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Ansia: perché ci prende, da dove viene, dove ci porta - Idee 182

L’ansia è davvero il sentimento più diffuso e caratteristico del nostro tempo pieno di incertezze? Sembrerebbe proprio di sì. Del resto, basta guardarsi in giro: è molto più facile trovare motivi per essere ansiosi che valide ragioni per non esserlo. 
Se non siete ansiosi e abitate sul mio stesso pianeta, allora vorrei tanto sapere che cosa nascondete nell’armadietto delle medicine,
scrive Laurie Penny in un articolo acuto e brillante (le due cose non sempre vanno insieme) tradotto nel numero 1232 di Internazionale con il titolo Una generazione di ansiosi.

SENSAZIONE DI ALLARME. L’ansia è una condizione di disagio psicologico. Ed è una condizione ambientale: si riferisce a una indistinta, ma pressante, sensazione di allarme. C’è dentro preoccupazione, paura, la tensione fisiologica del corpo che, in vista di un potenziale pericolo, si prepara ad attivare la reazione di attacco o fuga (fight or flight).
David Spiegel, docente di psichiatria alla Stanford university, dice che tra ansia e stress c’è una differenza fondamentale: mentre lo stress è riferito a un fatto specifico, ed è associato a nervosismo e frustrazione, l’ansia è riferita a una più generale situazione di vulnerabilità.

IL LIVELLO PIÙ ALTO. Penny parla dei giovani nell’America di Trump che di sicuro, per essere ansiosi, hanno più di un motivo. Del resto, una recentissima ricerca dell’American Psychological Association dice che quasi due terzi degli americani (non solo i giovani, dunque) sono in ansia per il futuro della nazione. È il livello più alto mai raggiunto: maggiore che durante la Seconda guerra mondiale, la guerra del Vietnam, la crisi dei missili di Cuba e l’11 settembre.

UNO STILE DI VITA? L’ansia è uno stile di vita per la generazione Y. In un mondo insicuro, è una sorpresa? titola il Guardian. La testata è britannica ma l’articolo è scritto dall’australiano Simon Copland (e con ciò abbiamo già toccato tre continenti). Copland elenca una serie di cause possibili: insicurezza del lavoro, difficoltà di trovare una casa, instabilità dell’economia e del reddito individuale, fino ad arrivare al cambiamento climatico. Aggiunge che diverse ricerche evidenziano come l’insicurezza (sul lavoro o la casa, per esempio) sia ancor peggiore, in termini di ansia generata, di una perdita reale.
A pensarci bene, la cosa ha un senso: se qualcosa di brutto capita effettivamente, ci si può attivare per reagire. Ma il permanente timore che qualcosa di brutto possa capitare è più difficile da gestire.

SINTOMO E CAUSE. In realtà, scrive Copland, la situazione è ancora più complicata di come appare: la rottura delle reti di solidarietà e di vicinato, l’isolamento e la solitudine individuale, la crisi dei valori che per decenni hanno orientato lo sviluppo della società occidentale tolgono punti di riferimento e e accrescono l’incertezza. L’ansia individuale (o generazionale) è solo un sintomo, e curare quello non basta. Bisogna rimuovere le cause, e trovare soluzioni a lungo termine. Mica facile, però.

SE TUTTO RIGUARDA TUTTI. Il New York Times Magazine sottolinea che l’ansia è un dono – si fa per dire – dei tempi più recenti: se gli anni ’90 sono stati tendenzialmente depressi, l’età contemporanea, e in primo luogo i suoi giovani, sono costantemente preoccupati e agitati. Del resto, oramai è difficile perfino dire dove finisce lo stato ansioso individuale e dove cominciano le notizie dal mondo reale.
D’altra parte, fino a una manciata i decenni fa le persone avevano da preoccuparsi solo di ciò che le poteva coinvolgere direttamente. Ora, tutto quanto succede nel mondo riguarda tutti, dato che qualsiasi notizia ormai raggiunge chiunque, subito e in qualsiasi istante. Soprattutto dato che qualsiasi notizia può rimbalzare, di conseguenza in conseguenza, arrivando a toccare chiunque da vicino. E di solito si tratta di cattive notizie, dato che le buone sono meno impattanti e, quindi godono, a parità di rilievo, di minore diffusione.

