo della donna, alla fine c’è una sola cosa che fa da colla, incide e ci fa essere attenti agli altri. Non è la legge, non è la norma, non è la regola e forse nemmeno il limite culturale. Ma tu Annamaria lo sai bene cos’è vero? Ciao e grazie della bella discussione Vittorio

     
  8. Utente Anonimo

    E noi poveri pirla non lo sapremo mai bene cos’è?

     
  9. gabri

    Utente n. 8, è una domanda? Vuoi rischiare davvero una risposta? Ipazia, se è vera la sua storia (e anche se non fosse vera, ci saranno state altre donne trattate così, non se ne può dubitare), è una martire della libertà di ricerca in generale e delle donne in particolare: merita il nostro ricordo per la sua testimonianza, aldilà di ogni pretestuosa interpretazione, e la riflessione sui suoi casi ci deve rendere vigili nei confronti di ogni fondamentalismo. Perché sono convinta che i fanatici e i prepotenti, anche se credono di essere di parrocchie diverse, in realtà sono tutti uguali.

     
  10. Utente Anonimo

    L’Italia è immersa in un clima misogino: non è un’esagerazione. Quel clima che contribuisce a considerare di successo un solo modello femminile: quello della strappona televisiva. Sconvolta da un paio di articoli che un certo Massimo Fini ha pubblicato sul Fatto Quotidiano ho cercato per giorni conforto nei vari forum che discutevano di quegli articoli. Ne sono uscita molto peggio di prima. è ora di fare qualcosa, ma onestamente non so da dove devo cominciare. Quando mi sento rispondere ‘tanto siete tutte uguali, tutte migno… , come dicono a Roma, mi scoraggio. Eppure non si possono lasciar perdere certe cretinate: la stupidità è molto pericolosa. Non bisognerebbe mai sottovalutarla. Basta ripensare alla sufficienza con cui è stata trattata la lega nord. Gimy

     
  11. Utente Anonimo

    Come al solito, tirate fuori una caterva di argomenti e spunti…uff! 🙂 Comunque nelle periferie estreme dove mi conduce il mio pensiero laterale (e purtroppo non ancora tangente, pardon) ho fatto Ipazia istruzione creatività 15 secoli circa= http://www.economist.com/printedition/displayStory.cfm?Story_ID=15174489

     
  12. Utente Anonimo

    ed ancora, donne e cretività: al di là dell’istruzione, non è forse una relazione che va a farsi benedire nel momento in cui bisogna occuparsi di quotidianità estremamente prosaiche e ‘fisiche’? Eleonora (sempre fuori tema, anziché no…)

     
  13. wc

    FAVOLA DI VENEZIA (Sirat Al_Bunduqiyyah) Mi sono ricordato di dove avevo già incontrato il nome di Hipatia in una avventurosa storia per le calli Veneziane di Corto Maltese, dove Hugo Pratt fa incontrare Corto con questa splendida donna e rievoca con lei attraverso il suo nome le antiche origini della filosofa Neoplatonica. Non ho mai dubitato sulla diversa ma altrettanto capace creatività femminile, e concordo con Annamaria che oggi, con le maggiori possibilità culturali e formative a cui hanno accesso le donne, almeno nella nostra società, queste contribuiscano in maniera evidente alla crescita eal benessere di tutti. In Italia, dove tutto sembra ingessato e omologato sempre verso il basso, il ruolo della donna nella sua rappresentazione televisiva principalmente la schiaccia in un modello alienato e di second’ordine, privilegiando curve e silicone. Senza indicare esempi precisi, tutte quelle donne che resistono a questo modello dominante, che si ingegnano nello studio e nel lavoro, nelle professioni, oltre a sobbarcarsi già il pesante carico degli impegni familiari e di cura e gestione dei figli, nel disinteresse pubblico e scarso o nullo sostegno e aiuto sociale, già dimostrano ampiamente nel loro quotidiano enormi doti creative. walter

     
  14. gabri

    Caro (siete d’accordo?), caro Walter! Ma bisogna tener presente la domanda di Eleonora.

