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Ordine e disordine - Metodo 13

La creazione è la capacità di uscire da un ordine, affrontare il disordine e dar vita a un nuovo ordine. Di mezzo c’è la trasformazione. Così scrive Alberto Melucci, sociologo e psicoterapeuta, nelle conclusioni libro Creatività, miti, discorsi, processi. È un bel brano: è linkato qui sopra, se potete dategli un’occhiata.

NEGOZIARE CON IL DISORDINE. In effetti, qualsiasi processo creativo non è altro che un lungo negoziato con il disordine: comincia con la percezione di una smagliatura, o di una potenzialità, che mette in crisi quanto esiste. Si sviluppa in una serie di tentativi, prove ed errori a loro volta disordinati fino a quando tutto non torna a posto, ma in un posto diverso, governato da un ordine differente, e superiore. Insomma, come racconta Psychology Today, il processo creativo è uno sfinimento tra caos (pensiero divergente) e rigore (pensiero convergente). Che sono, contrariamente a quel che molti pensano, ugualmente importanti per la creatività. Per questo motivo è molto difficile cimentarsi con un lavoro creativo se non si riesce a tollerare ed accettare una dose (anche se temporanea) di disordine, o se la tendenza a preservare a ogni costo un ordine preesistente è così forte da impedire ogni cambiamento.

ordine e disordine

CERCARE UN SENSO. I concetti di ordine e disordine aprono prospettive davvero ampie. Per esempio, entrambi rimandano a percezioni e competenze soggettive e sono connessi con la nostra vocazione a cercare un senso perfino nelle configurazioni accidentali: lo spiega bene, parlando di ordine e disordine in natura, il fisico Donald Simanek. Lo stesso che, in un altro splendido articolo, racconta come l’ordine sia uno stato stabile delle cose, che emerge (alla faccia dei fautori del Disegno Intelligente) da una sufficiente quantità di caos.

TROPPO ORDINE NON VA BENE. Una dimostrazione paradossale di quanto un eccesso di ordine coincida con una perdita di senso sta invece nell’opera dello svizzero Ursus Wehrli, che rimette in ordine Van Gogh, Seurat e Haring e ne parla in una esilarante Ted Conference. E guardate che combina, ‘sto bel tipo, con pastina e ombrelloni. Fa una cosa del genere anche Quino, riordinando Picasso in una deliziosa vignetta. La fotografa Fong Qi Wei, invece, si cimenta coi fiori.

Voi come ve la cavate tra ordine e disordine? Vi pesa di più il disordinare o il ri-ordinare, sia metaforico che materiale (per esempio: lo stato della mia scrivania di solito rispecchia esattamente il punto in cui mi trovo)? Sì, sarebbe un discorso lungo, e forse questo post è venuto fuori un po’ disordinato. Ma a chi ha una mente creativa la cosa non dovrebbe dispiacere troppo.

 

12 Commenti a Ordine e disordine – Metodo 13

  1. ethan

    Sarà perchè sono mancino, sarà perchè tendo a razionalizzare troppo, ma provo un certo sollievo quando “sospendo” la razionalità (e quindi l’ordine prestabilito) e mi trovo nella mente nuove battute che mi fanno ridere (e fanno ridere gli altri) o nuove frasi, fresche e nuove, per comporre una nuova poesia o un nuovo testo. E questo mi capita anche quando, da appassionato di cinema, cerco e vedo film originali (per il tema affrontato o, più spesso, per lo stile di regia adottato) che mi tonificano la mente, lasciandomi molti stimoli creativi e nuova linfa emotiva all’uscita dalla sala.

