La potenza delle narrazioni in rete, in due storie - Idee 48

Fiori per Algernon, scritto da Daniel Keyes nel 1959, è considerato uno dei migliori racconti di fantascienza di sempre: un cult, insomma. La storia è semplice (una persona con ritardo mentale diventa intelligentissima) ma la soluzione narrativa è straordinariamente efficace: è la metamorfosi del linguaggio a dar conto della metamorfosi del protagonista. Leggetelo, se non lo conoscete, nell’edizione originale inglese oppure in italiano (abbiamo fatto un po’ di tagli per motivi di copyright. Trovate il racconto intero nell’antologia Le meraviglie del possibile curata da Carlo Fruttero e Sergio Solmi).
Sul web, Leonardo Tondelli prende spunto da Fiori per Algernon per raccontare l’imbarbarimento del linguaggio politico. È una narrazione che manda in cortocircuito finzione e realtà. Funziona davvero alla grande.

Conoscerete tutti la storia di Stefano Lavori. È il racconto delle difficoltà di uno Steve Jobs nato nella provincia di Napoli. Cortocircuito inverso (tra realtà e finzione) ma stessa potenza. Il blog dell’autore schizza da 100 a 90.000 (avete letto bene) visitatori in un giorno. Nel giro di tre giorni la storia finisce sul Corsera e su Le Monde. E complimenti ad Antonio Menna anche per l’intelligente leggerezza con cui racconta tutto questo.
C’è una logica impeccabile in queste due storie scritte per il web, e c’è l’intuizione che, da sola, la logica non basta. Le narrazioni spiegano il mondo che viviamo e trasmettono visioni che vibrano come la vita. Sono qualcosa che la rete capisce, valorizza e diffonde.
Immaginare e condividere è il primo passo per cambiare le cose. È un lavoro necessario: significa passare dallo sforzo muscolare della protesta a quello intellettuale della comprensione e, poi, a quello creativo dell’invenzione. Vale la pena di provarci. Questo post è idealmente connesso con i tre che l’hanno preceduto.

6 Commenti a La potenza delle narrazioni in rete, in due storie – Idee 48

  1. Luca

    Penso che nella storia di Stefano Lavori ci sia del vero. Però penso anche che “ce lo meritiamo Alberto Sordi”. E che descrivere così questa situazione contribuisca alla rassegnazione generale, all’affidarsi allo stellone – come si chiamava ai tempi di Ecce Bombo, appunto – che non so se ci sia mai stato, se non fosse un gonfiabile come la mucca dell’Invernizzi Milione, ma certo oggi non brilla neanche un pochino. A Napoli la Apple non ci sarebbe stata, ma a Palo Alto così non avrebbe scritto nessuno. Indipendentemente dalle condizioni oggettive. http://www.youtube.com/watch?v=VMPClDFSH7o

     
  2. annamaria

    Ciao Luca. Neu in sé è un piccolo ma costante atto di fiducia non nello stellone, ma nella capacità di questo paese di inventare, intraprendere e guardare avanti. Infatti cede poco al lamento, e preferisce presentarvi stimoli, informazioni, idee, strumenti e best practices. Ma la prima condizione per inventare e intraprendere con successo è avere ben presenti le difficoltà contestuali. Dico queste cose da tempo. Per testimoniarlo, ricopio un pezzetto delle conclusioni de La trama lucente: L’Italia è al 53° posto per capitale umano (qui il dato comprende l’istruzione superiore e i centri di R&S, ci colloca tra la Giamaica e Trinidad e Tobago e rispecchia il dato ottenuto da Fondazione Rosselli su un campione diverso e più limitato). Ma tuttavia è al 19° posto per produzione di conoscenza (il dato si riferisce alla produzione di brevetti, ricerca, esportazioni qualificate ed è dovuto alla presenza, nel nostro paese, di un buon gruppo di aziende innovative). Ed è addirittura al 18° posto per competitività (siamo molto bravi nell’export). Se guardiamo nel dettaglio la spesa per ricerca e sviluppo, la performance italiana appare ancora più clamorosa. Come ricorda Daniele Franco della Banca d’Italia, nel 2008 la spesa in R&S in Italia è «pari all’1,2 per cento del PIL, ben lontana sia dall’obiettivo del 3 per cento enunciato nella strategia di Lisbona sia dal 2 per cento che si registra nella media della UE15. Nel confronto con gli altri paesi europei difetta soprattutto la componente privata (0,5 per cento del PIL, contro 1,1 per la UE15)». Tutto questo significa qualcosa: nel nostro paese c’è gente straordinaria. Già: c’è gente straordinaria. Se per questa gente la vita fosse meno ostacolata dall’assenza di visione, di politiche efficaci per lo sviluppo, di infrastrutture moderne e necessarie (pensiamo solo alla banda larga) questo paese potrebbe tornare a stupire il mondo. Oggi, invece, riesce più facilmente (e qui torniamo ad Alberto Sordi) a farlo ridere.

