Mappa del mondo, sviluppo e gesto rivoluzionario

Su La Repubblica, Federico Rampini racconta com’è l’Atlante del futuro secondo il demografo-economista americano Joel Kotkin. L’articolo di Rampini rimanda alle tesi di Kotkin pubblicate da Newsweek: in sintesi, al di là dei confini politici si sta delineando una nuova mappa del mondo reale, disegnata per affinità culturali, etniche e comportamentali.
Una chiave di lettura suggestiva, che da una parte intercetta il crescere degli umori localistici, religiosi e in senso lato tribali coincidente con il ridursi, nella percezione collettiva, della dimensione politica e ideologica, dall’altra mette in chiaro  le differenti prospettive di sviluppo e di futuro.

Nella nuova mappa del mondo, l’Italia finisce insieme a Grecia, Bulgaria, Macedonia, Croazia… gente simpatica, per carità, ma è innegabile che lo sviluppo stia altrove. Per esempio nei paesi del nord Europa, che oltre a vantare un maggior indice di prosperità vincono su terreni ancor più importanti per il futuro. «Istruzione e innovazione tecnologica» nell´Europa tedesco-scandinava hanno raggiunto «punte avanzate impressionanti».
In questa prospettiva, il fatto che da noi il Ministro dello sviluppo economico sia inesistente da mesi  la dice lunga. E comunque mi vado convincendo che, sempre qui da noi, il vero gesto rivoluzionario sia studiare. È quanto stanno facendo silenziosamente milioni di donne italiane. Risultato 2010: tra i laureati, ormai il 60% è donna.

19 Commenti a Mappa del mondo, sviluppo e gesto rivoluzionario

  1. gabri

    Insomma, siamo nel demo di Nerdistan, e, sventuratamente quanto prevedibilmente, capeggiati da un millionerd… Per fortuna che almeno la giovinezza l’ho passata nell’ Occidente.

     
  2. roberta buzzacchino

    Un invito a “mappare” giorno per giorno ” Vi fidereste di un pilota che, atterrando a New York, guardasse la cartina di Atlanta? Lo chiede Nassim Taleb nel suo nuovo Robustezza e fragilità, e sembrerebbe un’ovvietà, se non fosse che tanti – troppi – stanno facendo così, orientandosi – anzi, disorientandosi – su mappe totalmente inservibili. Perché questo mondo che si è fatto connesso, globale, instabile, molteplice; questo mondo dove il sapere si è proiettato al di là delle coordinate di tempo e spazio; dove eravamo spettatori e ora siamo produttori di contenuti; dove la rete delle relazioni si è spettacolarmente espansa attraverso i social network; dove ci ritroviamo a leggere il nostro dna; dove sono mutate le forme di percezione e di conoscenza e gli stessi gesti e comportamenti; bene, questo mondo così incommensurabilmente diverso da quello di pochi anni fa, non vi sembra insensato interpretarlo ancora sulle vecchie mappe, dove di tutte queste metamorfosi non c’è traccia, dove la terra appare ancora piatta? Come i pionieri, se vogliamo sopravvivere e anzi avanzare, non possiamo non mappare giorno per giorno i territori che andiamo esplorando. ” di Franco Bolelli D Repubblica delle Donne – 25 settembre 2010

     
  3. gabri

    Dopo l’interessante intervento di Roberta mi correggo: per fortuna che almeno ho ” creduto” di essere vissuta in Occidente.

     
  4. Nello

    I confini li abbiamo nella testa. Per quanto possa suonare una “frase fatta” la mia è una convinzione. Non riesco davvero a capire tutta questa disapprovazione nell’appartenere ad un continente piuttosto che ad un altro (nulla di personale s’intende). Personalmente io sono per la multi etnia. Io in questo momento sto calpestando la stessa crosta terrestre che sta calpestando un cinese da l’altra parte del mondo. E la cosa non mi infastidisce affatto, anzi. Mi fa sentire ancora più vicino a persone distanti da me chilometri e chilometri. Non sono un giornalista, ne uno scrittore ne tanto meno un illuminato. Cultura zero. Ma credo che se paesi come l’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America o la Germania sono più avanti di noi, è perché, fra le tante a differenza di noi, hanno accettato la multi etnia. Non sono nemmeno uno che crede che l’Italia sia poi questo gran paese… quindi non mi scandalizzo più di tanto. Se stiamo fra i Grandi del mondo, è per 29 e 30. Non dimentichiamoci che fino a 40 anni fa (e non è tantissimo credetemi) i mariti potevano ammazzare la moglie per adulterio passandola liscia perché tutelati dalla legge. E oggi si scende in Piazza a gridare “non ammazzare quella donna” (con chiare critiche rivolte ad alcuni paesi musulmani). Personalmente la trovo ipocrisia pura. Non credo che noi italiani siamo più civili. Per non parlare poi del fatto che siamo gestiti da una classe politica vecchia ed incapace di pensare realmente alla crescita del paese, perché troppo presa a farsi le leggi su misura per loro. Io credo che la storia insegni che tutto, ma proprio tutto avviene in maniera ciclica. Lasciamo il posto alla nuova mappatura del mondo, la Grecia è stata la culla del Mediterraneo, gli arabi ci hanno insegnato i numeri… chissà che non sia quello il posto giusto per noi. Nello.

