Letti di notte 1: dodici nuovi romanzi italiani, da Abate a Franzoso

A fine maggio avrei voluto svitarmi i bulbi oculari e metterli a mollo nel Soflan.
Ecco i motivi: 1) faccio parte della giuria dei letterati del premio Campiello, 2) sono secchiona. Questo vuol dire che tra metà febbraio e maggio mi sono letta, di notte e nei weekend visto che di giorno mi tocca lavorare, una cinquantina e passa di romanzi italiani scritti nell’ultimo anno. Un’esperienza mistica.
Per non confondermi fra titoli e autori ho preso qualche nota su ogni testo: sono appunti sommari e sbrigativi – ehi, non faccio il critico letterario di professione! – però danno, credo, un’idea di quel che c’è in ogni libro.
Ve ne propongo una parte, rieditata: una trentina di titoli divisi in due puntate e messi in ordine alfabetico per autore. Magari vi interessa vedere una parziale rassegna di romanzi italiani tutti passati, nello stesso momento, sotto il medesimo sguardo. E magari, visto che si avvicina l’estate, ci trovate anche qualche suggerimento di lettura che incontra il vostro gusto.
Già: perché – credo – leggere resta, in fin dei conti e nonostante tutto, un’esperienza altamente soggettiva ed emotiva. L’incontro tra un singolo autore e un singolo lettore, faccia a faccia nell’universo astratto ma tuttavia solido, profumato o puzzolente, incantevole o spaventoso, ri-creato dalla magia potente delle parole.

