Nuovo e Utile
Un pensiero dopo l'altro

Per tutto agosto, come ogni anno, aggiorno questa pagina direttamente nei commenti. Ci metterò quel che trovo e che mi colpisce. Se, come spero, farete altrettanto (… dove siete? Che cosa state vedendo? Leggendo? Pensando?) avremo cose diverse di cui parlare insieme.
Per aprire il discorso eccovi, in anteprima, un testo appena consegnato. Parla di alcuni temi che mi stanno a cuore: di scrittura professionale (pubblicitaria, e non solo). Di ambiti di libertà e vincoli alla creatività individuale. Del raccontare storie. Di quanto, con il web, è cambiato, e di quanto ancora non cambia abbastanza. Di una (possibile? Impossibile?) alleanza tra vecchie e nuove generazioni, dell’uccidere i maestri, e del fatto che chi scrive male (a cominciare dall’ortografia) pensa male.
A tutti un augurio di buona estate.

28 Commenti a Un pensiero dopo l’altro

  1. MRoss

    Per quanto concerne questa esperienza di Vita trovo sia divertente e significativo cominciare da qui. La nostra lavagna è l’emblema, il simbolo, la bandiera e il sale della nostra internship a Pechino, Cina. Mi chiamo Marco Rossini, 23 anni, italiano, bocconiano. Eh..che volete..non si può avere tutto dalla vita. Finance graduate, in specialistica Economis and Management of Innovation and Technology. EMIT rocks! In cerca di una Via. E di un inglese parlato che non mi faccia sfigurare. Anche se sono italiano ve ne darò un assaggio GRATIS. “Wherever you go your legacy comes with you. Who you are, who you wanna be, the Way you wanna do it… Memento audere semper”. Questo l’ho scritto io. Le lettere della mia c(/G)alligrafia borderline troneggiano imperiose sopra gli altri aforisimi. D’altronde la lavagna è una mia idea! La condivido con un gruppo di universitari provenienti da tutto il mondo che ha aderito ad un programma di placement inglese. Divido un appartamento con due ragazzi britannici, in un grosso hotel. E’ più un casellario per vedove o giovani professionisti (cit. Fight Club). Due torri da 23 piani l’una di fianco l’altra, zona piuttosto centrale e vista mozzafiato. Abbiamo chiamato il nostro balcone (che si affaccia su uno scorcio di grattacieli cinesi davvero notevole) THE NEST. Il nido. Ci ritornerò su. La Lavagna (our Whiteboard!) è una porta scorrevole sradicata dal mio armadio a muro. No panic: era già rotta l’ho solo sollevata e spostata in salotto. Ci vomitiamo frasi, citazioni, sentimenti, pensieri – opere e Parole. Nickname affibiatomi: THE GODFATHER. Poi ci sono le frasi di tutti i miei amici. Che mi provocano i brividi quanto a Q.I. e Cuore.

     
  2. MRoss

    “Fear is in the eye of the beholder. Don’t let it be you!”. By Dan. Alias: BLACK HAWK. La frase l’ha presa da una mia maglietta, che apprezza molto. Cosa che fa anche col fatto che io la combini sempre con i miei giri in moto a pechino. Mi definisce “a legend” per avere comprato un’enduro qui. Dan (io lo chiamo Tank…) è di Liverpool. Ovviamente adora i Beatles. E la musica rock, ha 19 anni. E aiutatemi a dire 19. Il ragazzo è di un’intelligenza traboccante e sfodera un umorismo “a serramanico”. Nel senso che se lo estrae non c’è verso che un distaccato come il sottoscritto non sia piegato in due dal ridere. Come accoltellato. Età emotiva-intellettuale da me stimata: 30 anni. Vive con me in appartamento. Credo di provare ormai un affetto molto sincero e profondo nei suoi confronti. Lo tratto da pari senza mai essere deluso, anche se ho il 20% in più della sua età, e oltre. Discutiamo a lungo la sera (abbiamo eliminato la TV per fare spazio ad altro..) sulle nostre giornate, sulla vita, su tutto. Non riesco a smettere di ridere alle sue mail idiote da Britannico, che manda a tutti quanti in ufficio. Studia finanza anche lui, e mi ha pregato di spiegargli un mio corso di statistica avanzata accoppiato ad un programma (S.a.s.) piuttosto complicato. 19 anni, in vacanza-intership. Io ho fatto del mio meglio. A volte io non sto dietro a lui. E’ un discreto giocatore di poker. Ha fatto tutti i lavori possibili. Anche lo chef (è davvero molto grasso!). Si è pagato da sé alloggio e l’aereo. Si presenta con capelli biondi e occhi azzurri. Gli unici momenti in cui non è in testa al gruppo?…quando si cammina. Quando si marcia, meglio. Sulla muraglia è stato coniato il suo soprannome. Lo abbiamo trovato accasciato supino su un sasso. E da li…”Black hawk down! Black hawk down!!” (cit. libro e film relativo)