     
  5. alba88

    “Non sono un giornalista, ne uno scrittore ne tanto meno un illuminato. Cultura zero.” Questo spiega perché il post è del tutto off topic.

     
  6. Nello

    Infatti 🙂 Fortuna che la persona che scrive per me (io mi limito a guardare le figure) non è ancora andato via.

     
  7. gabri

    Il post di Nello non mi pare così fuori tema. E poi, se anche fosse…

     
  8. eli

    Brainstorming Associazione mentale sulla quale devo ancora meditare: Aime, eccessi di culture…ahimè elisabetta

     
  9. Nello

    (grazie Gabri, ho apprezzato molto). Davvero 🙂

     
  10. Utente Anonimo

    Lo studio, lo studio… non ho figli, ma osservo i miei coetanei 40-50enni e i loro figli. La maggioranza degli adulti (parlo di un ceto medio-medio e medio-basso) è poco attenta agli studi dei figli. Si accontentano della promozione, non ragionano in prospettiva, non confrontano, puntano al ribasso: sto parlando degli adulti, non dei ragazzi! Risultato: i giovani hanno pochissima consapevolezza dell’importanza dello studio, visto che gli adulti a loro vicini guardano alla carriera scolastica non come strumento di crescita personale e professionale ma solo come “dovere” da ottemperare nel modo più indolore possibile. I genitori del mio compagno, oggi ottantenni, sono saliti a Milano dalla Basilicata più povera, e con le unghie e coi denti hanno combattuto perché i loro tre figli studiassero fino al grado massimo possibile date le possibilità economiche e l’oggettiva volontà dei figli (e uno dei tre si è laureato in filosofia). La scuola come riscatto sociale, economico e personale. Ora i due vecchietti seguono l’unico nipote con estrema attenzione: nel fare i compiti, nel rispettare i tempi della scuola, nel preparare sempre il materiale e la cartella eccetera. Mentre i genitori del ragazzino ricordano a malapena che classe faccia… Valeria

     
  11. annamaria

    Mi sembra che il punto segnalato da Valeria sia rilevante: lo studio visto ormai come (noioso? Incomprensibile? Irrilevante?), dovere, e non come strumento di crescita individuale (pensiero, cittadinanza) prima ancora che come occasione di affermazione sociale. L’orgogliosa rivendicazione di Nello “cultura zero” mi sembra per certi versi rimandare a questo atteggiamento mentale. Nei paesi in via di sviluppo (Cina, India) la percezione diffusa è del tutto differente. Com’era differente la percezione dei nostri vecchi, quelli che hanno rimesso in piedi il paese nel dopoguerra. L’indifferenza nei confronti dello studiare riguarda soprattutto gli studenti maschi, con i risultati che già vediamo. Personalmente, la trovo preoccupantissima. NeU ha pubblicato alcuni ragionamenti – credo – interessanti sul tema a questa pagina e un decalogo per i genitori a quest’altra pagina. La sorprendente e speculare crescita dell’accesso femminile allo studio, che si sviluppa però nel faticosissimo contesto ben delineato dall’articolo linkato del Sole24Ore, può avere, credo, conseguenze clamorose nel lungo periodo. Un empowerment femminile irrefrenabile per via della pura grandezza del dato numerico. Una contemporanea messa in crisi di ruoli e poteri tradizionalmente e storicamente maschili. Un accrescersi pericoloso della incomprensione fra i sessi. In Cina già oggi mancano all’appello milioni di donne uccise alla nascita e questo, in un paese che vede il matrimonio come coronamento di ogni vita, è un grande pericolo sociale. Qui da noi mancheranno all’appello, tra qualche anno, milioni di maschi decentemente preparati ad affrontare la complessità di un futuro vertiginoso come quello delineato in sintesi dal video “did you know”

