responsabilità

Responsabilità, affidabilità, coscienziosità, senso del dovere, dedizione. L’idea attorno alla quale si addensano tutti questi termini è quella del farsi carico. Del prendersi un impegno. Del fare la propria parte.

TUTTO QUANTO CI SUCCEDE. In realtà, sarebbe un esercizio interessante provare a interpretare la cronaca di un qualsiasi telegiornale in termini di responsabilità. Quelle assunte, non assunte, trascurate, negate, ignorate, travisate, rinfacciate. E mistificate. Già: ci sono personaggi tanto smaliziati da fingere di prendersi una responsabilità inesistente per oscurare il fatto di trascurarne un’altra, importante e vera. È una variante sofisticata del gioco dello scaricabarile.

NOTIZIE DI CRONACA. Per dirla tutta, ho la sensazione che oggi la parola “responsabilità” stia rimbalzando da una notizia di cronaca all’altra con una frequenza inedita. E che gli usi e le interpretazioni del concetto di responsabilità stiano diventando soggettive e strumentali, tanto che il senso stesso della parola rischia di consumarsi. E con questo il rigore, l’impegno e il complesso dei valori civili che la parola porta (dovrebbe portare) con sé.

FACCIAMO UN RIPASSINO. Ecco perché ho pensato di provare a scrivere qualche riga sul tema. Giusto per capire se la parola che rimbalza lo fa portandosi ancora dietro tutto il suo senso, oppure se è diventata proprio di gomma.

È RESPONSABILE CHI “RISPONDE”. La parole “responsabilità” viene dal latino re-spondere, (spondere, cioè promettere. Re, cioè indietro). È una parola recente (appare alla fine del ‘700) e rimanda a un concetto in sé moderno, perché strettamente legato all’idea di libertà individuale. Chi non è libero di scegliere se fare o non fare una determinata cosa, non può assumersene la responsabilità, e nemmeno può esserne considerato responsabile. 

LIBERTÀ E AUTONOMIA. L’inclinazione individuale a essere autonomi negli atti e nei giudizi e quella a essere responsabili sono correlate positivamente. Vuol dire che, quando è forte l’una, è forte anche l’altra. E ancora: là dove l’organizzazione sociale riduce o azzera le libertà individuali, anche il senso personale di responsabilità risulta ridotto o azzerato.

PROPENSIONI E APPELLI. Una interessante ricerca condotta in collaborazione da università americane e russe ci dice a questo proposito alcune cose degne di nota. Per esempio, che è la libertà a rendere responsabili, e non il contrario. Accrescere il grado di autonomia delle persone aumenta anche la loro propensione ad assumersi una responsabilità, mentre il semplice appello all’essere responsabili risulta inefficace. 

NUOVE SFIDE. E ancora (traduco dalla ricerca): un’autorità (un genitore, un insegnante, un superiore gerarchico) aiuta i suoi subordinati a crescere se li incoraggia a essere autonomi. Se offre loro loro rispetto, empatia e possibilità di fare delle scelte. Così, sapranno offrire migliori prestazioni e saranno pronti ad accettare nuove sfide rendendosene responsabili. 

VECCHI RICATTI. Al contrario, risulta meno efficace nel promuovere comportamenti virtuosi l’autorità che esercita il controllo. Quella che obbliga usando verbi come “tu devi”. Quella che blandisce distribuendo premi insipidi in maniera manipolatoria, o che appare disinteressata al punto di vista dei suoi subordinati.

MOTIVAZIONE INTRINSECA. Se guardiamo la questione dal punto di vista del motivare le persone, otteniamo lo stesso risultato. Ricordiamo, prima di tutto, che la motivazione è l’energia che ci anima spingendoci a fare qualcosa. E ricordiamo, in secondo luogo, che autostima e autodeterminazione sono componenti essenziali della motivazione intrinseca, la più potente e persistente forma di motivazione. E che premi e ingiunzioni, al massimo, possono suscitare un’assai più blanda ed episodica motivazione estrinseca.
In sintesi: si può essere tanto più responsabili quanto più (e nella misura in cui) si è liberi di scegliere. E chi è messo nelle condizioni di sentirsi più responsabile è anche più motivato.

CONSAPEVOLI DELLE CONSEGUENZE. C’è un secondo punto. Per assumersi una responsabilità bisogna essere pienamente consapevoli del fatto che ciascuna libera scelta individuale ha le sue proprie conseguenze. E che di queste conseguenze ognuno è (appunto) responsabile. Essere liberi è una precondizione. Essere consapevoli delle conseguenze, e del proprio ruolo nel causare quelle conseguenze, e non altre, è  l’essenza dell’essere responsabili.