     
  3. MRoss

    “In OUR nest? Sparrows ready to Rock and to become Hawks!”. By Sam. Alias: MAVERICK. Sam è il ragazzo di Jackie. Sono compagni di università in Inghilterra. Sam è proprio un Grande, lo devo ammettere. Simpaticissimo, andiamo d’accordissimo. Grande giocatore di poker. Stessa età della sua bella, che gli invidio moltissimo. Sam è proprio l’inglese verace. Quello che beve e fuma di più, durante i nostri de briefing notturni sul balcone. The nest. Capello rosso ignorante. Fisico non slanciato ma incredibilmente piantato e muscoloso. Più largo che alto, e non è un nano. Di quelli che vedi sradicare le cancellate allo stadio con due dita, nei servizi sugli Hooligans in Tv. Ne ha il carattere, in effetti. Come potrebbe sopravvivere con Jackie, altrimenti? Il loro rapporto è indefinibile. Ne sono commosso e invidioso insieme. Periodicamente spariscono per un paio di giorni. Litigano. Sam ha sfasciato qui, nell’ordine: un muro divisorio con un pugno, una porta con un calcio, diverse stoviglie e parecchi oggetti personali. Ci sta. Vita è passione, Animus: rabbia, coraggio, ira e sentimento. “Have a rest…take your Energy…this World is waiting for us. One dream, one world…we are IN!” By Ben. Alias: NIGHTCAP. Ben credo sia in assoluto il mio preferito. Amico di lunga data di Sam. He is very British. 21 anni. Alto, slanciato, castano chiaro, di bella presenza. Q.I. misurato a 12 anni: 147. Elegante, pretty handsome. Se Ian è un delfino, Ben è un PRINCIPE del futuro. Studia finanza. Abbiamo un bel rapporto basato su stima reciproca e competitività. Ottimo! giocatore di poker. L’ho “uccellato” per ben due volte (su due!) all’heads-up finale dei nostri tornei notturni. Ma solo perché è giovane e non è italiano (ho un stile di gioco più matematico ma leggo nella sua flemma troppo facilmente!!). Ben è una persona speciale. Non è religioso, cosa di cui abbiamo parlato molto. Ma se esiste un Dio e se quest’ultimo è un Dio buono…beh Ben sta facendo comunque la sua Volontà. Condivide l’appartamento con un piccolo arrogante nano invadente. Che ruba le sue cose, usa il suo computer senza permesso e lo stressa tutto il tempo sul posto di lavoro. Ben non ma mai alzato la voce, né è mai andato oltre a delle lamentele pacate e superiori. Vedo in lui il Superuomo Nietzschiano. La sua accettazione attiva del Fato e della vita mi sconquassa. Anch’egli ha fatto un sacco di lavori. Dai più umili fino a una internship per l’IBM nel comparto governance e strategic finance. Anche Ben si è pagato da sé questo viaggio.

     
  4. paolino

    Buongiorno a tutti i lettori. Io sto leggendo un libro di Odifreddi: C’era una volta un paradosso; è uno splendido esercizio di logica e intelligenza, con chiari riferimenti storici. Concordo appieno con il giudizio su parlare bene o male e pensare bene o male! A volte, penso che il nostro cervello, pur non essendo un muscolo, vada in ogni caso trattato proprio come un muscolo: continui e forzati allenamenti e i risultati, sempre, si vedono e si sentono. Ciao Paolo

     
  5. Utente Anonimo

    Santa polenta..la risposta al ragazzo della Bocconi mi ha fatto davvero ridere.. Hai scritto annunci per gli scopetti del cesso? E lapidi?! Certo che il vostro è un mestiere strano.. Sarei curiosa di vedere il cortometraggio di cui hai scritto la sceneggiatura, è possibile avere il titolo? Ti auguro delle splendide vacanze. Annamaria sei MITICA!