     
  12. Nello

    Concordo anche io con Valeria. Ricordo che i miei genitori tenevano tantissimo che noi tre figli maschi -.- studiassimo magari arrivando alla laurea. Forse una mancata aspirazione di mio padre che non è potuto diventare dottore perché nel dopoguerra la troppa povertà imponeva di andare a lavorare dopo la scuola ed alle famiglie di non potersi permettere libri o università. Concordo dicevo perchè noto nei genitori moderni poca attenzione nei confronti dei figli, delle loro aspettative o sogni, coinvolgendo anche lo studio. @Annamaria: Dottoressa la stimo tantissimo e la leggo sempre con vivo interesse (in questo momento sto leggendo la trama lucente). Il mio non è orgoglio, non credo di essere una persona orgogliosa ma tutt’altro, è solo che mi sento un pesce fuor d’acqua in questo blog che nonostante tutto trovo molto utile e seguo con vero piacere. Tornando in auto questa sera sentivo alla radio che a Catania ikea cercava qualcosa come 200 persone per nuova apertura e che ad oggi le richieste di lavoro sono arrivate a 4.000 Io sono di Napoli, mi creda se le dico che diplomi, lauree e specializzazioni sono percepite come pezzi di carta e basta. Fermo restando che la cultura personale è impagabile. Peccato solo che se da un lato c’è qualcuno che parla, ci si aspetti che da l’altra ci sia qualcuno che ascolti… personalmente questo qualcuno, io, non l’ho trovato. Comunque sono daccordo con lei anche sulla poca appartenenza alla patria (lei cita le persone del dopoguerra). Il Brasile ha espresso la sua preferenza come personaggio politico per un pagliaccio. “Persone che sfottono la politica che li sfotte” ha commentato Vittorio Zucconi. Magari un giorno anche noi ci sveglieremo da questo tepore e sonnolente stadio e sfotteremo i politici che sfottono noi. Con cordialità, Nello.

     
  13. wc

    STUDIO E NON SOLO, COINCIDENZE E PORTE CHIUSE A più di venti anni dalla fine degli studi universitari, per quel poco che ho potuto constare, gli studenti miei coetanei che erano fra i più capaci non necessariamente sono diventati quelli cha hanno avuto maggior successo professionale. Per alcuni è stato importante il supporto iniziale delle famiglie con maggiori disponibilità, per altri sono contate molto le relazioni e i contatti che hanno saputo costruire e mantenere, per tutti talento, costanza e determinazione sono risultati indispensabili. A questo proposito, una volta mi è capitato di ottenere un lavoro solo perché, casualmente, in un ufficio dove avevo inviato da settimane del materiale di presentazione (inviato identico contemporaneamente ad altri 20 destinatari), si trovava in visita una persona che conoscevo e che lo ha notato. Avevano bisogno di qualcuno, in quell’esatto periodo, che facesse proprio il tipo di lavoro che proponevo, ma non mi avrebbero mai chiamato se l’amico di passaggio non l’avesse rilevato. Un paio di anni fa, invece, ho inviato delle lettere alla locale sede della Confindustria, per chiedere come fare per avere contatti con i loro associati. Naturalmente non ricevendo nessuna risposta ho provato a chiamarli al telefono, e dopo qualche rimbalzo tecnico ho parlato con un responsabile, al quale chiedevo se era possibile inserire un link, un post-it su una bacheca, un depliant illustrativo sulle attività e possibilità di ricerca e cooperazione progettuale per contribuire, con il mio modesto impegno, ad affrontare la crisi. La risposta è stata che, purtroppo, i contatti si possono avere solo se si è associati… (senza neanche vedere che diavolo di cose fossi capace di fare) Per capirsi, non cercavo solo nuovi lavori, cercavo un confronto, delle sfide da raccogliere, dei progetti a cui dedicarmi, insomma di sfruttare l’altro 65% delle competenze che come me molti hanno e che troppo spesso vengono, dalle controparti, lasciate sonnecchiare. walter

