decisioni sbagliate
Decisioni sbagliate: quando una tira l'altra, come le ciliegie

Una delle caratteristiche più pestifere e permanenti delle decisioni sbagliate e delle prese di posizione sbagliate, è che possono essere come le ciliegie: una tira l’altra.

PERSEVERARE NELL’ERRORE. Questa attitudine a perseverare nell’errore (ma noi di volta in volta possiamo ribattezzarla “essere coerenti”, “tenere le posizioni”, “avere la schiena dritta”, “essere persone tutte d’un pezzo”, “non mollare mai”, e così via) ha un nome inglese (escalation of commitment). Ha, una volta tanto, anche un nome italiano: intensificazione dell’impegno.
Chiariamoci: essere coerenti e perseveranti è un valore. Ma c’è una bella differenza tra essere coerenti ed essere ciechi e ostinati. Ed esserlo tanto da replicare un comportamento con tutta evidenza inefficace o immotivato, e da continuare a metterlo in pratica “a ogni costo”.

INVESTIMENTI E DECISIONI SBAGLIATE. Già: il costo può essere molto alto. Uno fra i primi a parlare di tutto ciò è un docente di Berkeley, Barry Straw,  che in uno storico, citatissimo articolo, esordisce con diversi esempi illuminanti.
C’è l’investitore che si ostina a comprare, a un prezzo via via più basso, azioni che continuano a perdere di valore, pensando vanamente che prima o poi si rifarà. C’è la città o lo Stato che investe un’enorme quantità di denaro in un’opera pubblica di lunghissima realizzazione, la cui utilità potenziale decresce nel tempo mentre i costi lievitano al di là di ogni previsione.

AZIENDE E DECISIONI SBAGLIATE. E ancora: c’è l’azienda che va in rovina per realizzare un prodotto le cui prospettive di successo si rivelano rapidamente assai inferiori alle stime di partenza. E qui non posso non ricordare anche il caso di McDonald’s Deluxe, 150 milioni di dollari spesi per la sola pubblicità di uno dei più grandi fiaschi del marketing contemporaneo.

DALLA GUERRA ALLA VITA PRIVATA. Ci sono anche le decisioni individuali di vita: il corso di studi senza prospettive, ma portato fino in fondo. La relazione tossica,  da cui però sembra essere “troppo tardi” per uscire.
E c’è anche, tra gli esempi di Straw,  la guerra del Vietnam, sanguinosissima e durata 15 anni, mentre nelle previsioni avrebbe dovuto risolversi in poche settimane. Beh, se devo dirla tutta, ho la sensazione che all’origine di ogni conflitto ci siano ammassi di decisioni sbagliate.

decisioni sbagliate

UNA COSA IMPORTANTE. Nel suo articolo, Straw correttamente si chiede se in tutti questi casi (e in molti altri che potrebbero venirci in mente) l’errore di giudizio derivi dalla mancanza di informazioni, e quindi da un’oggettiva impossibilità di prevedere i fallimenti futuri. O se sia causato da una cecità soggettiva, e apparentemente inspiegabile, nei confronti di elementi avversi che si rendono via via sempre più evidenti. Così, capisce una cosa importante.

CATENE DI DECISIONI SBAGLIATE. In tutti i casi citati, e in altri che potrebbero venirci in mente, siamo di fronte a catene di decisioni. Ciascuna di queste sembra condurre “fatalmente” alla successiva. E ciascuna di queste rende più difficile e più psicologicamente costoso tornare indietro.

INVESTIMENTI PERDUTI. Cambiare direzione, infatti, significherebbe assumersi la fatica di prendere una decisione del tutto nuova. Prendersi l’onere di dichiarare di avere in precedenza preso decisioni sbagliate. Considerare definitivamente perduto tutto l’investimento (tempo, energie, risorse) già effettuato.