     
  6. annamaria

    @Paolo: C’è anche un fondamento neurologico a quanto dici. Cerco il link e te lo posto a breve. @ anonima5: il cortometraggio era una cosa di una ventina di minuti, per Lancia. Un storia di spie e inseguimenti, ambientata in Sicilia. Girata negli anni Ottanta, e chissà dov’è finita. Il vantaggio è stato passare diversi giorni sul set: si imparano un sacco di cose. Recuperare le canzoni invece è più facile. Almeno una, che ha avuto un discreto successo ai tempi. http://www.youtube.com/watch?v=E3Nstrp5BbM&playnext=1&list=PL476A1D6523D2C48F Scopetti del cesso: certo, perché no? Tra l’altro la versione placcata oro, prodotta espressamente per i paesi arabi, costava anche uno sproposito 🙂

     
  7. GUIDSON

    Bellissimo inaspettato fantastico regalo… sono in brodo di giuggiole:)))

     
  8. MRoss

    hilarious…!! Povero YZ…lo comprenda Professoressa…Venendo in Bocconi ha assaggiato -grazie anche a lei- la (santa) polenta con un pò di umiltà…

     
  9. Utente Anonimo

    Carissima Annamaria pur condividendo il tuo post devo ammettere che mi lascia un po’ di amarezza. Io appartengo alla schiera dei dislessici e disgrafici che lavorano nel mondo della comunicazione. Naturalmente faccio l’art non certo il copy. Questo è un handicap che mi ha provocato qualche rallentamento nella mia carriera, iniziando dall’apprendimento dell’inglese (sono consulente anche di un’agenzia dell’ONU, pensa che fatica…) Quindi leggere che chi scrive male pensa male mi amareggia anche se il concetto mi trova concorde, si potrebbe trovare un altro modo di esprimere questo concetto?:) Per finire ti mando su un blog delizioso di Roberta Scotto che lavora con i bambini dislessici http://lofaanchebaricco.sp​linder.com/ Buone vacanze

     
  10. annamaria

    Mi riferisco al post 9. Parlando di scriver male NON, ripeto NON mi sto riferendo alla dislessia. E mi auguro che dal testo emerga chiaramente. Einstein, per esempio, è dislessico – infatti ha non poche difficoltà scolastiche, in un sistema scolastico ottuso e autoritario – e pensa benissimo. Molti ritengono che Leonardo fosse dislessico. Ho fatto diversi cenni a questo tema ne la Trama lucente, parlando di scuola e creatività. E ne ho un’esperienza diretta, perché è dislessico il migliore amico di mio figlio: si conoscono da quando erano piccolissimi, sono insieme anche in questo momento… Tra l’altro: spesso le persone dislessiche compensano con una capacità di visione spaziale (e anche con una manualità fine) davvero fuori dal comune. Quando dico scrivere male intendo, in modo molto più banale, l’essere colpevolmente indifferenti nei confronti delle regole di base della scrittura, a partire dall’ortografia, fino ad arrivare alla consecutio temporum: il meccanismo verbale che ci permette di distinguere tra cause ed effetti, tra premesse e conseguenze. Chi lo ignora, ignora una fetta della realtà (e delle sue dinamiche) non irrilevante. Il tuo commento è importante, e mi offre l’occasione di precisare escludendo possibili equivoci: grazie per averlo scritto.

     
  11. MRoss

    Sono atterrato a Pechino il 30 giugno 2011. Portavo con me una valigia di cartone da emigrante piena di curiosità culturale e una strana, annoiata attitudine mentale. Ma carica di proattività, alla Fievel. Si, proprio il topolino che sbarca in America nell’omonimo cartone Disney. L’avventura comincia subito. Nessuno mi viene a prendere all’aeroporto e mi tocca arrangiarmi per arrivare all’hotel. Pasto frugale e sono operativo. Il jetlag mi pulsa nel cervello ma non oso dormire. Sulla via dall’aeroporto ho preso delle istantanee mentali troppo succulente. Opto dunque per una camminata notturna. Che si rivela poi una maratona. Un’incredibile maratona. Non assumo sostanze psicotrope (persino il caffè è introvabile) da quando sono partito e non ne sento MINIMAMENTE la mancanza. L’orgasmo intellettuale che provo qui va ben oltre quello chimico. Posso adesso dire di essere molto più a mio agio in una città che mi è familiare quanto il suolo lunare, che in quella dove ho sempre vissuto. La mattina dopo 2 ore di sonno mi sono rimesso in cammino per le vie del centro. Ho fatto altri 22 chilometri -da soli si cammina veloce!-, tracciati col GPS (Dio benedica Steve Jobs!). E sono parecchio pigro in media, dormo moltissimo. Ho fatto, e sto facendo, un’enormità di foto che collezionerò in un album di viaggio (con Mapper, l’App). Sono convintissimo che il Diverso ti arricchisca, e sto diventando miliardario. Una delle cose migliori potessi inventarmi per le mie mire da Viaggiatore è stata comprare il 3° giorno una moto da enduro, qui. Ho trovato su un blog un altro viaggiatore: uno studente ecuadoregno in partenza. Sono TROPPO fiero del testimone che mi ha passato per poco più di 300 euri. Nessun documento, niente casco, niente targa. Ma mi da un potere infinito. Capitan Jack Sparrow –con un fare un po’ ciondolante- definisce una nave “non uno scafo e delle vele…bensì…ciò che una nava DAVVERo è…LIBERTA’!” Ho il potere di roadtripparmi i dintorni di Pechino nei we. Vedere più cose e raggiungere mete più lontane. Per definire un paese credo ci siano molti indicatori: istituzioni, economia, GDP ecc…ma aspetterò i miei “noiosi quarantanni” per dipingere il quadro della situazione con questi noiosi colori. A 23 penso sia d’uopo partire con la Gente del posto, per farsi un’idea. E penso inoltre che un’esperienza come “la mia Cina sui 23” meriti un approccio diverso. Lontano da quello canonico del turista occidentale. Le regole della parte “garbata” del mondo…non hanno valore qui (Evvai! Definitivamente…la mia Terra promessa!!). La Cina va assaporata, più che analizzata..misurarla sarebbe come attribuire un punteggio nel sistema metrico decimale all’amore di una madre per suo figlio. Quindi ho premuto control+alt+canc, fatto piazza pulita nel mio cervello occidentale. Nessun preconcetto, nessuno pregiudizio. E ho camminato. Ho marciato molto. Ho osservato ogni singolo particolare. Da solo.

