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La Piramide dei bisogni, il senso di insicurezza e il modello Milano

La Piramide dei bisogni, ideata da Abraham Maslow, continua a tornarmi in mente regolarmente, in questi ultimi tempi. Basta che accenda la tv e mi fissi a guardare l’ennesimo dibattito politico, cercando di decifrare opinioni sulla situazione attuale e sui suoi perché. 

NON SI TRATTA DI MARKETING.  Della Piramide di Maslow, con ogni probabilità avete già sentito parlare se vi occupate di marketing o di management. Stavolta, però, il marketing non c’entra niente. E, anche in generale, c’entra meno di quanto si possa pensare.
Facciamo un passo indietro.
Uno degli esempi più significativi della propensione del mondo del marketing, degli affari e del management a impossessarsi di teorie diverse banalizzandole è l’aver trasformato L’arte della guerra di Sun Tzu,  probabilmente il più antico trattato di strategia militare al mondo, tanto breve quanto profondo e illuminante, in un manuale per fare carriera e avere successo nel mercato.

PSICOLOGIA UMANISTA. L’altro esempio è proprio la Piramide dei bisogni proposta da Abraham Maslow in un articolo uscito nel 1943 sulla Psychological Review (qui il testo originale).
Maslow è uno psicologo umanista, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti. A differenza di molti suoi colleghi dell’epoca, non è interessato alla malattia mentale, ma alla salute psicologica delle persone e allo sviluppo delle potenzialità individuali. Del marketing non gli interessa un fico secco, e il fatto che a partire dalle sue teorie in seguito si siano sviluppati prodotti e tecniche di vendita l’avrebbe come minimo lasciato perplesso.

MOTIVAZIONE E BISOGNO. La Piramide dei bisogni che Maslow concepisce è una rappresentazione semplice, intuitiva e potente di tutto quanto suscita le nostra motivazione (l’energia che ci muove verso il raggiungimento di un risultato).
In sostanza: ogni volta che percepiamo una mancanza (un bisogno), ci sentiamo irrequieti e infelici. Dunque, ci diamo da fare per soddisfarlo. L’energia che anima il nostro darci da fare, la motivazione, è tanto più intensa quanto più il bisogno che ci agita è urgente e  fondamentale.

BISOGNI DI BASE. Maslow sostiene che i bisogni che noi percepiamo sono organizzati in maniera gerarchica, che i bisogni fisiologici (cibo, sonno, riparo…) sono i più prepotenti, e che ci occuperemo dei bisogni di livello superiore solo dopo, e a condizione di, aver soddisfatto quelli più basici.
In origine la Piramide di Maslow si articola in cinque livelli: bisogni fisologici, di sicurezza, di amore e appartenenza, di riconoscimento sociale e autostima, di autorealizzazione.

UNA GUIDA PER CRESCERE. In seguito Maslow ridisegnerà i livelli superiori, e negli anni 90, a partire dai suoi scritti, altri autori collocheranno in cima alla piramide il bisogno di trascendenza: non dimentichiamoci che Maslow è uno psicologo umanista, ottimista e fiducioso nella capacità di automigliorarsi delle persone, e che concepisce la Piramide stessa come guida per la crescita individuale e sociale.

SEMPLICE E INTUITIVA. La gerarchia di Maslow può cambiare in differenti contesti o culture, o nelle diverse percezioni soggettive (questo significa che non tutte le singole persone sono ugualmente sensibili a tutti i bisogni, in quell’ordine) e nel dettaglio è stata più volte discussa. Tuttavia la struttura piramidale di base, nella sua semplice intuitività, conserva ancora oggi il suo valore.

DALL’INSICUREZZA ALL’ASTIO. Ed eccoci al punto, e ai dibattiti più recenti: chi abbia in mente la Piramide dei bisogni non può stupirsi che chi si sente insicuro e poco protetto, abbandonato a se stesso, fragile, minacciato e pieno di incertezze sul lavoro o sul futuro sia poco sensibile a istanze altruistiche di livello superiore, e che anzi sviluppi un astio profondo nei confronti di chi, proprio chiedendogli di aderire a istanze di livello superiore, sembra del tutto indifferente all’urgenza del suo disagio.

INSICUREZZA PERCEPITA. Chi abbia in mente la Piramide dei bisogni non dovrebbe nemmeno stupirsi del fatto che, per rinforzare e accrescere la domanda di sicurezza, si accresca in ogni modo possibile la percezione dell’insicurezza, anche a costo di raccontare frottole sull’aumento della criminalità, sulla pericolosità dei migranti o su uno qualsiasi degli altri temi arroventati che occupano quotidianamente l’agenda mediatica e i social network.
È un ottimo modo per tenere le persone lì, inchiodate a quel livello di bisogno, per impedirgli di pensare ad altro e per orientarle ad agire in base a presupposti non necessariamente fondati, ma non per questo meno motivanti.