AUTOSTIMA. E poi sì, ci sono la tendenza a salvaguardare la propria autostima e l’avversione a dimostrarsi deboli o indecisi. Il tornare sui propri passi (anche se sarebbe la miglior cosa da fare) viene infatti socialmente percepito come comportamento negativo, poco affidabile, inadatto al comando, contraddittorio e (qui siamo in pieno stereotipo) poco virile.

LA COLPA DEL FALLIMENTO. Risultato: si cerca di dare la colpa del fallimento a cause esterne e imprevedibili. Ci si adopera per razionalizzare le decisioni prededenti, dimostrando che erano necessarie, o le migliori possibili, e magari manipolando quanto basta le informazioni a disposizione.

LA TRAPPOLA PARADOSSALE. In sostanza, nota Straw, è proprio il bisogno di dimostrare a noi stessi e agli altri di essere competenti e di stare dalla parte della ragione a intrappolarci paradossalmente (e anche  definitivamente e irreparabilmente) dalla parte del torto.

Questo articolo esce anche su internazionale.it. Le immagini sono del bravissimo fotografo svedese Tommy Ingberg. Qui trovate il suo sito.

2 Commenti a Decisioni sbagliate: quando una tira l’altra, come le ciliegie

  1. Vittorio Cucchi

    Dalle lucide considerazioni dell’articolo prenderei spunto per evidenziare come il meccanismo perverso delle decisioni sbagliate trovi il suo nutrimernto nel potere, che è poi la “concretizzazione sociale” dell’autostima. Chi, in ambito prettamente professionale o politico, occupa posizioni rilevanti percepisce il dovere di essere, per l’appunto, DECISIONISTA, di mostrasi, assertivo, bandendo la dialettica e la riflessività dal proprio essere. Il personaggio carismatico non può tornare sulle sue decisioni, non può esporsi a quella che parrebbe una fatale negazione del suo potere. La banale “sindrome del capo” ( e mi pare di poter dire senza tema di smentita che di fronte a questa patologia donne e uomini, purtroppo, pari sono) autoimmunizza mentalmente e autoassolve, come se la nozione di responsabilità coincidesse non con il poter sbagliare ma con il dovere di perseverare nell’errore.

     
  2. Rodolfo

    Il sistema industriale e il soggiacente sistema dell’economia di mercato –e in qualche misura anche quello, inefficace e in totale disfacimento, dell’economia pianificata di Stato– hanno prodotto una condizione di benessere che mai prima, nell’intera storia dell’umanità, si era verificata. Luciano Benetton in una lontana intervista sosteneva che tre o quattro maglioni possono essere sufficienti, nella vita di un uomo, a ripararlo adeguatamente dal freddo dei rigori invernali ma che tre o quattro maglioni non bastano, in una sola stagione, a esprimere il gusto, la modernità, l’adeguamento alla moda, di una persona che voglia essere socialmente considerata. Non è mai accaduto prima che un qualunque abitante del Primo Mondo o dei Paesi cosiddetti Emergenti abbia potuto esprime, tramite il possesso di oggetti comuni, la sua personalità.
    La necessità stessa, anzi, è derivata dalla disponibilità degli oggetti. Senza di essi probabilmente non si avrebbe neppure coscienza del desiderio.
    I desideri più inappagabili, egoistici e individuali –la velocità, la dimensione, la quantità– hanno trovato nel paradigma economico dell’offerta e della successiva domanda la più ampia possibilità di soddisfazione. Con la conseguenza di determinare uno stato di acquiescenza, fornito dal bisogno soddisfatto, sempre più breve e con la sempre più impellente necessità di nuovi ed effimeri soddisfacimenti.