     
  12. ABLU
     
  13. annamaria

    INTANTO… @ clicky – triangolando Grecia, Turchia e Italia abbiamo fatto fuori il refuso. Speriamo che non ne esca qualcun altro 😉 @ sabrina – ho cancellato, come mi hai chiesto, il tuo commento, in modo che tu possa ri-postarlo tutto intero. @ vico 83 – generalizzare è sempre sbagliato, ma mi spiace dire che anche a me è capitato di fare colloqui così. E, devo dire anche questo, l’ho trovato piuttosto deprimente. E’ però ugualmente deprimente che molte persone lavorino gratuitamente o quasi non per qualche mese, ma per periodi assai più lunghi, e lavorino tanto (spesso con passione) con la sola speranza di costruirsi un portfolio decente. E, fra l’altro, senza che nessuno si prenda la briga di spiegargli bene come si fa questo lavoro. Certo: credo che i singoli dovrebbero darsi da fare. Ma credo che la responsabilità maggiore ricada sulle spalle delle agenzie. Se la catena di trasmissione del sapere professionale si è interrotta, e se quello stesso sapere è oggi in crisi, il compito di porre rimedio appartiene in primo luogo alle imprese e alle organizzazioni del settore: la buona volontà individuale, e la passione, al massimo servono a costruire un singolo percorso di carriera. Ma non cambiano certo il sistema.

     
  14. Utente Anonimo

    Mi è capitato, un paio d\\\’anni fa, di visitare il veg festival di Torino. Non sono completamente vegetariana ma quasi, rispetto gli animali e soprattutto mi sta a cuore la sensibilizzazione sul tema. Scrivo per chiedere (da inesperta ma …simpatizzante) un parere agli esperti: secondo voi è giusto chiamarlo VEG FESTIVAL (così si chiama nei paesi anglosassoni) o forse non sarebbe meglio, come ho provato a suggerire, chiamarlo VEGAN FESTIVAL oppure FESTIVAL VEGANO? Il punto è questo: in un paese dove quasi nessuno sa cos\\\’è l\\\’alimentazione vegana e lo stile di vita che propone (che esclude tutti gli indumenti e gli oggetti fabbricati con derivati animali, oltre il cibo) non sarebbe meglio mettere il nome intero piuttosto che VEG (dove appunto per gli inglesi significa vegetale ma in italiano non significa proprio niente). Secondo me se si vuole provare a diffondere qualcosa bisogna subito identificarlo con un nome chiaro e preciso (si evita il passaggio: il veg festival, cos\\\’è ? ah sì, il festival vegano, quelli che non mangiano la carne, ecc. ecc.) Vero che chi non lo sa non lo sa, però penso che il nome esteso potrebbe favorirne la diffusione e forse sollecitare un po\\\’ di curiosità verso il veganismo. O sono solo sfumature di poco conto, va bene sia VEG che VEGAN? ps) la responsabile, persona che lavora alacremente e con anima e \\\’core per la causa animalista , mi ha detto che il nome VEG FESTIVAL è internazionale e tale deve rimanere! Un caro saluto, grazie a chi vorrà esprimere un parere e buone vacanze a tutti! Elisa

     
  15. clicky

    Premesso che si tratta del primo errore che incontro da quando leggo Nuovo e utile, e con l’auspicio di non risultare saccente, invito a correggere il “c’è n’è” a pagina 3 del testo allegato a questo post. È pur vero che la qualità dell’argomentazione sovrasta completamente il piccolo refuso, per cui ho titubato un bel po’ prima di scrivere questo commento. Alla fine ha prevalso la consapevolezza che dall’altra parte c’è tanta umiltà e rispetto del contributo altrui, purché sia costruttivo e migliorativo.