ULTIMI E PENULTIMI. Infine, chi abbia in mente la Piramide dei bisogni non dovrebbe stupirsi se sono proprio i penultimi, quelli che si sentono insicuri, poco protetti e abbandonati, a provare più indifferenza o ostilità nei confronti degli ultimi, quelli che cercano cibo e riparo: il rispetto reciproco va a braccetto con l’autostima, che va a braccetto col senso di identità che deriva dal sentire di appartenere a una comunità solida, equa, protettiva e tale da concedere a ciascuno la sua dose di opportunità. Tutta roba che sta lassù, troppo in alto per interessare chi si sente insicuro.

DUE CONSEGUENZE. Da tutto ciò discendono due conseguenze semplici e intuitive: più cresce il numero di coloro che, a torto o a ragione, si sentono penultimi perché privi di ogni sicurezza, più crescerà l’ostilità nei confronti degli ultimi, quelli che sono privi perfino di cibo e riparo. E ancora: condannare, censurare e accusare i penultimi perché la pensano come la pensano non farà altro che accrescere la loro sensazione di insicurezza e il loro astio.

UN PRESUPPOSTO. Il presupposto, invece, è che il bisogno di sicurezza non è di destra né di sinistra: è semplicemente umano. A fare la differenza sono i modi per riconoscerlo, affrontarlo e soddisfarlo, disinnescandone contemporaneamente gli aspetti estremi e paranoici. Si può fare: lo dimostra il modello Milano: una città che mette a tavola insieme 160 comunità etniche e che, parole del sindaco Beppe Sala,  le paure le gestisce, non le butta addosso agli altri.

PROSPETTIVA ASSENTE E GENERALE NON PERVENUTO. Di solito, nei dibattiti televisivi che seguo, questa prospettiva è del tutto assente. E a me viene in mente l’altro grande testo scippato dal marketing, l’Arte della guerra, appunto.
Il quale testo recita che per vincere ci vuole un generale capace di comprendere le contingenze, di seguire un percorso virtuoso prendendo decisioni buone non per sé, ma per lo Stato, e di capire qual è il momento giusto per agire, ricordando che aspettare inutilmente significa disperdere energie, avere una forma inadeguata significa avere debolezze, minimizzare le forze significa dissiparle.
Di solito, a questo punto, spengo la tv, scopro che per la frustrazione ho fatto fuori mezza tavoletta di cioccolato fondente, sospiro e scornata me ne vado a dormire. Sognando che, chissà, il modello Milano diventi un’altra delle eccellenze cittadine da esportazione.

11 Commenti a La Piramide dei bisogni, il senso di insicurezza e il modello Milano

  1. Pingback: Una piramide famosa | ognigiornotuttigiorni

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  3. Rodolfo

    “Ma, un moto dell’anima?”. “Lascio quest’entità fantastica al pietismo peloso dei credenti”. “Una mano sulla coscienza?”. “Credo sia fuggita col genio della lampada in cerca di soddisfare desideri materiali”. “Forse, dunque, i lumi della Ragione?”. “Soddisfatti tutti i bisogni, dalla vetta della Piramide anche il deserto di duri sassi può avere il suo fascino, per una notte apparire molto gradevole, ma si tratta di un fatto episodico, che si manifesta in condizioni particolari, la quotidianità è ben altra cosa”.

    La pancia vuota pensa a quella piena,
    la pancia piena nun ce vo’ pensare,
    seppure dice che ce pensa assai
    nun ce badate: nun ce pensa mai.

    Canto popolare della Val Nerina ternana,
    i dischi del Sole – Istituto Ernesto De Martino.

     
  4. Magari

    Ecco, questa è la ragione per cui adoro questo blog: c’è un problema, io ci penso, butto anche giù due idee, giusto per definire un certo mio punto di vista in relazione ad altri scombiccherati che ci si sono cimentati (https://andreataglio.wordpress.com/2018/06/21/ancora-politica-stavolta-pensando-come-un-papero/), ma mi resta la sensazione di non avere esaurito l’argomento, di non avere trovato la chiave giusta per scardinarlo, e poi arrivo qui e trovo la chiave che cercavo. Quella giusta per affrontare (e magari risolvere) il problema.