     
  15. Laura Bonaguro

    Caro, caro Walter anche da parte mia! Proprio un’oretta fa circa ho assistito alla pubblicità pi+ sotto su SKY, sono andata a cercarla on line per raccontarvela, ecco qui da google: Tepa Sport e Obweb on air su Sky Sport Tepa Sport torna in comunicazione con Obweb, che firma una campagna in onda sui canali Sky Sport fino al prossimo 5 maggio. Lo spot, realizzato dall’agenzia di Milano con illustrazioni di D.Lanza, utilizza la tecnica originale di interazione tra il creatore e i personaggi, che vengono trascinati, disegnati e cancellati in diretta sul video. Lo stile e la storia continua nella seconda puntata in cui, in soli 10 secondi, il nostro personaggio Tepa tenta di sedurre una altezzosa femmina, ma nonostante i sorrisi e l’intervento della mano creatrice che lo veste non riesce ad attirarne l’attenzione. La svolta è immediata, allo schiocco delle dita compaiono delle fiammanti Tepa modello Gran Torino che lasciano stupita la ragazza che non contiene l’emozione, l’amore e l’eccitazione. Il protagonista a questo punto ringrazia a suo modo la Tepa, mostrando un cartello che evidenzia il gioco di parole ‘+ Topa x tutti’, prontamente corretto in ‘+ Tepa x tutti’. Mi chiedo: c’è un modo (che non sia astenersi da SKY) per comunicare quanto cattivo gusto (secondo me, ovviamente, così non ledo libertà di nessuno) ci viene propinato senza poter rispondere? Come faccio ad esprimere la volontà di non volerla guardare una simile reclame – alle 8 di sera poi – o perlomeno ricevere uno strumnto di voto ed esprimere tutta la mia compassione?

     
  16. annamaria

    IL GIURI’ – ISTRUZIONI PER L’USO Una delle cose che in Italia funzionano bene e in tempi rapidi è l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria, al cui Comitato di controllo i consumatori possono segnalare campagne che contraddicono il codice di autodisciplina. Il quale censura sia la pubblicità ingannevole che quella che viola, fra gli altri, questi articoli: Art. 9 – Violenza, volgarità, indecenza La comunicazione commerciale non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale o tali che, secondo il gusto e la sensibilità dei consumatori, debbano ritenersi indecenti, volgari o ripugnanti. Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose. Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione. Art. 11 – Bambini e adolescenti Una cura particolare deve essere posta nei messaggi che si rivolgono ai bambini e agli adolescenti o che possono essere da loro ricevuti. Questi messaggi non devono contenere nulla che possa danneggiarli psichicamente, moralmente o fisicamente e non devono inoltre abusare della loro naturale credulità o mancanza di esperienza, o del loro senso di lealtà. In particolare questa comunicazione commerciale non deve indurre a: violare norme di comportamento sociale generalmente accettate; compiere azioni o esporsi a situazioni pericolose; ritenere che il mancato possesso del prodotto oggetto della comunicazione significhi inferiorità, oppure mancato assolvimento dei loro compiti da parte dei genitori; sminuire il ruolo dei genitori e di altri educatori nel fornire valide indicazioni dietetiche; adottare l’abitudine a comportamenti alimentari non equilibrati, o trascurare l’esigenza di seguire uno stile di vita sano; sollecitare altre persone all’acquisto del prodotto oggetto della comunicazione. L’impiego di bambini e adolescenti nella comunicazione deve evitare ogni abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani. Se la segnalazione viene ritenuta fondata, la campagna viene bloccata in tempi molto rapidi. Credo che un controllo attento da parte del pubblico possa aiutare l’intero sistema delle comunicazione a migliorarsi. Funziona invece meno bene la scelta di criticare sui media una campagna che si ritiene lesiva, o offensiva, o scorretta. Comunque, parlandone, si accresce l’attenzione attorno al prodotto, e si moltiplicano gli effetti dello stanziamento almeno in termini di visibilità e notorietà. Purtroppo a volte alcune campagne sembrano prodotte con l’esclusiva intenzione di suscitare eco mediatica. Un modo efficace per smontare questo meccanismo perverso è una segnalazione tempestiva. E silenziosa. 😉