     
  16. annamaria

    @ clicky. Uh, che orrore… un bel refusone proprio in un testo che parla di ortografia. A dimostrazione del fatto che -non ce n’è – il diavolo ci mette sempre la coda. E specie a fine luglio. Il guaio è che non posso correggere subito. Ci provo, se il cms non mi fa qualche scherzo, quando torno in Italia. Grazie per la segnalazione! @ sabrina. Che bella storia.

     
  17. vico83

    Ho letto QUALCHE NOTA SUL MESTIERE DI COPYWRITER, e devo dire che mi colpisce particolarmente la questione del passaggio generazionale. Da studente di Lettere moderne ho capito quasi subito che il mio futuro lavorativo sarebbe stato a dir poco in salita. Non volendo fare l’insegnante, non subendo il fascino del giornalismo, attratto dalla letteratura e ben poco dall’editoria, ho chiesto ad un amico di mia madre, copywriter, se potevo andare da lui un giorno a settimana, il venerdì, giusto per vedere, senza disturbare, come una cosa posata in un angolo e dimenticata. Poi da umile spettatore sono diventato sempre più attivo e il copy senior, dicendo di vedere in me del talento, con grande irritazione del copy junior, ha iniziato a insegnarmi. Mi sono appassionato al lavoro e ci ho dato dentro. Mi hanno chiesto di andare anche il giovedì (sempre non pagato). Poi anche il mercoledì pomeriggio e visto che metà settimana frequentavo l’università, metà stavo in agenzia almeno fino alle 9 di sera – talvolta fino alle 9 del mattino, cioè facevo il giro- e il sabato e la domenica lavoravo (in un negozio per pagarmi l’università “pubblica”) e visto che mi è sempre piaciuto avere una vita sociale diversa da quella del serial killer, ho chiesto se potevano pagarmi. Hanno accettato. Una miseria. In compenso il Copy senior mi dedicava almeno un paio d’ore al giorno per lavorare in coppia, spiegandomi con pazienza, raccontandomi casi particolari e consigliandomi libri. Dimenticavo: il primo giorno mi ha detto: “Intanto ti te lesi ea paroea immaginata dea Testa, non leggerlo è esiziale per un copy”. Ho guardato sul dizionario il significato di esiziale, ho tradotto il dialetto a cui sono poco abituato, ho letto di corsa il libro. Il rapporto con il Copy senior è diventato strettissimo, frantumandosi quando ho deciso di prendere la mia strada. Il suo insegnamento è stato però fondamentale: mi ha fatto partire da garzone, fino a diventare copy jr (trombando quello che già c’era) dandomi responsabilità e soddisfazioni (mai economiche, ovviamente). Ho trovato quindi una vecchia leva interessata, stimolata da una nuova consapevole, per citare Annamaria. Le persone a cui faccio i colloqui per la mia agenzia e che non hanno particolare esperienza nel settore (spesso più vecchi di me, qualche volta coetanei) mi chiedono sempre quante ferie, che tipo di contratto, se si fanno tanti straordinari. Tutto legittimo. Se gli chiedo che pubblicitario del passato preferiscono non rispondono. Qualcuno mi ha detto “Quello della Nike”. Per concludere non so se sia inconsapevolezza. Neanche ignoranza. Di passione sicuramente non si vive quindi è giusto chiedere subito quanto si è pagati per lavorare e con che modalità. Ma un minimo di passione… Alla mia generazione (non tutta) manca la passione. Che brutto.

     
  18. annamaria

    Ciao Elisa. Se il nome del festival è depositato, e se il format è internazionale, c’è poco da fare: non si cambia. Ma nulle vieta, credo, di aggiungere ai materiali italiani per la promozione un sottotitolo che spieghi meglio di che cosa si tratta.

