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Identità: in che cosa le persone e le nazioni si riconoscono

A pensarci, può risultare curioso che il termine identità rimandi sia a una somiglianza o equivalenza assoluta (l’identità di due oggetti, di due concetti, di due alternative, di due gemelli, appunto, identici…), sia all’unicità assoluta di ogni singola individualità rispetto a ogni altra.

MENO STRANO DI COME SEMBRA. A pensarci meglio, il fatto può risultare meno strano di quanto appaia: nel primo caso stiamo parlando di due entità che, nel momento in cui vengono osservate, risultano uguali. Nel secondo caso, parliamo di una singola entità che nel tempo, e anche se cambia, invecchia o si evolve, conserva tratti fondamentali che la distinguono da ogni altra e ce la fanno riconoscere (o la aiutano a riconoscersi) come “uguale a se stessa”: proprio lei, quell’entità lì, inconfondibile.

POSSEDERE UN’IDENTITÀ. In questa accezione, possiedono un’identità i singoli individui, gemelli compresi (e ciascuno ha i suoi propri documenti d’identità), le imprese (e allora parliamo di corporate identity) e, anche le nazioni. Ma, per esempio, guardatevi anche questo bel progetto sull’identità sessuale e di genere.

FONDAMENTI DELL’IDENTITÀ. La descrizione che, subito dopo essere stato eletto, di se stesso dà Sadiq Khan, il sindaco di Londra, è una specie di trattato condensato in poche righe su che cosa sia il senso d’identità individuale e quali ne siano i fondamenti.
Khan, che suscita molta curiosità anche a livello internazionale per il suo profilo davvero atipico nell’’Inghilterra che si dispone a votare la Brexit, si definisce così, con poche variazioni, in tutte le interviste che sono andata a rileggermi: sono musulmano di origini pakistane (fede e radici), britannico (appartenenza) europeo (cultura di riferimento), laburista (ideali e convinzioni), avvocato (competenze e capacità), padre (affetti e relazioni). Qualche volta aggiunge … e tifoso del Liverpool (passioni).

POETI. Rodolfo, nella Bohème, e subito dopo aver chiesto a Mimì di scaldarle la gelida manina, per definire se stesso se la cava assai più in fretta e canta: Chi son? Sono un poeta./Che cosa faccio? Scrivo. /E come vivo? Vivo. (Se avete quattro minuti e mezzo di tempo ascoltatevi Mario del Monaco, che merita).
Anni fa un mio collega mi raccontava di aver avuto (che botta di fortuna!) Fortini come insegnante. E che a inizio d’anno Fortini era entrato nell’aula, si era diretto alla lavagna e aveva scritto: Franco Fortini. Ateo, ebreo, comunista. Solo dopo si era girato verso gli studenti: buongiorno. Sono il vostro insegnante d’italiano. Un’intera classe, nella Milano di fine anni Sessanta, conquistata in un lampo.

UN BUON ESERCIZIO. Chiederci, ogni tanto, su quali elementi fondiamo il nostro senso di identità, potrebbe essere un buon esercizio di manutenzione intellettuale ed emotiva. Molti di noi l’hanno appena fatto, forse senza esserne del tutto consapevoli, andando a votare.

PARADOSSO ELETTORALE. Fino a oggi, si è in prevalenza pensato che la scelta di votare riflettesse un giudizio razionale, e una scelta esercitata a partire da un confronto tra ciò che ciascun elettore desidera e ciò che ciascun candidato, o partito, promette.
Ma sembra che non sia proprio così, e non solo per via del paradosso elettorale, identificato nel 1957 dall’economista Anthony Downs: le persone vanno a votare anche se sanno che il loro singolo voto, da solo, non cambia le cose. Dunque compiono un atto che, in termini di costi-benefici, è diseconomico.
Ma se un singolo voto serve a poco, e chiede un impegno superiore al vantaggio che ogni individuo-elettore può pensare di ricavarne, che cosa continua oggi a condurre al voto ogni singolo elettore?

NON CHE COSA VOGLIAMO, MA CHI SIAMO. Che per molte persone anche l’atto di votare sia in primo luogo un’espressione di identità è quanto invece afferma una recente ricerca che integra psicologia e neuroscienze, condotta dalla Duke University: il voto, dicono i ricercatori, non dice tanto che cosa vogliamo quanto chi siamo.
A partire da questa affermazione, se la si considera fondata, si potrebbero sviluppare mille ragionamenti, anche sulle scelte di comunicazione elettorale. Per esempio: sul fatto che l’atto di votare sia vissuto più come espressione di protagonismo, individuale e sociale, che come conferimento di una delega a rappresentare i propri interessi e a promuovere gli interessi del paese.

IL VOTO E LO SPECCHIO. Bene: queste elezioni ci offrono un’occasione per osservarci in uno specchio individuale e collettivo. Ho scritto questo articolo a urne ancora aperte, sperando che osservandoci in quello specchio potremo, se non proprio piacerci, almeno riconoscerci.

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3 Commenti a Identità: in che cosa le persone e le nazioni si riconoscono

  1. Magari

    … e invece… a me personalmente è arrivato uno specchio collettivo in cui sembro antivaccinista, leggermente sgrammaticato e fieramente inconsapevole.

    Lascio stare le elezioni e resto sul tema della definizione dell’identità con una esperienza per assurdo di negazione.
    È chiaro che l’identità è un costrutto mentale e sociale senza basi filosofiche: si discute su come ci definiamo e cosa ci definisce, ma sappiamo che ogni definizione non è altro che una approssimazione e un limite autoimposto.
    La mia esperienza personale si è strutturata come un esperimento di superamento del principio di identità personale alla ricerca di qualcosa d’altro – è finito malino per eccesso di radicalismo e coerenza logica non richiesta.

    Chi va oltre se stesso lo fa solo per liberarsi di vincoli e limiti che, in alcuni casi, sarebbe stato bene mantenere (mi viene in mente il principio di non contraddizione, ma anche il limite del rispetto degli altri è molto quotato)
    Da qui mi sono fatto l’idea che l’identità (personale, ma forse anche politica, nazionale e di classe) è qualcosa da difendere e proteggere – se non altro per la ragione paradossale di non farla degenerare in qualcosa di probabilmente folle.
    Piuttosto sarebbe interessante lavorare, come propone l’articolo, sulla definizione che diamo di noi stessi.

     
  2. Rodolfo

    Noi che abitiamo ai Parioli o a San Babila siamo mediamente benestanti, alcuni in verità più che tali, istruiti, informati, giramondo. Sappiamo come vivere bene, sappiamo scegliere il cibo, le vacanze, le compagnie, gli investimenti, l’auto e persino il partito da votare in piccola massa. La nostra identità è limpida, definita. Sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare.
    Facciamo davvero fatica a comprendere tutte queste persone che vivono in posti dalla bellezza aderente pessima, tutta monnezza e disoccupazione. Dalla miseria culturale di queste periferie dalle quali sono incapaci di evadere, si può uscire solo con la fantasia del reddito aggratis -terroni a casa nostra- o dell’utim -unica tassa in Milano-. Per questo siamo in minoranza, e lo saremo sempre più, ma si tratta di una selezione Vebleniana che ancor più ci qualifica e ci definisce.

     
  3. azalas

    Sempre ottime idee! grazie!

     

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