futuro

Tra passato prossimo e un presente che somiglia al futuro – Idee 87

A pochi minuti di distanza una dall’altra, ieri sera in rete mi sono imbattuta (grazie a Gianni e ad Alfredo) in due storie capaci di cortocircuitare passato prossimo e un presente che somiglia al futuro. Una sensazione mica male, che vorrei condividere con voi.
Così, ve le racconto.

La prima storia riguarda Chris Hadfield, astronauta canadese e comandante della Stazione Spaziale Internazionale, che nella stazione medesima ha realizzato il primo video musicale mai girato nello spazio: una cover di Space Oddity di David Bowie.
Qui il video di Hadfield: un nuovo “meme culturale” come lo definisce Forbes, e non a torto, visti i 14 milioni e rotti di visualizzazioni in pochi giorni. Qui la versione originale di David Bowie. Qui il testo inglese e la traduzione italiana (per inciso: più che con “stranezza” forse avrei tradotto oddity con “singolarità”).
Space Oddity parla di straniamento, di solitudine e di una perdita di contatto con la Terra. Viene pubblicata come singolo l’11 luglio del 1969. Si ispira al film Odissea nello spazio di Kubrik, uscito nel 1968, e ne cita il titolo. Pochi giorni dopo, il 20 luglio 1969, l’Apollo 11 sbarca sulla Luna.
Hadfield introduce alcune modifiche nel testo e ne fa una versione più ottimistica: è un ritorno a casa. L’Economist prende spunto da questa storia per scrivere un lungo articolo sul diritto d’autore nello spazio: una faccenda per niente banale, alla quale bisognerà pensare in un futuro prossimo.
Eppure, a me invece continua a tornare il mente quell’estate del 1969 (ero a Londra e avevo appena compiuto sedici anni). Oggi il video di Handfield, con le note di Bowie che arrivano davvero dallo spazio, mi restituisce, almeno per un momento, una meraviglia lontana e la sensazione di allora: che tutto fosse possibile, e che niente sarebbe mai stato come prima.

La seconda storia riguarda il web: al Cern di Ginevra, il luogo dove il web è stato inventato da Tim Berners-Lee nell’agosto del 1991, hanno pensato di ricostruirne la prima pagina, andata perduta. Da vedere non è granché: uno scarno elenco di link e di istruzioni. Però è stato l’inizio di tutto il resto. Qui lo stesso Tim Berners-Lee racconta come funzionava.
Ma, per una prima pagina recuperata, innumerevoli sono ormai perse per sempre o rischiano di esserlo perché cambiano supporti e formati e hardware, tanto da far temere l’avvento di un Digital dark age, un Medioevo digitale.
Per fortuna stanno nascendo i primi grandi archivi digitali.
In fondo a un cassetto ho una serie di floppy disc tanto misteriosi quanto inutili, ma non mi risolvo a buttarli via. E anche dentro il Mac giacciono decine di testi scritti a inizio anni Novanta con le prime versioni di ClarisWorks, ormai del tutto illeggibili. Non butto via neanche quelli: me li porto dietro di computer in computer, pezzi di un’archeologia personale il cui scopo, forse, è testimoniare che il passato è sì memoria ma anche (lo dico con una certa allegria) dimenticanza. E che le cose cambiano.

3 risposte

  1. Cara Annamaria, ho un problema analogo e una analoga sospensione temporale.

    Anche io ho file illeggibili che trasloco da computer a computer a partire dal mio primo MAC (1985).

    Peggio, se vuoi, ho l’intera collezione Apple che invade la mia casa.

    Che fare? Bella domanda, vero? (*_))

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