     
  19. Utente Anonimo

    Grazie Annamaria, come accennavo, non sono un\\\’addetta ai lavori del settore e non ne conosco le regole e gli aspetti burocratici (ma chiederò, alla prossima occasione, se il nome è depositato). Seguo però con vero piacere i siti che parlano di comunicazione come Nuovo e Utile e Il mestiere di scrivere. Tornando al festival, spiace vedere l\\\’impegno di tante persone non premiato da un buon riscontro in termini di affluenza. L\\\’organizzazione credo costi parecchio non solo in termini di fatica ma anche economici. Nelle ultime edizioni si sono avvicendati molti relatori, scienziati e nomi di fama anche internazionale, ma nell\\\’insieme mi è sembrato di notare una scarsa affluenza di pubblico se paragonata all\\\’impegno profuso e all\\\’importanza degli argomenti trattati (ad esempio il prof. Franco Berrino, direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva dell\\\’ Istituto Tumori di Milano, ha spiegato perchè mangiare carne non fa bene alla salute, al di là degli aspetti etici, qui il link ad un video tratto da Report http://www.youtube.com/watch?v=k10SoSJod1A ). Far conoscere al maggior numero di persone cosa significa – essere vegan e perchè è importante almeno riuscire a mangiare meno carne – è il vero e unico obiettivo della manifestazione. Probabilmente il nome non è che uno degli aspetti variabili e comunque cercare di far cambiare abitudini alimentari è impresa assai difficile. Mangiare bistecche significa ancora per molti e più o meno consciamente, sentirsi benestanti. I cambiamenti culturali sono i più difficili da realizzare ed è anche per questo motivo che stimo tanto chi ci crede fino in fondo e porta avanti in mezzo a tanta indifferenza i propri valori etici. Elisa

     
  20. annamaria

    THE TASK OF ART – JL BORGES The task of art is to transform what is continuously happening to us, to transform all these things into symbols, into music, into something which can last in man’s memory. That is our duty. If we don’t fulfill it, we feel unhappy. A writer or any artist has the sometimes joyful duty to transform all that into symbols. These symbols could be colors, forms or sounds. For a poet, the symbols are sounds and also words, fables, stories, poetry. The work of a poet never ends. It has nothing to do with working hours. Your are continuously receiving things from the external world. These must be transformed, and eventually will be transformed. This revelation can appear anytime. A poet never rests. He’s always working, even when he dreams. Besides, the life of a writer, is a lonely one. You think you are alone, and as the years go by, if the stars are on your side, you may discover that you are at the center of a vast circle of invisible friends whom you will never get to know but who love you. And that is an immense reward. – L’intervista a Borges si trova a questo indirizzo.

     
  21. annamaria

    ESSE O NON ESSE … è il nome di un recente blog i cui autori ri-scrivono qualsiasi storia (dalla biografia di Silvio B al testo di Alice di De Gregori) impiegando soltanto parole che cominciano per esse. Risultati esilaranti. Date un’occhiata qui.