    Non posso fare altro che levarmi il cappello e ringraziarvi per il lavoro che fate.
    Grazie.

    Spero tanto che anche gli attori coinvolti da questa analisi leggano questo blog.

    Magari

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Magari.
      Il voi, in realtà, è un tu: nuovoeutile è una cosa che scrivo, impagino e immagino da sola. Ci vuole del tempo e, riuscendoci, un po’ di pensiero.

      Poi arriva un commento come il tuo e mi dico che continua a valerne la pena.
      Dunque, grazie a te!

      Per quanto riguarda gli attori coinvolti: dubito, anche perché mi sembrano troppo occupati a twittare a capocchia per trovare il tempo per leggere qualcosina.
      Però, sai, c’è quella storiella della goccia che, dai e dai, qualcosa “cavat”.
      Annamaria

       
  5. giorgio bonifazi razzanti

    Chiara e illuminante come al solito. Il tuo è sempre un contributo che ne vale la pena, se vuoi essere rassicurata.
    A proposito del tema, tempo fa, su Internazionale c’era un ragionamento affine: “Il fascismo funziona sempre allo stesso modo: usa le contraddizioni sociali non per innescare un conflitto di classe, ma per aizzare il conflitto all’interno della classe degli oppressi: il ceto medio impoverito, che sente di non avere più sicurezza sociale (il welfare scomparso, le misure di sostegno al reddito clamorosamente insufficienti, un ascensore sociale che invece di salire precipita in basso), contro la nuova classe proletaria (migranti ed emarginati) che i diritti sociali non li hai mai avuti.”

     
  6. Davide

    Grazie Annamaria per i consueti densi spunti.
    A me piace ancora pensare (illusione) che Maslow si sbagliasse e Frankl avesse ragione.
    La ricerca di “significato” vince (o dovrebbe vincere) sui “bisogni”.
    O forse avevano ragione entrambi, magari esistono persone sensibili e orientate sui bisogni e altre sulla ricerca di significato. O ancora, semplicemente, le persone vivono saltando dall’una all’altra, in continua contraddizione.
    Le tue riflessioni rimangono in ogni caso centrate, in effetti anche sulla ricerca di significato dal fronte “politico” perviene il nulla.

     
  7. Stefania

    Grazie di queste tue riflessioni che faccio mie.

    Orgogliosa del modello Milano, spero anche io nel valoroso generale che sappia estenderlo al Paese.

    Intanto faccio il poco che posso e sgranocchio cioccolato fondente e nocciole

     
  8. Fiorella Palomba

    Come già scrissi in un commento a una tua nota del 21012, Annamaria, Maslow ha inquietato e intrigato le mie notti di formatore.

    Era il secondo livello che ci interessava come istituto di formazione di ANIA: la sicurezza. Sicurezza che, come diceva Tonucci, mio collega del CNR, se ne va a ramengo se le città sono sguarnite di umani.

    La Lega ha lavorato sulle paure e ha sguarnito molte città: alla chiusura dei negozi sono vuote e quindi insicure.

    A margine mi permetto di osservare che la Scala dei Bisogni di Maslow disegna anche il percorso dell’umanità nella storia. Deve risolvere i suoi bisogni primari prima di poter scalare

     
  9. Annamaria Testa

    AGGIORNAMENTO: IL MODELLO MILANO
    Dall’intervista di Marco Damilano al sindaco Beppe Sala uscita su L’espresso:

    L’Espresso:
    Oggi, però, Milano sembra la città dove II messaggio sovranista ha meno attecchito. A fine agosto, In poche ore, si è riunita una manifestazione contro l’incontro in città tra Salvini e Viktor Orbán. II 30 settembre, nuova manifestazione. Al di là delle piazze, un volto accogliente, un centrosinistra plurale che non c’è altrove.