Carmine Abate – La collina del vento. Le vicende di una famiglia di contadini calabresi e della loro terra, la collina del Rossarco affacciata sullo Jonio, si dipanano di generazione in generazione per tutto il Novecento, intrecciandosi con la realtà storica delle guerre, della speculazione edilizia, delle ricerche archeologiche per riportare alla luce la città perduta di Krimisa. Scrittura misurata, consistente, e storia radicata nella tradizione. Solido.
Roberto Andò – Il trono vuoto. Un apologo sulla solitudine del potere e sul logoramento della politica: poco prima della sfida elettorale, il segretario del principale partito d’opposizione, lacerato dai dubbi e depresso dai sondaggi, decide di sparire. Caos e smarrimento nel partito, fino a quando non vien fuori un fratello gemello, filosofo e fine intellettuale, appena dimesso dall’ospedale psichiatrico dove ha trascorso lunghi anni. Basta uno scambio di identità, e l’approccio visionario e impavido del “nuovo” segretario ribalta le sorti del partito. Fantapolitica sì, ma fino a un certo punto. Stimolante.
Alessandro Aresu – Generazione Bim Bum Bam. Questa è la Prova di Romanzo Generazionale 1. Scrittura disinvolta, struttura modulare: una serie di domande tra cartoni animati, Cristina D’Avena, Lady Oscar e i Cavalieri dello Zodiaco (ma ci sono anche Deng Xiaoping, Berlusconi, Occhetto, Veltroni, la cultura degli italiani. E un sacco di altra roba) dà luogo a brevi capitoli che mescolano alto e basso, massimi sistemi e immaginario pop. Con tutto ciò si cerca di dire come mai la generazione oggetto del racconto è quella che è. Ambizioso.
Tullio Avoledo – Le radici del cielo. Genere postatomico, cupissimo: Roma, 2033, alcuni sopravvissuti vivono nelle catacombe. John Daniels, prete americano e ultimo membro della Santa Inquisizione, viene incaricato di una pericolosa missione in superficie: dovrà vedersela con mutanti, radiazioni, cannibalismo e altre amenità di genere. Apocalittico.
Curiosa la genesi dell’opera che fa capo a Metro 2033 del giovane autore russo Dmitry Glukhovshy: un romanzo (sopravvissuti alla catastrofe atomica raccolti nella metropolitana di Mosca) pubblicato prima sul web e poi su carta, in seguito diventato un videogame, poi declinato in una quantità di fanfiction. Insomma, altri autori hanno costruito storie a partire da Metro 2003, e ad oggi sono stati pubblicati venti romanzi che fanno tutti, come quello di Avoledo, capo al medesimo universo.
Aldo Cazzullo – La mia anima è ovunque tu sia. Brevissimi capitoli sbalzano continuamente il lettore tra il 1945, il 2011 e il 1963. E questo, diciamolo, può complicare la lettura e rendere faticosa l’operazione di tirare tutti i fili di una storia langarola che unisce boschi, tartufi e silenzi, un tesoro, le fortune di due famiglie e due imprese e, forse, una vendetta tardiva. Ma con un po’ di pazienza i fili si annodano (anche perché la scrittura netta e sicura aiuta) e paesaggi e personaggi trovano la loro verità. Che, come spesso succede, è distante dall’apparenza. Merita una nota anche la copertina, bella assai.
Maria Rosa Cutrufelli – I bambini della Ginestra. La strage di Portella della Ginestra, il 1 maggio 1947 a Piana degli Albanesi, in Sicilia, raccontata attraverso il dialogo epistolare e lo scambio di ricordi di due testimoni a quel tempo bambini. Lei, famiglia borghese, portata alla festa dalla servetta ansiosa di incontrare il fidanzato nei campi, incontra gli assassini. Lui, figlio di un lavoratore favorevole all’occupazione delle terre, vede morire il padre. Per entrambi l’elaborazione del lutto dura decenni e passa anche attraverso un serrato confronto emotivo e affettivo. La strage, la prima della storia repubblicana, è ancora coperta da segreto di stato e sui mandanti, nonostante il processo del 1971, non c’è chiarezza. Tosto.
Tullio De Mauro – Parole di giorni un po’ meno lontani. Sarà la capacità di raccontare gli anni della guerra, a Roma, unendo la freschezza del ragazzino che l’autore era a quei tempi e l’equilibrata, intelligente, acuta dolcezza dell’uomo grande che è. Sarà lo humour sottile e bonario che percorre le piccole storie familiari e l’impeccabile misura che rende narrabile l’indicibile dei grandi drammi. Sarà il fascino del liceo, raccontato com’era una volta, coi professori magnifici e terribili e l’incantamento per lo studio. O sarà l’amore per le parole a fare di questo libro una lettura che accarezza l’anima. Delizioso.
Paolo di Paolo – Dove eravate tutti. La Prova di Romanzo Generazionale 2. Gli ultimi vent’anni berlusconiani si intrecciano con una famiglia che si sganghera, una serie di Ragazze Sbagliate, un padre prof in pensione e aspirante scrittore che prova a investire in auto uno studente, una tesi di storia contemporanea, tema Berlusconi, che non riesce a decollare. La scrittura, svelta e smaliziata, sta a metà tra storia e Storia. Disinvolto.
Davide Enia – Così in terra. Una famiglia di pugili palermitani, tra gli anni ’40 della guerra in Africa e i primi anni ’90, raccontata in una rapsodia di ricordi che si intrecciano con le esperienze di Davidù, ragazzino intrepido, giovanissimo pugile innamorato di Nina dalle labbra di gelso. Scrittura straordinaria, capace di passare per rapidi lampi dallo humour alla passione, al dramma, mantenendo un tono di verità e una misura inconfondibili. Bellissime le descrizioni di boxe, perfino per un’anziana signora incompetente come la sottoscritta. E personaggi indimenticabili. Entusiasmante.
Marcello Fois – Nel tempo di mezzo. L’orfano Vincenzo Chironi arriva, poco più che ventenne, in quel di Nuoro dall’orfanotrofio friulano dove è cresciuto. È il 1943 e da quelle parti, più che la guerra, ne ammazza la fame e la malaria. È lo sconosciuto discendente e la nuova speranza della famiglia del mastro ferraio, ricca ma funestata dalla morte di tutti i suoi giovani. Mette radici, si sposa… Bella scrittura accurata (paesaggi, personaggi secondari). Interessante.
Giorgio Fontana – Per legge superiore. Un anziano magistrato della buona borghesia milanese si trova, sua malgrado e in seguito alle pressioni di una giovane giornalista free lance, a scoprire il mondo parallelo degli immigrati di viale Padova e ad affrontare un dilemma morale. Scrittura scarna e misurata, anche nelle descrizioni d’ambiente. Temi incandescenti (l’immigrazione, la giustizia) trattati con equilibrata empatia. Urbano, nei due sensi.
Marco Franzoso – Il bambino indaco.Nelle prima pagine c’è un omicidio. Ma non si tratta di un giallo. Il romanzo segue l’inanellarsi dei ricordi di Carlo, trentaseienne come tanti, che si innamora di Ingrid, bionda erborista svizzera vegetariana e intrippata di new age. Se la sposa. Ma in seguito alla nascita di un figlio la normalità si incrina e presto tutto collassa nel delirio di Ingrid, ossessivo e crudele per eccesso di amore. Il risultato è una storia tanto sgradevole e disperata quanto convincente. Amaro.