     
  22. Utente Anonimo

    “Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua” (Don Lorenzo Milani) Se scrivere Goethe oppure Göthe è la stessa cosa, allora vanno bene anche i fratelli di Carlo Marx, lo stile Coca Chanel e i panini al prosciutto di Prada. L’esattezza non è una mania. È il primo dovere per chi scrive qualcosa rivolto a un altro cittadino. Che siano uno o milioni, non cambia. L’attenzione al dettaglio può essere determinante. Ovunque e per chiunque. L’estratto conto, l’orario dei treni, il codice fiscale, lo spelling di un sito, per non parlare di una crocetta che si appone su una scheda, possono cambiare il significato di tante cose. Nel mezzo del camino rischia di andare in fumo persino Dante. Non mi riferisco solo alla poetica e allo speck, ma anche a cose molto più vicine alla nostra professionalità: Dove c’è casa o In caso di casa! parla di mutui, di spaghetti o di fai da te? La Chiquita è una banana 10, 30 o 110 e lode? Un diamante è per una vita o per sempre? L’acqua Levissima è freschissima, sanissima, buonissima o ha nessuna di queste qualità? Si seduce con No Campari, no party oppure con Martini Red passion – o viceversa? Fate l’amore e brindate col sapore vero o con il sapore tout court? Come demo che anche un dettaglio può spostare le percezioni personali, immaginate di veder storpiata una sola lettera del vostro nome. Se vi scrive un’azienda, un’istituzione o qualcuno che vi fa una proposta commerciale e, per esempio, leggete Maria al posto di Mario, giustamente giudicate subito male il mittente. Lo stesso vale per la diffusa confusione (o adulazione) tra gli appellativi Dott., Avv., Rag., Prof. o il semplice Sig. Lo so, fin qui stiamo parlando di cose poco importanti. Ma quando un errore di scrittura s’insinua in un bilancio, in un atto giuridico o in un referto d’ospedale, le conseguenze possono cambiare la vita. Se Beethoven fosse austriaco o tedesco, sordo o sordomuto, più giovane o più anziano di Mozart, al soldo di un nobile o un ‘freelance’, se sapesse suonare il pianoforte oppure no… sono tutti dettagli per capirlo meglio o per tradirlo. Ma, sono anche dettagli per leggere la Vienna imperiale, le campagne di Napoleone, il nascente romanticismo. Come una partitura per tante voci e strumenti – non solo musicale. A volte deve essere preciso persino l’errore: i “Zero tituli” di Mourinho, le “convergenze parallele” di Moro, gli strafalcioni parapunzipunzipa’ o “l’astrologa” Hack citata da Berlusconi, perderebbero ogni senso se venissero lasciati in balia dell’approssimazione o del controllo automatico di Office Word. Digitare sul telefonino “ke” al posto di “che”, fa risparmiare la frazione di un secondo. Evviva. Però, non sempre le scorciatoie accorciano le distanze. Molte volte concorrono ad aumentare gli stop, le multe, il consumo di carburante, gli incidenti. Definire e rispettare delle regole, è uno dei fondamenti del gioco. Senza norme e disciplina, la creatività rischia di tramutarsi in caos. Scrivere senza errori è solo la base – sopra la quale può succedere di tutto. Ma, se già al pianterreno le targhe, i nomi, le indicazioni, i pulsanti e le frecce sono illeggibili o sbagliate, è difficile arrivare ai piani alti. Nella scrittura, l’illeggibilità e gli sbagli non sono una metafora. È la materia prima di cattiva qualità che non consente di costruire nulla di solido, durevole, piacevole, importante. Ma, prima ancora del rispetto nei confronti della lingua, dell’ortografia, dello stile, della sintassi, dell’opera, del lettore, del mercato… c’è un elemento da rispettare infinitamente più vicino, più intenso, più importante. Tu. Tu, inteso come chi, dopo aver scritto in modo ineccepibile una qualsiasi cosa (un titolo, un aforisma, un’ordinanza, una battuta, un articolo, un sms, un romanzo), sa di aver fatto un’azione giusta, corretta, chiara, onesta. Un’azione che ti regala quiete, equilibrio, soddisfazione. Till Neuburg

     
  23. Utente Anonimo

    @ Till Neuburg, mi hai fatto ripensare ad un articolo letto qui su NeU, salvato perchè mi era piaciuto tantissimo http://www.nuovoeutile.it/ita-parole-till-neuburg.html

     
  24. annamaria

    Aggiungerei una cosa a quanto ha ottimamente scritto (grazie!) Till Neuburg. Secondo Wallas, che ne ha dato una descrizione semplice e, a mio avviso, efficace, il processo creativo si articola in quattro fasi: preparazione, incubazione, insight (l’eureka che illumina) e verifiche. Chi fosse interessato trova qui una descrizione sintetica di ciascuna fase. Molte persone, specie se sono giovani e poco esperte, tendono a sottovalutare l’importanza della prima e dell’ultima fase, e a ridurre il processo creativo a una lunga fantasticheria compiuta a partire da basi non abbastanza solide e strutturate e conclusa, con un po’ di fortuna, in un’intuizione che però non viene poi formalizzata in modo sufficientemente accurato. Tutto questo si risolve nel produrre idee nate un po’ storte, e pronte da buttar via perché non sono abbastanza rifinite. La cosa che faccio più fatica a trasmettere, quando parlo con i miei studenti e non solo, è proprio la necessità di essere accurati. Di produrre lavori finiti, cioè non bisognosi di revisioni ulteriori: è anche la correttezza formale a dare a un lavoro (a qualsiasi lavoro) credibilità e autorevolezza. Tutti i creativi eminenti, e perfino i più umanamente sregolati e disordinati, hanno in comune la caratteristica di rispettare profondamente il proprio lavoro e di prestargli la cura e l’attenzione che -magari – non riescono nemmeno a prestare a se stessi. Non bisognerebbe mai dimenticarsene e, per quanto mi riguarda, continuerò a ripeterlo. E a ripeterlo: comincia bene e lavora sodo (preparazione), non porti dei limiti e lasciati ossessionare da quanto stai cercando (incubazione), sii permeabile e stai all’erta (insight), e accidenti, finisci alla grande quanto hai cominciato. Senza cincischiare, ma anche senza fretta, e dedicando tutto il tempo che serve al compito di rendere impeccabile quanto hai prodotto, di qualsiasi cosa si tratti. 😉

     
  25. annamaria

    A FIANCO O AFFIANCO? SENZ’ALTRO O SENZALTRO? Ve lo dice l’Accademia della Crusca: andate a vedervi la lista delle parole. Per inciso: L’Accademia della Crusca figurerebbe tra gli enti inutili che la manovra di Tremonti vorrebbe cancellare. E su questa idea brillante parole non ci sono.