    Al di là della contrapposizione fra individuo e società, i princìpi dell’economia fondata sullo sfruttamento delle risorse prelevabili dall’ambiente considerano queste ultime come semplicemente nella disponibilità di chi è capace di farne un qualche uso.
    Materiali estrattivi solidi, liquidi, gassosi, sono lì, nel sottosuolo: non serve far altro che prenderli e utilizzarli. Allo stesso modo le eccedenze e gli scarti possono essere riversati nell’ambiente senza alcuna preoccupazione. Materie prime e risorse energetiche sono da considerarsi quali res nullius, entità senza valore, sin quando non sono estratti ed utilizzati.
    I risultati tangibili di questo procedimento, uniti alla sempre più alta capacità tecnica di trasformare il mondo a nostro piacimento, di piegarlo ai nostri più fantasiosi desideri, sono così stupefacenti da convincerci che abbiamo la fortuna di vivere realmente nel migliore dei mondi possibili.
    Sparita la fame, con la disposizione permanente d’una quantità e varietà di cibo che mai riusciremo a consumare (non è fame, Ambrogio, è solo voglia di qualche cosa di buono…), tenuti al riparo dal caldo e dal freddo, coperti e protetti dalle intemperie, liberi di giocare, liberi dalla fatica e dal dolore, liberi di muoversi a velocità vertiginose, con la possibilità per tutti di raggiungere luoghi che mai la nostra fantasia avrebbe potuto concepire, liberi dal male –quello fisico, quello mentale– curati e perennemente coccolati… cosa potremmo desiderare di più?

    Certo, tutto è perfezionabile, e non mancherà che il progresso non trovi riparo alle piccole crepe, alle leggere imprecisioni. C’è chi non ancora ha accesso a questa fantastica condizione, ma è solo questione di tempo, presto anche lui potrà godere. Un po’ di crescita in più, un po’ più di energia –c’è ancora l’uranio lì che aspetta, l’idrogeno che freme, impaziente– ed il gioco è fatto.
    L’economia di mercato, ma dovremmo dire Economia Unica del Mondo, fonda il suo paradigma su un pianeta piatto e infinito, nel quale basta eseguire qualche buco qua e là, prendere cosa serve e, innanzi tutto, consumare sempre più. I governati ci ripetono la necessità della crescita economica, pena il disastro, la recessione, il crollo delle Borse, l’impennarsi dello spread…
    Se si osserva il fenomeno della Rivoluzione Industriale si vede che le condizioni iniziali non sono dissimili da quelle finali: c’era il petrolio, c’è il petrolio; c’era il rame e il rame c’è ancora; l’acqua e l’aria, con qualche piccola differenza dovuta alle variazioni naturali, sono più o meno limpide allo stesso modo. L’acqua continua a fuoriuscire dai rubinetti. Schiacciamo l’interruttore e le lampadine si accendono. Sempre, ogni volta. Solo le Cassandre possono pensare male di questi strabilianti successi dell’umanità.
    A qualcuno sarà accaduto di finire la benzina prima di arrivare al distributore. Non è che l’auto inizia a rallentare quando restano gli ultimi venti chilometri di autonomia. L’auto corre in modo proporzionale alla pressione sull’acceleratore sino all’ultima goccia di benzina. Poi, di colpo, si ferma.
    Sappiamo, ormai da qualche generazione, che la terra non è piatta ma è tonda e finita, che le risorse sono in via di rapido esaurimento. Dovremmo iniziare a rallentare, cercare di risparmiare carburante, e invece, ecco che pestiamo sull’acceleratore del suv sempre più ingombrante, sempre più energivoro ed inquinante. E siamo sempre in più a cercare di diventare consumatori. La tavola imbandita del banchetto del consumo è troppo attraente per starne distanti. Per di più, tanto maggiore è il numero dei commensali, tanta maggiore è la crescita dell’economia.
    La barbarie è in agguato. Se sommiamo le donne e gli uomini nati e morti dall’inizio della nostra specie possiamo scoprire che non raggiungono il numero di quelli nati e tutt’ora viventi. Siamo la seconda macro-generazione della nostra specie. Abbiamo, in prospettiva, l’eventualità di olocausti ben maggiori di quello dello scorso secolo. Ciò nonostante procediamo impavidi nella nostra frenetica attività di consumo.
    Condivido: “È proprio il bisogno di dimostrare a noi stessi e agli altri di essere competenti e di stare dalla parte della ragione a intrappolarci paradossalmente (e anche  definitivamente e irreparabilmente)  dalla parte del torto”.

     

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