pazienza produttiva creativa

Ghemm de purtà pasiensa.
Cioè: dobbiamo portare pazienza.  Lo diceva sempre mia nonna (curriculum: spedita a lavorare al termine della seconda elementare, epidemia di spagnola, due guerre mondiali, in occasione della seconda guerra casa bombardata e coincidente perdita del lavoro, perché lei e mio nonno facevano i portinai in una cà de sciuri, dalle parti di via Mascheroni a Milano).

La pazienza è una cosa che si porta con sé. Non è una condizione passiva ma, come avrebbe spiegato mia nonna con parole migliori delle mie, anche se in milanese, è una condizione dinamica e operativa.

QUALCOSA DI ANTICO? Porti pazienza quando continui a fare quello che devi fare, anche in condizioni avverse. E anche se ti pesa.
Mi sono domandata perché mai, quando ho pensato a questo articolo, la nonna mi è subito tornata in mente, e la risposta è semplice. La pazienza ci sembra qualcosa di antico e del tutto fuori moda.
Oggi (e anch’io l’ho fatto) si usa più volentieri il termine resilienza, più tosto – almeno in apparenza – e tecnologico, perché in origine rimanda al mondo dei metalli, e alla loro capacità di resistere ai colpi. Nella sua estensione alle discipline biologiche e all’ecologia, “resilienza” indica anche la capacità di un sistema di resistere alle aggressioni esterne, modificandosi e autoriparandosi.

ESSERE PAZIENTI NEL XXI SECOLO. Eppure. La pazienza è poterealtro che dote vittoriana fatta di passività!, scrive senza mezzi termini Judith Orloff, psichiatra all’Università della California di Los Angeles. Che aggiunge: dobbiamo riportare l’idea di pazienza nel ventunesimo secolo, ristrutturandola. La pazienza è uno stato attivo. Ci aiuta a gestire lo stress e la frustrazione, a mantenere il controllo anche nelle situazioni sfavorevoli e a rimanere centrati.

FORTI PERCHÉ PAZIENTI. La pazienza, insomma, non coincide con un atteggiamento remissivo e rassegnato. Non esprime una vocazione alla mediocrità o all’essere docili. E non è un automatismo, ma una scelta consapevole. La pazienza è la virtù dei forti, recita il proverbio, che ha, con patience is a virtue, anche un corrispondente inglese. È Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, a sviluppare il concetto: la pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico. 

CONDOTTIERI, LEADER CARISMATICI E STRATEGHI. Non è solo questo: la pazienza è la dote dei grandi condottieri. È quella che, durante la Campagna di Russia, guida il conte Fëdor Vasil’evič Rostopčin a pianificare una guerra fatta di ritirate strategiche, in attesa che sia il Generale inverno a piegare, e a sconfiggere, le truppe francesi. 

Ed ecco Gandhi: perdere la pazienza significa perdere la battaglia, diceva. E Sun Tzu, nell’Arte della guerra, il più antico trattato di arte militare, e ancor oggi uno dei più influenti testi di strategia: chi è prudente ed aspetta con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso.

PAZIENZA CREATIVA. Un lungo articolo su Medium indaga il senso, le implicazioni e i vantaggi dell’essere pazienti nel lavoro creativo (l’autore è un musicista). Di mio, vorrei aggiungere che, per esempio, sono anche una questione di pazienza il lavoro della scrittura, con il suo ineliminabile corredo di incertezza, frustrazione e solitudine, e soprattutto la qualità del lavoro di scrittura.

LA FRETTA CHE CONSUMA. Viviamo in tempi accelerati e vogliamo ottenere qualsiasi cosa subito. Cerchiamo gratificazioni istantanee, soluzioni e risultati immediati. E l’urgenza di consumare (sì, di consumare) non solo beni, ma anche le gratificazioni, le soluzioni e i risultati, ci porta a trascurare la qualità di quello che otteniamo (basta che arrivi in fretta). E a esaurire in un battibaleno anche la soddisfazione per quanto abbiamo ottenuto.

IL DONO DEL FUTURO. Dicevo: vogliamo tutto subito, come se non esistesse un futuro. E comincio a sospettare che il maggior dono dell’essere pazienti, più ancora dell’evitare errori dovuti a fretta e superficialità, più ancora della calma, sia proprio quello di riconsegnarci un futuro.
Di fatto, la pazienza è intrinsecamente ottimistica e proiettata nel futuro. Si nutre di speranza, di lungimiranza e di fiducia. Ci permette di darci obiettivi a lungo termine e di conseguirli (ecco perché è una virtù strategica).

PAZIENTI SÌ, MA COME? Volendo cominciare a essere (almeno un po’) più pazienti, potremmo, per esempio, considerare che insegnare o imparare qualcosa, ricordare qualcosa, riparare qualcosa, produrre qualcosa che ha valore, e perfino apprezzare qualcosa (si tratti di un ottimo pranzo, un bel paesaggio, un buon libro o una solida amicizia) chiede tempo. Potremmo anche considerare che, quando siamo in una oggettiva situazione di disagio, l’impazienza brucia energie, accrescendo ulteriormente lo stress e quindi il disagio medesimo.

PAZIENZA BUONA E PAZIENZA CATTIVA. Un bell’articolo su Avvenire ci dice che non sempre la pazienza è “buona”: c’è anche la pazienza a denti stretti, quella che si esercita contro voglia e che lascia trasparire il fastidio che nasce dal non potersi sottrarre; è una sorta di pazienza sacrificale, estorta, che mette sgradevolmente in debito l’altro… Il fatto è che la vera pazienza, quella “buona”, è legata alla passione per la vita. Quello che rende buona la pazienza (e dunque utile, talvolta anche allegra) è legato allo scopo per il quale la si esercita; ed è, ancora una volta, avere lo sguardo puntato fuori di sé, su una meta, su un obiettivo che ha valore per chi lo persegue.

PAZIENZA, AUTOCONTROLLO E BENESSERE. È accertato che l’essere pazienti è correlato positivamente con lo stato soggettivo di benessere. Con la capacità di essere empatici, con il grado di apertura mentale, con l’autocontrollo.
Ed è anche accertato che l’essere pazienti è un tratto appreso. I bambini che imparano a essere pazienti hanno maggior autocontrollo da adulti, e tutto ciò è a sua volta correlato con minori difficoltà scolastiche. E poi con una vita più sana, più piena e più soddisfacente.
Per questo, e perfino se pesa un po’, portarci appresso una dose di pazienza può risultare assai utile. Perfino, o forse specialmente, nel turbine del XXI secolo.

3 Commenti a La pazienza è strategica, produttiva e creativa

  1. Esse

    Il link all’articolo su medium non sembra funzionare…

     
    • Annamaria Testa

      Grazie per la segnalazione!
      Ora funziona.

       
  2. Maurizio Guarnaschelli

    Grazieeeee!
    Era proprio il post che mi aspettavo di leggere in questo periodo.
    Dall’inizio dell’anno sono in pensione, due mesi ed ecco il lockdown.
    Tutti i progetti e la mia lunga lista di “cose da fare” sono diventati carta straccia.
    Questo lungo e personalissimo preambolo, solo per dire che sì, la pazienza creativa è la vera risposta a questa situazione.
    Intanto ricomincio a studiare, a prepararmi, ad esercitarmi, a conoscere meglio le cose che già so e ad impararne di nuove… con pazienza.

     

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