IRRAZIONALE E INCOERENTE. L’ansia non è razionale. Non è coerente. Consuma un sacco di energia. È polivalente, e si può applicare a qualsiasi cosa: si può essere contemporaneamente ansiosi per le possibili conseguenze del riscaldamento globalee per un invito a cena con gente che non si conosce. Tra l’altro, si può perfino essere ansiosi sul fatto di essere ansiosi.

EVITIAMO L’ANSIA SULL’ANSIA. Per evitare che questo articolo concorra a sua volta a suscitare ansia sull’ansia, concludo con alcuni fra i più sensati e praticabili rimedi a disposizione, tra quelli suggeriti da undici esperti. Primo tra tutti: riconoscere lo stato d’ansia e accettarlo. Rallentare. Concedersi pochi minuti seduti, a non fare nient’altro che respirare con calma (ansia e respirazione sono intimamente connesse, e di solito chi è ansioso respira in fretta, o va in iperventilazione. E viceversa: respirare in quel modo lì produce o accresce l’ansia).

MENO VIGILI E PIÙ SOCIEVOLI. Poi: conviene proteggersi dal bombardamento delle notizie e permettere a se stessi di allentare, ogni tanto, la vigilanza. Val la pena di accorgersi delle cose buone che succedono. Occhio: sembra che l’alcol riduca l’ansia, ma non è proprio così. E ancora: bisogna stringere le reti di sostegno (parenti, amici) e condividere. Bisogna prendersi cura di se stessi (cibo, sonno, esercizio fisico). Ed è benefico trovare occasioni per farsi una risata.

PUÒ FUNZIONARE. Sembrano cose da niente. Ma proprio perché l’ansia è di origine ambientale e non ha un oggetto preciso, modificare (o allentare anche per poco) i propri legami con l’ambiente, o immettere nell’ambiente valenze positive, o valorizzare quelle che ci sono, può funzionare.

I LATI VIRTUOSI DELL’ANSIA. Un articolo di Quartz aggiunge alcuni tasselli importanti: l’ansia è anche uno stimolo potente a darsi da fare e a produrre soluzioni creative. E poi: se provare ansia non è piacevole, non bisogna però dimenticare che, sotto il profilo individuale, l’ansia è tendenzialmente associata all’onestà, all’attenzione ai dettagli, all’essere fortemente motivati, alla ricerca dell’eccellenza e alla sensibilità ai bisogni altrui. Come se l’ansia fosse quasi un pedaggio da pagare per continuare a essere persone capaci e, soprattutto, brave persone in tempi come questi.

L’immagine che illustra questo articolo è della giovane fotografa bulgara Aneta Ivanova. Qui il suo sito. Questo articolo esce anche, in versione più breve, su internazionale.it Se vi è piaciuto, date un’occhiata agli altri 181 articoli raccolti nella sezione Idee di Nuovoeutile.

7 Commenti a Ansia: perché ci prende, da dove viene, dove ci porta – Idee 182

  1. Cinzia Morachioli

    Sono ansiosa, man mano che invecchio la cosa peggiora. La paura del futuro si definisce sempre meglio. Ma la mia ansia si apre in tutte le direzioni, se piove troppo, se fa troppo caldo, e ancora e ancora….

     
  2. Rodolfo

    Mi è accaduto, molto tempo fa, di avere a che fare con un ansioso professionista. Si andava a presentare un progetto, una campagna, un’idea a un cliente, dopo aver lavorato sodo ed essere sufficientemente convinti di aver fatto un lavoro onesto, corretto nelle premesse e nello svolgimento. C’era questo continuo tormento del fatemi sapere quando arrivate, poi la chiamata durante la riunione -non c’erano ancora i telefonini- del come sta andando, chiamatemi appena finito. Se dicevamo: come vuoi che sia andata? Più che bene, qualche piccola modifica ed è a posto… Allora occorreva spiegare ogni dettaglio, ma i dubbi restavano. Telefonata di controllo al cliente e, finalmente, dieci minuti di serenità. Quella volta che tutt’insieme eravamo andati a presentare una mia idea e tornavamo vittoriosi, l’ansioso aveva esultato: ragazzi, il prossimo week end tutti a Parigi. Mi spiace, io non ci sarò perché non sopporto più la tua ansia. Ho lavorato altri trent’anni tranquillo e rilassato. Se qualche volta l’incontro non è andato tutto come previsto è stato perché ero io il primo a non essere covinto della proposta e del brief che lo aveva generato. Proprio gli ansiosi non li capisco, ma non per questo non dormo di notte.