     
  14. annamaria

    CON IL CONTRIBUTO DI TUTTI… la discussione si sta facendo interessante. Tanto da convincermi a rimandare la pubblicazione di un nuovo – e sfizioso – argomento di un giorno. Di fatto tutte le homepage restano comunque aperte ai commenti, ma molti non lo sanno e quindi non vanno a vedere, o pensano che non si possa più intervenire. Insomma, continuiamo a parlarne qui ancora per un po’. E, comunque, la pagina resterà anche in seguito aperta a commenti ulteriori. @Walter: non sto proponendo l’equazione “successo nella scuola = successo nella vita”. Ammesso poi che il successo sia un obiettivo da perseguire a qualsiasi costo. Tra l’altro, molti grandi andavano male a scuola. Però. Einstein andava male perché non sopportava la rigida disciplina scolastica. Non perché fosse disinteressato allo studio. Altri andavano male perché venivano perseguitati dai compagni. Ma, di nuovo, non perché fossero disinteressati allo studio. Altri ancora – tra questi Edison, lo stesso Einstein, Churchill e, sembra, Leonardo da Vinci – hanno avuto problemi di dislessia. Ma: accidenti se li hanno superati, trasformando uno svantaggio nella capacità di coltivare uno sguardo speciale. Insomma: il tema, credo, non è “avere bei voti”. E’ essere innamorati del sapere. E’ sbattersi per coltivare un talento e sviluppare una passione. Qualche volta, le due cose sono addirittura antitetiche. Qualche volta, invece, uno ha la fortuna di trovare insegnanti che sanno trasmettere passione e sviluppare talenti. Se accettiamo l’equazione scuola=bei voti, incoraggiamo una visione dell’educazione riduttiva, opportunistica e, tutto sommato, poco produttiva. E’ quello che dico anche ai miei studenti: la questione non è superare l’esame. La sfida vera comincia terminata l’università. E si tratta di portarsi a casa, da ogni esame studiato, almeno qualche concetto, qualche idea, qualche strumento in più. Che possa, appunto essere utile dopo. E certo: c’entrano anche caso e fortuna. Ma il caso (lo dice Pasteur) favorisce la mente preparata. Insomma, credo che se il materiale presentato da Walter fosse stato di cattiva qualità (o se Walter non fosse neanche stato in grado di spedire alcun materiale), anche una persona conosciuta avrebbe potuto far poco. E poi: del fatto che in questo paese le competenze vengano (per dirla, come Walter, fin troppo gentilmente) lasciate sonnecchiare, abbiamo parlato molte volte. E’ il motivo per cui un sacco di gente in gamba va altrove. E’ il motivo per cui proporre e realizzare idee nuove è difficilissimo. E’ il motivo per cui l’economia è bloccata… per questo mi sento di dire che, oggi, studiare e applicarsi e darsi da fare nonostante tutto questo è un gesto eroico, e per certi versi rivoluzionario, nella misura in cui va contro un certo mainstream opportunista e furbacchione. Però, allo studiare a ll’impegnarsi non riesco a immaginare alternative dignitose. @Nello: questo è un posto aperto a qualsiasi contributo di idee e di esperienze. Le idee e le esperienze di ciascuno sono benvenute, perché diventano una ricchezza per tutti. In pratica, due dritte per non sentirsi un pesce fuor d’acqua. – se posti, come hai fatto una volta, una battutaccia sulle differenze tra masturbazione maschile e femminile, la cancello. E, in due anni e oltre che c’è NeU, è l’unica volta che ho cancellato un contributo. – se scrivi che “il medioevo lo collochi in Italia e in Europa, circoscritto prevalentemente alla Gran Bretagna”, mi sento di commentare con un ehm: il medioevo è un periodo della storia europea, caspiterina. Mille anni (mica poco) non tutti bui come li immaginiamo, in cui l’intera Europa è stata… Europa medievale. Con un non irrilevante coinvolgimento, per esempio, del Medio Oriente (pensiamo solo alle crociate). E l’ehm ovviamente non è rivolto a te, ma all’affermazione. Che, come qualsiasi altra affermazione (comprese ovviamente le mie) può essere discussa, specificata, precisata, migliorata con il contributo di tutti. Così tutti impariamo qualcosa, o ci facciamo venire dei dubbi, o ci troviamo con qualche idea o informazione in più. – ripeto: qualsiasi contributo è benvenuto. E, nei limiti di un confronto civile e cortese, è positivo che ciascuno si senta libero di consentire, ma anche di dissentire, chiosare, proseguire il discorso, o riportarlo entro quelli che gli sembrano i confini. O proporre un nuovo sviluppo, sottoponendolo all’attenzione di tutti. Infine: spero che La trama lucente ti sembri interessante. Da diverse parti, e specie nel cap. 13 che è dedicato alla scuola, si trovano, esposte in modo più ordinato, diverse idee che stiamo discutendo qui.