PRECONDIZIONE. In questo senso, l’essere liberi, precondizione dell’essere responsabili, proprio nella responsabilità trova il proprio confine. Il libero arbitrio è la capacità di fare volentieri quello che si deve fare, scrive Carl Gustav Jung.

PERCORSO DI VITA. Se ragioniamo in termini di scelte, vediamo che l’ambito delle conseguenze possibili si allarga, e che con questo si allarga anche l’ambito delle responsabilità. Un po’ come se ciascuno di noi fosse il sasso gettato nello stagno, e intorno gli si disegnassero cerchi concentrici di responsabilità. 
Siamo in primo luogo responsabili di noi stessi, poiché la sequenza delle nostre decisioni traccia il nostro percorso di vita. E ne determina la qualità e il senso.
Certo: può succedere qualcosa su cui non abbiamo controllo e di cui dunque non abbiamo responsabilità. Ma sta comunque a noi decidere come reagiremo. 

ATTI MANCATI. E poi siamo in vari modi responsabili nei confronti delle persone che amiamo e in quelli delle persone delle persone con cui interagiamo. Abbiamo la responsabilità del lavoro ben fatto. Dovremmo (volentieri!, ci ricorda Jung) essere membri responsabili della nostra comunità, e bravi cittadini. 
Abbiamo responsabilità grandi e urgenti nei confronti del nostro pianeta. E siamo anche responsabili delle scelte e degli atti mancati. Martin Luther King: può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla.

Big Five (la più accreditata tra le teorie della personalità) identifica nella coscienziosità uno dei cinque grandi tratti che definiscono la personalità individuale. E che restano abbastanza stabili dall’infanzia all’età adulta. Ecco alcuni dei comportamenti che indicano coscienziosità: essere (appunto) responsabili, riflessivi, industriosi, organizzati, autodisciplinati, e avere obiettivi a lungo termine.
È notevole il fatto, confermato da molte ricerche, che la coscienziosità sia il più importante indicatore di personalità correlato con benessere e longevità

Prendersi responsabilità è il maggior segno distintivo dei grandi leader, titola Forbes. Che procede distinguendo tra due termini che, in italiano, consideriamo sinonimi.
Essere accountable significa rispondere di ciò che si fa (così si comporta qualsiasi persona affidabile). Essere responsible significa andare oltre, e far sì che ciò che deve essere fatto venga fatto (e qui entrano in gioco anche i valori). Ecco perché la responsabilità, quella vera, non può rimbalzare qua e là. E non può essere fatta di gomma.

3 Commenti a Responsabilità: più se ne parla, meno ce n’è

  1. giorgio narcisi

    Come sempre ho trovato l’argomento scritto in maniera chiara e essenziale. La sua lettura mi ha ha fatto venire in mente (chissà perché) il mio servizio militare, in particolare montare la fare la guardia di notte alla famosa e temuta “polveriera”. Mi sembra di confondere la “consegna”, fare la guardia, con la responsabilità, intesa come capacità di rispondere in un contesto non libero.
    Si è capito qualcosa ?
    Giorgio

     
  2. Franco Wendler

    Sig. Narcisi.
    Il contesto militare non e’ libero, ma rigido: qualcuno ordina e qualcuno obbedisce.
    La “consegna” può essere l’ordine di far la guardia alla polveriera (fatta anch’io, ai miei tempi) e farla bene, con responsabilità’, anche se non e’ stata una nostra scelta. Poi sta alla guardia e/o al capoposto eseguire la consegna in modo adeguato e quindi assumersene la responsabilità, nei limiti imposti dal suo grado. Lo stesso ufficiale che ha emesso l’ordine e firmato l’ordine del giorno, ne e’ responsabile, conseguenze comprese.

     
  3. Maurizio Guarnaschelli

    Articolo molto ben scritto e giustamente ampio.
    In particolare apprezzo il capoverso sulla “coscienziosità”.
    Le 5 “doti” mi sembrano altamente ispiratrici di una retta regola di vita in cui la libertà è il presupposto e l’anima perché le doti possano svilupparsi.
    Trovo poi molto “bello” che le doti siano un esercizio immediato e quotidiano (possibilmente) ma che ci sia anche uno sguardo aperto al futuro, che non è necessariamente di sé stessi ma di chi verrà dopo di noi.

     

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