7 Commenti a Letti di notte 1: dodici nuovi romanzi italiani, da Abate a Franzoso

  1. Marcello42

    Ciao Annamaria, Tutta la mia ammirazione..! Non so come puoi fare a leggere “in massa” questa mole di romanzi. Non so immaginare… Ma riesci a leggere con “distacco professionale”, senza coinvolgerti..? Da lettore, e non da critico leggo solo quello che mi appassiona e mi coinvolge ed ogni volta e’ una esperienza che devo poi metabolizzare per un po’ di giorni prima di passare a leggere un nuovo romanzo. Non so… mi sembrerebbe una sorta di “tradimento” se dopo un giorno che un personaggio mi ha fatto rivivere la SUA storia passassi con disinvoltura ad amare un personaggio del romanzo successivo. Dopo Il giardino dei Finzi Contini ero innamorato perso di Micol… come avrei potuto tradirla dopo un giorno..? Almeno aspetto una settimana.. no? Recentemente ho letto “La Strada”. Quando ho finito mi sono fatto un pianto di disperazione e per due mesi non ho letto altro. Nemmeno il giornale. Grazie comunque per la tua utilissima sintesi. L’estate si avvicina e non manchero’ di mettere a frutto la tue esperienza. Marcello

     
  2. giorgio

    Grazie Annamaria per questa bella lista critica di nuovi romanzi italiani, me la porterò appresso nella prossima visita a MEL Bookstore (qui a Roma è una grande libreria su tre piani dove è molto piacevole sfogliare libri). Sono un buon lettore per passione, spesso però deluso da tante entusiastiche recensioni di autori e opere che ho lasciato a metà. Del tuo gusto invece mi fido. Se ti va perché non butti giù una piccola lista di titoli di autori stranieri che ti sono piaciuti? Ti sarei grato e credo anche tanti altri di quelli che ci leggono. Ciao, Giorgio.

     
  3. annamaria

    Ciao Marcello. L’ho detto: sono secchiona e non riesco a non fare i compiti. Ma ammetto che, senza appunti, avrei fatto una bella confusione Per quanto riguarda le modalità di lettura: quando comincio un romanzo, e anche se “devo” leggerlo, mi aspetto di essere coinvolta, di innamorarmi dei personaggi, di non riuscire a piantarli lì nel bel mezzo di un’avventura o di un problema (questo complica ulteriormente la lettura notturna, ma vabbe’, pazienza. E’ meraviglioso trovare un libro da cui non ci si riesce a staccare). Se per caso il testo non mi acchiappa, e se comunque “devo” leggerlo, innesto la marcia professionale: che è più distaccata, più rapida e anche più precisa. Nel senso che mi permette di intercettare più facilmente quelli che a me sembrano difetti o errori. Dico “a me”, perché la lettura e il gusto del linguaggio sono faccende ampiamente soggettive. Dunque, anche se una storia non mi prende, non riesco a dimenticare che la scrittura è sia una fatica bestiale, sia un viaggio solitario e ansioso e pieno di incertezze e rischi , e che come tale va rispettata e onorata. Sul non tradire i libri: mah, credo che una buona storia ti accompagni per sempre, anche se ci leggi sopra altre cento storie. Certo, quando un bel libro finisce ti resta quel po’ di nostalgia, e quella voglia di dire ai personaggi: “ma come, ve ne state andando? Dai, raccontate ancora…”. E’ un ottimo segno. Ci sono alcuni libri che spero di dimenticare per ritrovare il piacere di leggerli come la prima volta. E, invece, non c’è verso. Non se ne vanno. Ciao Giorgio. Conosco MEL Bookstore di Roma (è stato anche mio cliente per un certo periodo). Bellissima libreria. Ma aspetta qualche giorno: o lunedì o mercoledì pubblico la prossima e ultima puntata.

     
  4. Utente Anonimo

    Fantastico servizio. Lo dovresti fare di mestiere. Io sono disposto a pagare la mia quota d’iscrizione. Fai i conti di quanti utenti ti servono, poi inizio a fare proselitismo. Fabio Bonifacci

     
  5. annamaria

    ahah, Fabio… parliamone.

     
  6. Graziano

    Ammetto, non sono un secchione. Credo, nell’utlimo anno, di aver “iniziato” una trentina di libri e ne ho finiti due o tre. Leggendo quello che sei riuscita a fare tu (grazie, terremo da conto) la conclusione è una sola, per me: tu sei malata. Metto la faccina perchè non si sa mai… 🙂

     
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