     
  15. wc

    HOW AM I GOING TO PUT BREAD ON THE TABLE TODAY? In una bellissima lezione che Milton Glaser ha tenuto nella sede della AIGA di Londra(designer che ha ideato, tra le altre milioni di cose, il logo “I LOVE N.Y.”) e che potete leggere per intero al: http://www.miltonglaser.com/pages/milton/essays/es3.html Lui racconta di un’intervista ascoltata alla radio dove il conduttore domanda al compositore John Cage, che in quei giorni compiva 75 anni, come si prepara per la vecchiaia. Il compositore ha risposto, stizzito, che lui dall’età di 12 anni non ha mai cercato un lavoro, ma opportunità, ha sempre pensato a cosa poter fare per mettere un pezzo di pane sulla tavola ogni santo giorno, e questo imperativo categorico lo ha reso perfettamente preparato ad affrontare, giorno dopo giorno, anche la vecchiaia. @Annamaria: Nel mio campione limitato di studenti non parlavo dei secchioni, ma di coloro che avavano più talento, più fuoco sacro, che poi magari hanno diffuso in altre attività, che io non conosco. Per l’esempio del lavoro preso perché validato da un amico, la cosa che mi ha sempre fatto pensare, è che ci sia stato bisogno di qualcuno che validasse il contatto, e non fosse stato sufficiente avere bisogno di quelle cose lì e casualmente avere qualcuno che aveva inviato del materiale compatibile, non dico per dargli direttamente l’incarico, ma almeno da contattare per fare una chiaccherata. Anch’io ero al liceo uno studente che spigolava, galleggiando tra voti e ambizioni, ma all’università è scattato qualcosa, ho capito che lì dovevo spremere chi mi stava davanti, torturarlo per cavarci il meglio che potevo, domandargli l’impossibile. Non ero più nell’ultima fila, ma sul banco davanti che guardavo negli occhi i professori. Intorno a me gli altri mi hanno visto sempre come un alieno. Oggi con i mesi studenti, che pagano migliaia di euro, cerco soprattuto di farli pensare, di dotarli di chiavi interpretative per il loro futuro, flessibili e adattabili a cambiamenti che non siamo in grado di controllare. walter

     
  16. eli

    Parole e significati Più leggo per cercare di chiarirmi le idee, più ho la sensazione che “sviluppo” sia una parola poltigliosa, di quelle da black list, di quelle da sostituire di volta in volta con un’altra che ne rappresenti il contenuto nel concreto di quel contesto. Credo avrebbe bisogno di essere ridefinita sia in termini di uso attuale sia in termini di visione possibile. E non solo su questa pagina… @ Walter: hai sintetizzato così bene ciò che sento che prendo la tua frase, la modifico un pochino: “dotare gli studenti della capacità di costruirsi chiavi interpretative” e me la tengo come mio pensiero sulla finalità di ogni ciclo di studi Ancora una volta grazie

     
  17. annamaria

    INTANTO Segnalo un altro articolo di Rampini sulla situazione della scuola pubblica americana, così come ne parla il recentissimo documentario Waiting for Superman, girato dallo stesso regista che vinse l’Oscar per An unconvenient truth. Sì, sviluppo è una parola poltigliosa. E sì, come dice Walter, in questo paese spesso avere buone idee e soluzioni giuste non basta. Mentre a volte basta essere figli di qualcuno. Anche la situazione è poltigliosa. D’altra parte, in molti, e ciascuno al suo meglio, continuiamo a darci da fare per offrire buoni strumenti agli studenti. Se mancassero i buoni strumenti. E i buoni studenti. E gli insegnanti appassionati. Ecco, credo che l’obiettivo sia darsi da fare per evitare che la poltiglia arrivi a travolgere ogni idea di qualità dello studio e del pensiero. In attesa – speriamolo – di momenti migliori. Certo: la nomina del nuovo ministro dello sviluppo economico non sembra un gran passo avanti in questa direzione.

     
  18. Utente Anonimo

    @Walter: grazie! la lezione di Glaser è fantastica! Valeria

     
  19. Nello

    Chiedo pubblicamente scusa per la battutaccia. L’affermazione sul medioevo era una curiosa riflessione di come il mondo vasto di internet fosse concentrato (tutto in una volta) su un periodo storico prevalentemente europeo. Tornando in topic, credo che i giovani di ooggi non hanno alcuna fiducia nel futuro esorcizzando il tutto attaccanosi all’ultimo modello di iPhone o all’apparire piuttosto che alla cultura ed i lsapere. Per quanta passione possa metterci un insegnante (la mia prof di matematica finita la lavagna continava a scrivere le formule sulla parete) bisogna sempre vedere quanto resta di ogni lezione in ogni allievo.

     

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