     
  17. Laura Bonaguro

    Annamaria: “… Purtroppo a volte alcune campagne sembrano prodotte con l’esclusiva intenzione di suscitare eco mediatica. Un modo efficace per smontare questo meccanismo perverso è una segnalazione tempestiva. E silenziosa. ;)” Vero, grazie! Purtroppo a volte si è talmente abituati a parlare per farsi sentire che ci si dimentica di riflettere sull’approccio adeguato… 🙂

     
  18. Graziano

    Off topic, lo so, ma spero scuserete… Inserisco un post con un’idea precisa, che vi lancio. C’è, a mio parere, solo un obiettivo, vero, grande, da porsi. Pensare dei meccanismi capaci di costruire una politica intesa come sacrificio, sofferenza, abnegazione, servizio. Dimenticare il resto e lavorare su questo obiettivo senza aggiungere personali considerazioni, raccontini, distinzioni, se e ma. Questo è, per me, il grande compito che ci attende (scrivo “ci” perchè noi tutti possiamo avere un grande ruolo, ricordate la forza della rete…), nei prossimi mesi e se non ce la facciamo, o facciamo altro, non ne usciamo più da questa tremenda situazione.

     
  19. annamaria

    QUESTIONI DI METODO Capisco il punto di Graziano, l’esigenza forte di cambiare le cose, e anche una specie di insofferenza nei confronti di un apparente “parlar d’altro”. Credo però che sacrificio, sofferenza, abnegazione e servizio siano modalità, o mezzi, e non fini. Mi spiego: il sacrificio in sé difficilmente si pone come obiettivo (e soprattutto come obiettivo capace di raccogliere consenso sufficiente), mentre può essere visto come strumento necessario per promuovere obiettivi importanti e imprescindibili. Così importanti e necessari che vale la pena di sacrificarsi per raggiungerli. E attorno al cui conseguimento si può sperare di raccogliere consenso. Costruire un paese moderno e un modello di sviluppo equilibrato, rispettoso delle persone, proiettato nel futuro, per esempio. Ma a questo riguardo il problema, diceva di recente Vendola, è, prima ancora che politico, culturale. Per questo costruire giorno dopo giorno pezzetti di cultura condivisa, diffondendo informazioni e sviluppando civilmente e pazientemente ragionamenti, oggi più che mai ha, credo, una valenza anche politica. Mentre può apparire quasi rivoluzionaria la difesa di un’attitudine a pensare in maniera autonoma e indipendente. E anche il diritto di pensare, ogni tanto, ad altro: giusto perché la claustrofobica e deprimente situazione politica nazionale non azzeri ogni capacità di visione.

     
  20. gabri

    Torno ora da un convegno “Nuovi media e fraternità” (frequento posti dove si pronuncia questa parola). Nella commissione in cui si discuteva del mettere in rete le ancora piccole aziende virtuose, chiaramente per cominciare a creare alternative ai giochi della grande economia, quando è venuto il momento di dire la mia (si lavora in circolarità) ho chiesto ” E’ meglio spendersi in una piccola azienda virtuosa con vitto-alloggio-rimborso spese o logorarsi come disoccupato demoralizzato?” E’ solo una domanda, ma a sentir l’aria che tira fra poco potrebbe essere una scelta vera e propria. Sarei d’accordo con Graziano, dunque, ma secondo me non è un sacrificio. Non voglio fare retorica, ma si tratterebbe di lavorare “civilmente e pazientemente” per nuove ipotesi. Non male campare così.

     
  21. annamaria

    Già, Gabri… non male 🙂

     
  22. Graziano

    Solo per la precisione storica. La frase “politica intesa come sacrificio, sofferenza, abnegazione, servizio” non è mia. L’ho lasciata scritta così per intero ma è di Miriam Mafai in un libro nel quale parlava di Enrico Berlinguer (lacrimuccia…). Allora, ci si vede il 12? Io porto anche mia moglie.