     
  2. Utente Anonimo

    Bel post, complimenti anche ai link. Una precisazione che a qualcuno potrebbero interessare: “[…] l’ordine sia uno stato stabile delle cose, che emerge (alla faccia dei fautori del Disegno Intelligente) da una sufficiente quantità di caos.” L’entropia ci insegna che occorre aggiungere l’aggettivo “temporaneo” a “uno stato stabile delle cose”. Le strutture stabili sono sempre temporanee e per essere mantenute abbisognano di una grande quantità di energia. Visto che lei è un’amante dell’argomentazione vorrei sottoporre alla sua attenzione che la tesi creazionista dell’Intelligent design non viene distrutta definitivamente attraverso il ricorso all’argomento che la satbilità nasca dal caos. Un creazionista potrebbe identificare Dio con il caos (e la sua legge) e tenere in piedi la sua tesi invocando l’incontrovertibile realtà oggettiva della presenza di strutture stabili. L’argomento definitivo per dar ordine a questo disordine (mentale) ci viene invece dal ricorso al disordine dell’ordine (universale); ed è sempre l’entropia a insegnarci che la natura persegue il disordine globale permettendo temporaneamente qualche ordine locale. Poiché il caos è il fine ultimo di tutte le strutture, Dio non può esistere nei termini del disegno intelligente: se Dio si identifica nella struttura allora non ha senso parlare di Dio, perché non v’è alcun ordine globale e al massimo potremmo accettare un pantheon popolato da deità transeunti e locali. È possibile una struttura che vada dal caos alla stabilità ma non una struttura che vada dal caos al caos. Come in effetti è l’universo. hommequirit hommequirit

     
  3. Utente Anonimo

    I vostri post sono un raggio di luce, una boccata d’aria pulita, un guizzo di intuizione (servita) nell’ordine prestabilito quotidiano – soprattutto del lavoro -. Oppure è disordine e invece il “mio” quotidiano, extra-lavoro, è l’ordine? Insomma, grazie, ve lo volevo scrivere da tanto. Buon lavoro e buon caos creativo. Giorgia

     
  4. vmontalto

    Ottimo post!

     
  5. annamaria

    Oh, grazie davvero. Mettere insieme una homepage di NeU è sempre una faccenda complicata (e caotica) e mi faccio un sacco di domande ogni volta. Così, quando vedo che funziona sono contenta. A questa faccenda dell’ordine e del disordine stavo pensando da un po’. In parte perché mi accorgo che il mio livello di tolleranza al disordine è variabile. Dipende dal lavoro che sto facendo e dal punto a cui sono arrivata e – temo – perfino dalla stagione. In parte perché mi capita di osservare processi creativi altrui – a volte di orientarli – e mi accorgo che ciascuno ha la sua maniera di gestire l’inevitabile componente disordinata. C’è lo stile “nascondo tutto sotto il tappeto”, lo stile “danzo nel caos”, lo stile “macchia di leopardo” (isole di ordine in mezzo alla confusione), lo stile Ikea (ordinatissimi contenitori di grovigli indecifrabili), lo stile Pollicino (semino indizi e segnali che capisco solo io. Così se un collega ci mette il naso si perde)…

     
  6. Utente Anonimo

    bel post…lo diffonderò!

     
  7. annamaria

    @anomimo6: grazie!

     
  8. Utente Anonimo

    Fare ordine è come interrompere il regresso all’infinito, arresto e ricapitolazione. Così scrive ( più o meno) Paolo Virno, nel suo bel libro “E così via all’infinito”

     
  9. Utente Anonimo

    Fluire di polle sotterranee, congiungersi di radici invisibili, echeggiare di dissonanze impreviste. Così la nostra Lavinia Mazzucchetti diceva della creatività di Thomas Mann.

     
  10. zadig

    però quando si muore nella bara si è ordinatissimi!

     
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  12. Antonio Amato

    Riordinare a fine lavoro il laboratorio, rimettere a posto gli attrezzi pulirli può sembrare un atto noioso, per me non lo è.
    Anzi è la condizione essenziale affinché la prossima “battaglia” possa compiersi nelle condizioni migliori. Ricordo con affetto un brano di una intervista al Presidente Ciampi in cui sosteneva che a fine giornata nessuna pratica doveva sostare sulla sua scrivania, credo che sia un buon esempio da praticare

     

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