     
  3. Utente Anonimo

    Ciao Annamaria. Lo so, Neu è un atto di fiducia. Ed è anche un contributo effettivo per inventare, intraprendere e guardare avanti. Non è piaggeria ma brilla, senza essere uno stellone. L’Italia non è facile, il Sud è peggio, io sono iracondo e non passa giornata che non maledica qualche suo aspetto. Ma anche l’estero è altamente imperfetto. In USA e in altri paesi a dittatura del tasso di ritorno spesso le infrastrutture non sono come ce le immaginiamo, le regole quando andiamo là ci sembrano meno diverse di quanto pensassimo. Per lo meno così è capitato a me. Però c’è una risolutezza diversa. Semplice, senza questioni di orgoglio o richiami alla dignità. Anche questo ho notato. Un ringraziamento sincero.

     
  4. Luca

    post 3 Luca

     
  5. Lalu

    Che persone con idee brillanti in Italia ci siano non è una novità. Siamo un popolo di sognatori, siamo affamati, siamo folli. La novità davvero nuova sarebbe che queste persone riescano a realizzare i loro progetti, magari prima degli “anta”. Credo che sia un moto d’orgoglio dire che almeno si riesce a “stare a galla” NONOSTANTE tutto. Credo che sia sintomo di amor proprio e passione e determinazione continuare a sostenere che si potrebbe fare davvero moooolto di più se solo gli handicap “ambientali” venissero ridotti. Credo, anche, che rimarcare che altrove non sia poi così tutto scintillante ed efficiente come ci sembra (ed è così, lo sappiamo) non sia però utile: mal comune NON è mezzo gaudio. La risolutezza è un pregio. Ma continuare con risolutezza a picchiare la testa contro muri che non si sgretolano (montagne di burocrazia per le imprese già attive, montagne ancora più alte per chi cerca di aprirne una) non lo è. O, almeno, per buttarli giù questi muri sarebbe bene avere più teste d’ariete e, preferibilmente, dare capate nella stessa direzione nello stesso momento… Ad esempio quando si avvicinano le elezioni: credo si debba pretendere di avere un Paese che ci dia l’opportunità di realizzare i nostri sogni, magari senza dover presentare prima la domanda in carta bollata all’ufficio “Missioni impossibili” in triplice copia con firma di fronte al notaio…

     
  6. andromeda

    la potenza della narrazione può fare e disfare. Così, leggendo anche i commenti al post di Menna, quelle parole ti dicono con chiarezza e in maniera praticamente lapidaria: fujtevenne, un pò come diceva Eduardo De Filippo. chi ha comprato tre case, chi ha villa in campagna con piscina e veliero personale, sembra che andare via dall’Italia sia una manna dal cielo. E chi dice di restare, ma fa quasi pena, compassione. Così, anch’io, che vivo a Napoli, soggiogata dalla potenza di “questa” narrazione, vorrei capire: vado? Sono quasi arrivata agli anta e non sono famosa, non ho fatto nulla di memorabile. Ma ecco, leggo Fiori per Algernon e che mi succede? Che mentre leggo scompare lo sconforto. Questo cervello per ora non scapperà, resterà forse ad atrofizzarsi in un lavoro allucinante, ma sa che da un momento all’altro, pur non avendo tre case e forse neanche una, né piscina, né veliero, sarà felice di assaporare ogni singola parola di quel testo, godrà di quelle parole, l’essenza di ogni lettera messa insieme, prima e dopo, l’idea, sarà il mio tomento e la mia delizia. Ecco che la parola, il liguaggio con il suo, torna a imporsi. Dagli abissi più profondi mi riporta alla luce, alle vette più alte, quelle dell’arte, del linguaggio usate ad arte, per scandire momenti di pensiero creativo, emozioni. Emozioni che aiuatano a restare intelligenti. Non l’ho letto in inglese, ancora no. Magari proverò le stesse emozioni anche leggendolo in inglese, cambiando lingua ma non linguaggio. E cambiando un pò, anche punto di vista. GRAZIE

     

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