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Perdenti e vincenti: un'ossessione americana, e non solo

Dev’essere diventato (peggio ancora: dev’essere tornato) di moda dividere il mondo in perdenti e vincenti. In deboli e forti. Però, e non da oggi, ho la sensazione che dietro a queste categorie non ci sia una gran visione. Che le categorie stesse siano più fragili di quanto appaiono. E che, soprattutto, sbavare sui vincenti sia un comportamento perdente.

PERDENTI, SCEMI, TERRIBILI, STUPIDI, DEBOLI.
Un curioso articolo del Washington Post conta le volte in cui Donald Trump, twittando, usa la parola “loser” (perdente): ne registra 170 a fine settembre 2016.
Mentre scrivo il Trump Twitter Archive segna “loser” come il primo degli insulti ricorrenti, con 234 occorrenze. Seguono “dumb” o “dummy” (scemo, idiota) con 222 occorrenze, “terrible” (terribile, orrendo) con 204 occorrenze, “stupid” (stupido) con 183 occorrenze e “weak” (debole, fiacco) con 156 occorrenze.

ROZZO PENSIERO DICOTOMICO. Immagino che i numeri cresceranno, a meno che qualcuno degli assistenti non strappi definitivamente il telefonino dalle mani del quarantacinquesimo presidente. Il quale, oltre all’account ufficiale POTUS, sembra voler conservare il proprio account Donald J. Trump.
E immagino che l’ordine in classifica subirà poche modifiche. D’altra parte, a ben vedere, le accoppiate debole/perdente e stupido/idiota delineano un paesaggio cognitivo che comprende criteri di giudizio forse un po’ rozzi, ma dotati di un’innegabile coerenza e dunque, probabilmente, persistenti.
Si tratta di criteri di giudizio caratteristici del pensiero dicotomico, quello che schematizza e semplifica dividendo il mondo in bianco e nero, senza alcuna sfumatura. O in amici e nemici. O, appunto, in perdenti e vincenti. È un pensiero sbrigativo e inadeguato a destreggiarsi nella complessità del presente. Ma è anche facile da comprendere, rassicurante e consolatorio, specie se ci si mette sempre e automaticamente dalla parte buona.

UNA NAZIONE DI PERDENTI. La cosa notevole è che, come rileva il New Yorker, nella sua cupa cerimonia inaugurale Trump descrive gli americani come vittime, e dice che la storia del paese è una storia di declino. Insomma, costruisce l’idea di un’intera nazione di perdenti che lui, come unico vincente, promette di “proteggere”. Cosa che relega gli americani – è ancora il New Yorker a notarlo – in un’ancor più profonda condizione di perdente passività. Questo, fra l’altro, potrebbe essere uno dei punti di debolezza della comunicazione presidenziale futura.

L’OSSESSIONE E I PARADOSSI. Psychology Today scrive che l’America ha l’ossessione di definire successo e felicità in termini di vincenti e perdenti. Si tratta di un atteggiamento che permea qualsiasi ambito, dallo sport alla politica agli affari, e procura più danni che vantaggi.
L’ossessione genera, infatti, alcune conseguenze paradossali: per esempio, una citatissima ricerca spiega che i vincitori olimpici di medaglie d’argento sono solitamente più insoddisfatti dei vincitori di medaglie di bronzo. Succede perché gli “argenti” si ritengono perdenti rispetto al primo classificato, mentre i “bronzi” sono comunque felici di essersi conquistati una medaglia.

perdenti e vincenti 2

INFELICI E FRUSTRATI. Questa sindrome si riflette nella percezione del pubblico, e si estende anche agli sport amatoriali: le persone più infelici e frustrate si esaltano solo per i risultati eccellenti, e solo quelle più felici apprezzano qualsiasi buon risultato (vi sono venuti in mente gli innumerevoli casi italiani di genitori che fanno a botte sul campetto da calcio dei pargoli? Beh, anche a me).
Ed ecco quali sono le conseguenze del voler vincere a ogni costo, e non solo negli sport: perdita del piacere di mettersi alla prova, e del senso stesso della competizione. Propensione a vincere anche con l’inganno. Incremento dello stress. Aumento dei pregiudizi e dell’alienazione. Trasformazione di ogni sconfitta in un evento traumatico.

COMPETERE O COOPERARE. L’alternativa al competere, ovviamente, non è rinunciare alla competizione (ehi! Questa sarebbe un’altra forma di pensiero dicotomico), ma scegliere la cooperazione.
Tra l’altro: se mettiamo a confronto i due approcci, nella scuola, nel lavoro, nello sport e perfino nei rapporti tra nazioni, scopriamo che a vincere è l’approccio cooperativo: ce lo dicono, (a ricordarlo è ancora Psychology Today), oltre 122 ricerche indipendenti.
Forse, alla faccia di Trump, varrebbe la pena di rileggersi quello che scrive Alex Zanardi: un campione che di competizioni sa più di qualcosa. O bisognerebbe ricordare la straordinaria storia di Derek Redmond, che mentre sta correndo i 400 metri piani alle Olimpiadi si strappa un muscolo e taglia il traguardo sorretto dal padre. Perde la gara ma vince la più intensa e commossa standing ovation della storia olimpica.

POTENZIALI NARRATIVI. Già: i vincenti, se li consideriamo sotto il profilo narrativo, sono poca cosa. E spesso una positiva, consapevole ed energica reazione alla sconfitta risulta molto più interessante ed emozionante di una vittoria esibita, autocelebrata e non esente da controversie. Speriamo che qualcuno lo dica al partito democratico americano.
Le immagini sono di Tommy Ingberg. Una versione più breve di questo articolo esce su internazionale.it

6 Commenti a Perdenti e vincenti: un’ossessione americana, e non solo

  1. Pingback: Disoccupati: fannulloni, furbi e incapaci. Favole e frottole sugli Invisibili del Lavoro | AstrOccupati

  2. Anna Folli

    Mi piace sempre un sacco Annamaria Testa. La leggono anche i miei figli.