     
  26. Utente Anonimo

    Accuratezza, precisione, ortografia? Che cosa sono? Come si fa a fare arrivare il messaggio ai redattori del Corriere, tanto per fare un esempio? Tra gli articoli di oggi sui giornalisti rapiti in Libia si parla di “rapitori che riNfocillano” (con la N) e di un “blitz” che non si sa chi ha compiuto, forse una “corrente” degli stessi rapitori. Giupina

     
  27. eli

    MAESTRI Credo nello scambio tra generazioni. Mi limito a definirlo così; può sembrare riduttivo rispetto ad un’alleanza, ma implica rispetto, fiducia, collaborazione e l’obiettivo di un passaggio di testimone che considero quasi una forma di immortalità. Per questo mi è venuta voglia di scrivere qualche cosa. Di maestri vorrei parlare. Non del rispettarli o dell’ucciderli, ma del riconoscerli e del difficile e lungo processo di pensiero necessario per elaborare il prodotto dello scambio. Per spiegarmi racconterò dell’ultimo maestro che, per ora, ho riconosciuto nella mia vita. L’ho incontrato da adulta, è stato un incontro casuale, determinato dal fatto che abitavamo nella stessa città ed avevamo conoscenti in comune. Aveva l’età dei miei genitori, la sua gioventù era stata attraversata da ideali e da eventi simili a quelli che avevano attraversato la gioventù di mio padre. L’interesse che ci accomunava era quello per i linguaggi delle varie forme espressive e per la parola. L’ho subito sentito maestro e padre, mi sono sentita figlia e allieva. Ho bevuto the inglese, in tazze inglesi, nella sua casa un po’ inglese. Mi ha fatto vedere documenti e libri, più volte mi ha invitato a prendere i volumi che mi interessavano, ma non ci sono mai riuscita. Era come smantellare una costruzione che mi raccontava lunghi attimi e emozioni forti, era come riconoscere che non era più il tempo di aggiungere mattoni per arricchire l’opera. Credo che avesse capito questa mia reticenza perché quando ha deciso che doveva regalarmi un libro dei suoi mi ha dato un appuntamento in città, lontano da quella casa che sentivo come luogo sacro. Creativo nell’ambito delle arti figurative, aveva una passione per il linguaggio e per le lingue, e la consapevolezza che la parola tutto filtra e ridefinisce, creando in questo modo nuove possibilità e nuovi confini a tutte le esperienze. Per questo, credo, si impegnava a insegnare ai ragazzi che aveva intorno più la lingua e le lingue che il disegno. Credo abbia lasciato graffi profondi. La vecchiaia ha deciso di manifestarsi in lui proprio sul linguaggio: la mia impressione è che abbia perso prima le lingue straniere, che padroneggiava come la lingua madre, poi l’inglese e l’italiano, le sue due lingue abituali. Soffriva nel non trovare le parole, ma solo quelle non rispondevano all’appello, perché tutte le possibili sfumature dell’esperienza che le parole avevano costruito durante la sua vita erano rimaste intatte. Mi diceva che sostituiva la mancanza della fluidità della parola spaccando la legna per l’inverno. Così ho reinterpretato questa immagine: le sue mani “sentivano” e riconoscevano ciò che la paziente costruzione del pensiero di una vita aveva predisposto per lui all’interno di confini vastissimi. Lui poteva ancora viaggiare tra questi orizzonti, anche senza ricorrere all’uso della parola che era servita per tracciare il pensiero che li aveva disegnati. E così da vecchio ancora poteva “vedere” il mare oltre la collina che lo cela, insieme a Mary dai grandi occhi chiari che carezzavano i gatti. O mentre le mani di Mary, che quasi non poteva più camminare, ancora catturavano sulla carta espressioni e agilità feline. La persona di cui parlo è Germano Facetti (1926-2006). Se volete saperne di più potete digitare il suo nome su un motore di ricerca. Lei è Mary Crittall, sua moglie. Io volevo solo narrare uno scambio o un’alleanza tra generazioni, piccola e personale, che mi ha lasciato un grande segno che mi piaceva distribuire intorno, ma non so se ci sono riuscita.

     
  28. annamaria

    Eli, è una storia bellissima. Grazie per averla condivisa.

     

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