     
    • nontelodico

      Beato te. Io, invece, non capisco i non ansiosi. Come si fa, soprattutto oggigiorno, a non preoccuparsi del futuro? Come si fa, in Italia, a supporre che basti un lavoro accurato, onesto e corretto perché tutto vada a buon fine, quando in quasi ogni situazione c’è qualcosa che va storto? Come si fa a trasporre la situazione professionale in tutto l’ambito della propria esistenza?
      Suppongo abbia a che fare con la percezione e la valutazione dei rischi…
      Davvero, vorrei darti un po’ della mia ansia e prendermi un po’ della tua tranquillità 😉

       
      • Rodolfo

        telodicoio 🙂
        Siamo nell’ambito di un blog, seppure il migliore che io conosca. Ricordare un comportamento ansioso e un episodio di molti anni fa mi è parso simpatico, nell’ambito degli spazi disponibili. Il ricordo di un episodio del lavoro non mette quest’ultimo in cima ai miei interessi.
        Ero un ragazzo quando ho letto “Primavera silenziosa” della Carson, quando mi sono abbonato a Ecologia di Virginio Bettini –eravamo pochissimi in Italia–, quando ho letto e ho cercato di divulgare “I limiti dello sviluppo” di Peccei e del Club di Roma. La “preoccupazione” ambientale è diventata man mano consapevolezza, infine certezza. Non ne verremo fuori. E il disastro ambientale potrà facilmente essere preceduto da un nuovamente molto probabile e imminente cataclisma nucleare, sia d’origine bellico, sia per il deterioramento delle centrali elettro-nucleari.
        La consapevolezza di un presente senza futuro per le generazioni successive alla mia, e della cecità interessata dei potenti, però, non si trasforma in ansia o in panico. Semmai in disappunto e rabbia verso me stesso, incapace di trasmettere ad altri la mia consapevolezza in modo efficiente. Ho cercato di portare le mie convinzioni nel mio lavoro, ottenendo solo qualche piccolo, misero risultato. altrettanto in ambito sociale, didattico, associazionistico e politico. Per il resto è stata una sconfitta sonora, che col passare degli anni si è trasformata da possibilità a speranza per il progetto successivo, a consapevolezza di una sconfitta. Mi ritengo non ottimista o pessimista ma realista. È la consapevolezza che mi consente di non essere in ansia. E credo che gli ansiosi farebbero meglio a prendere coscienza della realtà, piuttosto che agitarsi senza costrutto. Ansia e panico non sono certo gli strumenti più adatti ad affrontare il presente e il futuro.

         
        • Annamaria Testa

          Ciao Rodolfo.
          Ho fatto il mio primo esame alla Statale (Geografia Umana con Lucio Gambi) portando i Limiti dello sviluppo, Il cerchio da chiudere, un sedicente ecologista russo (Sauskin) e un testo sulla prevedibilità delle cosiddette catastrofi naturali. Trenta e lode. Era il 1974. L’estate prima mi ero fatta tre mesi di campo di rimboschimento, e quella prima ancora idem.
          Solo per dire che ti capisco, ma davvero.

           
        • Nicola

          Piu che altro per non essere ansiosi come il signor rodlfo, basta sbattersene altamente e quando capita il qualcosa , risolverlo al momento. Non c e lavoro? Ne trovo un atro, la macchina non va? Me ne vado in auobus o sto casa. Non ci son soldi? Se sta casa. Il futuro é brutto? Il futuro te lo crei non arriva. Parlo io che son ansioso. Ma quando me ne sbatto. Del mono e mi isolo nel mio le ansie spariscono e quando arriva il momento si corregge. Leggere certi commenti in intetnet porta molta ansia

           
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