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Anna.
      Ma grazie! E un saluto a te e ai figli! 🙂

       
  3. Rodolfo

    Faccio riferimento anche ai due argomenti precedenti relativi all’apprendimento permanente e al vincere e perdere, che mi paiono essere in continuità, sperando di non essere troppo off topic. Vincere o perdere credo appartengano più alla finzione e al racconto che alla realtà in continuo divenire. Quando il campo di gioco e le regole soggiacenti, lo svolgimento –con un inizio e una fine– e le caratteristiche dei giocatori sono predefinite, allora si può parlare di vittoria o di sconfitta. Diversamente, nel continuum che è lo svolgersi della vita, nelle relazioni fra individuo e società e nel processo di costruzione e decostruzione delle regole via via che le azioni si svolgono, e che da quelle regole variabili sono determinate, credo sia più opportuno parlare di rispondenza, di sintonia o diacronia con la complessità, tale da determinare i cambiamenti in sinergia con l’ambiente piuttosto che verso punti di crisi sistemica.
    Tanto per fare riferimento pratico agli ultimi accadimenti, provo a chiedere agli amici di tastiera che con me si ritrovano ad apprezzare il lavoro rigoroso, utile e nuovo fatto dalla nostra ospite: come procedereste alla ricostruzione delle zone terremotate? Anche qui si tratta di “vincere o perdere” una sfida e, ne sono convinto, la ricostruzione avverrà nel peggiore dei modi possibili.
    La struttura attuale dei comuni ha circa otto secoli. Molti di essi sono formati da poche centinaia o qualche migliaio di abitanti. Hanno tutti una struttura operativa minima totalmente inadeguata ad affrontare la complessità. Se ne disegniamo i confini appare evidente che essi sono stati determinati dalla raggiungibilità a piedi o a cavallo nell’arco di un tempo utile all’utilizzo del territorio. Mi pare che le cose siano cambiate. Se tracciamo le mappe degli elementi omogenei, quali il tipo di territorio con caratteristiche comuni, oppure le mappe dell’istruzione, della sanità, delle attività produttive industriali o agricole, del trasporto locale ecc., possiamo vedere come essi già travalicano e riuniscono più territori comunali e che le diverse aree tematiche non si sovrappongono ma hanno forma ed estensione molto diversificate. A mio parere queste diverse aree, in permanente ridefinizione, dovrebbero essere lo schema soggiacente a una nuova e finalmente attuale, dati anche gli strumenti disponibili, organizzazione sociale e politica del territorio nazionale.
    Questo mi fa pensare che, ancor prima delle provincie e delle regioni, sono i comuni a dover essere ripensati. I nuovi strumenti a nostra disposizione, quelli soggiacenti al discorso della formazione permanente, sono superflui se continuiamo a fare le stesse cose con gli stessi intenti. La formazione permanente, l’apprendere l’uso di nuovi strumenti non dovrebbe servire a fare cose nuove? Il piccolo ridicolmente vecchio sedicente rottamatore ci propone oggi il suo twittato “ritorno dal futuro”: ma davvero si è giovani in questo modo ciarlatano e secondo le regole di Propp? Basta utilizzare il più stupido dei social per essere giovani e portatori di futuro? Non mi pare.
    Se dovessi proporre un modo per ricostruire le aree devastate dal terremoto e dall’imperizia, immaginerei un centro unico, dislocato sul territorio, con qualche migliaia di giovani neolaureati in discipline concorrenti –antropologi, sociologi, geologi, agronomi, architetti, urbanisti, ingegneri, economisti– organizzati in gruppi di lavoro, coadiuvati dagli abitanti dei luoghi da ricostruire e da persone di chiara competenza, tutti impegnati in un processo di progettazione permanente orientata ad avere il massimo della conservazione della struttura sociale, architettonica ed estetica, unita al massimo dell’innovazione strutturale ed energetica. Il più nuovo e al contempo il più antico ottenibile. E al diavolo i regolamenti, la burocrazia ottusa, il potere delle varie mafie politiche ed economiche.
    Tagliando fuori tutti quei piccoli incompetenti che, per piccoli interessi e per impreparazione e ritardo formativo, saranno invece quelli che faranno di fatto l’approssimativa e molto peggiorativa ricostruzione.
    Le stesse incompetenze e miserie evidenti nel più potente Presidente del mondo che vince e ci perde, nei nostri piccoli ciarlatani twittanti o vaffanculanti… e in tutta quella pletora di funzionari burocrati da ceralacca che costituiscono il potere e la conservazione becera dei privilegi, e che costringono i nostri giovani ad emigrare verso un Mondo sempre più piccolo e disagiato, obnubilati da strumenti potenzialmente rivoluzionari ma utilizzati in modo omologato. Cosa scegliere fra progresso civile o barbarie?

     
  4. John

    vincere sarà sempre preferibile a perdere ma la questione è come si vince e a non trasformare le sconfitte della vita in traumi inenarrabili

     
  5. Cornetta Maria

    Ci sono tanti “eroi qualunque” (è il titolo di un mio racconto) che passano tranquillamente inosservati ma sono i veri VINCENTI. Non c’è bisogno del fragore di un applauso per confermare il valore di una persona. Se a tutto questo si aggiunge la PRECARIETA’ della fama, della salute, del benessere economico e fisico, qualunque persona intelligente capirebbe che dalla condizione di VINCENTE si può scadere facilmente in quella opposta. Siamo esseri umani, soltanto fragili creature a rischio di sconfitta in ogni momento della nostra vita.

     

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