    Beppe Sala:
    «Giuliano Pisapia mi ha lasciato in eredità un risveglio della partecipazione civica, è stato il suo principale merito. Io rivendico per me di aver insistito già in campagna elettorale sull’apertura internazionale della città. Milano non doveva affondare nelle sabbie mobili del Paese, avevo capito dove si andava a finire sui migranti. Ora quando vado in giro ripeto ai milanesi: condividiamo tutti che Milano sia la destinazione di enormi investimenti esteri, che ospiti ventimila studenti stranieri, che l’anno scorso sia stata la meta di più di otto milioni di turisti, una delle città più visitate del mondo? Nel 2020 ospiteremo la convention internazionale della galassia Lgbt. Milano è una città aperta. O sei aperto o sei chiuso. E se ti chiudi, se segui Salvini, si sgonfia tutto. Quando lo dici, la gente si interroga. La gente è razzista? Non credo, le persone valutano opportunità e rischi. Non posso dare del razzista a chi è in lista di attesa per una casa e dice: vengo prima io. A Milano il 19 per cento dei residenti è di origine straniera, contro l’8 per cento nazionale. Senza gli immigrati la città si ferma. Il 30-40 per cento dei bar sono gestiti dai cinesi, la metà delle pizzerie dagli egiziani, per non parlare delle badanti e degli altri lavoratori. La tensione è nata con l’arrivo dei migranti africani. E qui c’è la domanda per la sinistra e per il Pd, anzi, il domandone: la sinistra e il Pd e pensano che l’immigrazione vada controllata o no? Io sono d’accordo con quello che ha detto qui Roberto Saviano: per i migranti che fuggono da una situazione di guerra o di oppressione politica non c’è neppure da farsi la domanda, vanno accolti e basta. Ho visto le testimonianze dei torturati nei lager libici, sono racconti raccapriccianti. Per gli altri, chi si muove per questioni economiche, bisogna fare in modo che incrocino una richiesta di lavoro».

    L’Espresso:
    Alle elezioni del 4 marzo II Pd è rimasto II partito più votato In città. I risultati però sono molto diversi se cl sl sposta dal centro alle periferie e all’hinterland. II modello Milano è esportabile?

    Beppe Sala:
    «Sono stato mesi fa ad appoggiare i candidati del centrosinistra a Lodi, Genova, Vicenza, Piacenza, con scarso successo. In alcuni casi c’era uno sbando del Pd, ma soprattutto mi sono reso conto che in molte situazioni il mio discorso fosse inapplicabile. A Milano c’è una società che si muove in modo autonomo dalla politica, una rete di comitati, associazioni, terzo settore. Quando Salvini ha invitato Orbán ero fuori città, per qualche giorno di vacanza, il movimento si è convocato senza che io abbia fatto nulla. La partecipazione e gli alleati in città sono l’evoluzione di un disegno di apertura. Una ragione che non si vede della tenuta di Milano è il ruolo della Chiesa. A Milano al pranzo solidale a giugno sono arrivati in diecimila e abbiamo parlato in due, io e l’arcivescovo Mario Delpini. È un alleato poderoso. E poi c’è un mondo imprenditoriale molto concreto e per nulla ideologico. Romanticamente potrei dire che qui il populismo è in difficoltà perché è più difficile dire che c’è qualcosa che non funziona. Abbiamo il 60 per cento di raccolta differenziata e zero rifiuti in discarica, sui trasporti l’Atm ha annunciato un piano da due miliardi per avere in sette anni tutti i bus elettrici. Insomma: a Milano è più facile fare certi discorsi. Lo riconosco come una ricchezza della città e un limite per chi voglia portare questo modello fuori».

    L’Espresso:
    Per sé quale ruolo si riconosce?

    Beppe Sala:
    «Quando sono stato eletto sindaco sapevo di essere in grado di fare l’amministratore, perché era un lavoro che avevo già fatto. Ma mi chiedevo se sarei stato capace di svolgere un ruolo di ricucitura che è tipicamente politico. Credo che oggi mi venga riconosciuto il merito di essere uno che parla con tutti e che ascolta tutti. Un grande lavoro è stato compiuto per riportare Milano al centro di una rete internazionale. Oggi i governi nazionali sono a destra e le città sono a sinistra, non solo in Europa. Sono vicino ai sindaci di Chicago e di Los Angeles, sono amico di Anne Hidalgo a Parigi e di Ada Colau a Barcellona, sono impegnato a fare rete con le amministrazioni di sinistra che condividono i valori dell’apertura».

     
  10. Annamaria Testa

    AGGIORNAMENTO: IL RIFLESSO AURORITARIO
    «I valori e i comportamenti degli esseri umani sono modellati dalla misura in cui la loro sopravvivenza è sicura».

    I lavori del sociologo Ronald Inglehart dicono come dagli anni 70 e 80 si sia affermata, con la sostituzione generazionale, la supremazia dei valori post-materiali su quelli materiali. Negli ultimi anni è avvenuto però un colpo di scena, che ha rovesciato quella «rivoluzione silenziosa» nel suo opposto, con vaste conseguenze sulla divisione delle parti in società tra destra e sinistra, di cui qui gli chiediamo conto.
    https://trendilliberale.reset.it/trend/e-linsicurezza-a-scatenare-il-riflesso-autoritario/

     

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