     
  23. annamaria

    @ Graziano. Certo che ci si vede!

     
  24. Utente Anonimo

    Le osservazioni iniziali dell’Anonimo n.1, ovverosia Vittorio, non mi sembrano inifluenti perché pongono un problema di metodo storico, quindi critico, di conoscenza. Ciò che investe proprio la qualità dell’istruzione di cui si vuol parlare (a parte il fatto che “istruzione non è necessariamente “cultura”). Si è infatti partiti dalla “scoperta” (cinematografica e pubblicitaria) di Ipazia per delineare un contesto storico in modo ideologico con i soliti interventi professorali che appiattiscono secoli di opere, sofferenze e relazioni, in schemi, come se la vita degli agenti uomini e donne fosse stata la stessa e con i medesimi meccanismi, per saecula saeculorum. Eco fa, come di consueto, preziose citazioni di figure singolari (pour épater les bourgeois?). La Cantarella, pur eccellente studiosa, mi pare talora inclini alle interpretazioni secondo la sua tesi e inoltre che tradisca spesso il suo taglio di studiosa del diritto. Ma ad interpretare la storia attraverso (prevalentemente) il solo diritto, si rischia di non vedere la vita e le opere che vi scorrono dietro effettuali e creative, che del diritto spesso fanno un modello, una codificazione sempre in ritardo e del tutto parziale, contingente e inesauriente. Ne risultano venti-venticinque secoli di un fondale uniforme animato non da esseri umani in carne e ossa, ma da silhouette ideologiche. La donna romana ad es. studiava come gli uomini, non aveva accesso diretto alle magistrature, ma ha determinato la storia con evidenza, ereditava e disponeva del suo patrimonio (con usi ed evoluzioni che trascinarono il diritto), sono note lamentazioni sulla pericolosità di divorziare da una donna facoltosa. Vedove devote, titolari in autonomia di patrimoni ingenti, furono le principali donatrici della prima Chiesa al cui ampio patrimonio contribuirono fortemente. Il medioevo è abitato da figure femminili di prim’ordine, sia nel comando, che nel consiglio politico (basti pensare a un’Adelaide moglie madre e nonna degli Ottoni) e all’autorità, non inferiore a quella maschile, di badesse e autorità religiose. Così il Rinascimento con le sue figure di poetesse e donne di cultura(ovviamente si parla di élite, perché anche gli uomini non appartenenti alle élite non erano “istruiti”). Quanto ai consueti “roghi di streghe” bisognerebbe cominciare la buona volta a distaccarli in gran parte dal consueto legame con la Chiesa, secondo la verità storica. La caccia alle streghe fu fenomeno europeo, prevalentemente “nordeuropeo”, tedesco, francese, svizzero, in larga misura laico e secolare e non riguardò soltanto donne anche se le riguardò prevalentemente. E per quanto paradossale possa apparire, la ricostituita Inquisizione cinquecentesca contribuì a tenere in gran parte indenne dal fenomeno l’Italia, su cui aveva giurisdizione,con la sua ossessione per la correttezza delle procedure giuridico-canoniche (e la diffidenza per la credulità popolare e di autorità secolari), nelle quali il quattrocentesco Malleus maleficarum di Sprenger e Kramer non trovò ricetto perché contrastante con quelle. Ho l’impressione che quando anche il femminismo moderno e molti per inerzia, si raffigurano una condizione della donna uniforme nei millenni, non si rendano conto di star reagendo a un fenomeno molto più vicino, secondo me alla condizione femminile uscita dai codici napoleonici. E’ vero che “letteralmente” il tema riguarda “l’istruzione”, ma esso è stato iscritto in un contesto storico rapidamente accennato come fosse scontato e uniforme. Allora, penso non sia fuori tema indagare preliminarmente questo contesto che mi sembra molto più vario e problematico (come è la storia rispetto all’ideologia). E ciò che dicono i professori è soltanto una parte dell’indagine, da sottoporre a critica anch’esso.

     

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