discredito, manipolazione, calunnia
Discredito: un meccanismo che funziona fin troppo bene

Per capire come e perché funziona il meccanismo del discredito dobbiamo fare un passo indietro, e chiederci come funziona la nostra percezione di tutto quanto ci circonda.
Non è facilissimo rendersene conto (e, soprattutto, non è facilissimo continuare a ricordarsene): le cose non sono mai soltanto ed esattamente quello che sono.
La mappa (cioè, la nostra rappresentazione del mondo) non è il territorio (cioè, il mondo) e il nome non è la cosa designata, scrive Gregory Bateson in Mente e natura,  citando il filosofo polacco Alfred Korzybsky. Dovremmo ripetercelo mille volte al giorno (chi trova appassionante il tema di mappe e territori, qui trova una bella trattazione).

LE COSE E I RACCONTI. Bateson ci dice che le cose sono (anzi, diventano per noi, nel momento stesso in cui le prendiamo in considerazione) la rappresentazione e poi il il racconto che noi ce ne facciamo, o che altri ne fanno e che noi interiorizziamo rendendolo nostro, e che consolidiamo trasmettendolo ad altri ancora.
Per inciso, è questo il motivo per cui un ascolto onesto e privo di pregiudizi del racconto altrui è il primo, indispensabile passo di ogni processo di mediazione e di decisione condivisa.

DATI E INTERPRETAZIONI. Ma torniamo al punto. Perfino un dato numerico diventa racconto nel momento in cui decidiamo di considerarlo rilevante ed evidenziarlo, lo etichettiamo indicandone il senso, lo interpretiamo connettendolo con altri dati in una narrazione coerente e credibile (ehi, notate che ho scritto “credibile”. Il che non significa “vera”).
Ovviamente, anche questo articolo è l’interpretazione di un insieme di dati. Anzi, un’interpretazione del nostro modo di interpretare. Tutto ciò lascerebbe il tempo che trova, se non riguardasse una conseguenza assai perversa, e pervasiva ai giorni nostri.
Su, diamole un nome, giusto per capirci, e chiamiamola: meccanismo del discredito.

NARRAZIONI DIFFERENTI. Dicevamo: le cose al di fuori di noi non esistono per noi fino a quando non entrano nel nostro cono di attenzione. Ma, nel momento in cui ci entrano, smettono di essere solo se stesse e, nella nostra testa, cominciano a somigliare a ciò che ne pensiamo e ne raccontiamo noi. E a ciò che ne pensano e ne raccontano tutti gli altri. Così, per dirla con Bateson, lo stesso territorio può essere all’origine di infinite mappe e di narrazioni differenti.

MODIFICARE LA PERCEZIONE. Il meccanismo del discredito si attiva proprio modificando in modo strumentale e brutale le mappe (e le narrazioni che ne conseguono), e dunque la percezione dei territori e della realtà di chi si troverà esposto a quelle narrazioni.

SCORRETTO E FEROCE. Facciamo un esempio. Un qualsiasi tweet politicamente scorretto e feroce di Donald Trump (potete mettere al posto del nome “Donald Trump” qualsiasi altro nome di twittatore seriale e feroce) non riguarda esattamente la realtà, e questo è abbastanza chiaro a tutti, forse perfino ai più fedeli seguaci del twittatore medesimo.
Ma offre una  nuova narrazione, che nel momento in cui viene ripresa e diffusa “vale”, come ogni altra, non per quanto è veritiera e fedele, ma per il solo fatto di esistere in quanto narrazione. E per quanto, come narrazione, è potente, convincente e condivisa.
Più è semplificata, più è convincente. Più è bugiarda (questo ce l’ha detto il Mit) più è potente. Più è replicata, con minime variazioni (ed ecco il motivo dell’accanimento dei twittatori seriali), più risulta condivisa.

DISINFORMAZIONE E MANIPOLAZIONE. La disinformazione esiste da sempre. Le tecniche di manipolazione esistono da sempre. Disinformare è facile, e screditare è facilissimo. Nel (lontano, nel mondo del web) 2012 ho raccolto e descritto 27 modi per insultare e diffondere discredito in rete. Continuano a funzionare tutti alla perfezione, come hanno sempre funzionato. Non è questo il punto, oggi.
Il punto è che il meccanismo del discredito è diventato pervasivo perché è facilissimo da attivare. Non si inceppa mai. Si espande come una muffa su un formaggio avariato e sembra impossibile da interrompere. Vediamo per quali motivi.

FACILE FACILE. Il meccanismo del discredito è facilissimo da attivare. si prende una caratteristica dell’antagonista, la si deforma  e la si usa per etichettarlo con un marchio indelebile. Il Guardian elenca alcuni esempi trumpiani. Non è difficile trovarne molti nostrani, e analoghi.

DA STEREOTIPO A STIGMA. Non è nemmeno indispensabile che la caratteristica screditante sia scomoda o controversa. Basta incorniciarla come spiega Lakoff in uno stereotipo negativo, trasformandola così in uno stigma. Dico “politico” ma evoco casta corrotta, dico “donna” ma evoco megera o sgualdrina, dico “intellettuale” ma evoco presuntuoso nullafacente, dico “imprenditore” ma evoco tiranno, dico “giornalista” ma evoco pennivendolo, dico “anziano” ma evoco rincoglionito, dico “giovane” ma evoco incompetente, dico “migrante” ma evoco… qui non c’è che l’imbarazzo della scelta.

UN MECCANISMO INARRESTABILE. Il meccanismo del discredito non si inceppa mai. Contrastare una narrazione screditante non fa che darle più forza. Contrapporle una narrazione non screditante non fa che darle uguale legittimità. Ignorare una narrazione screditante non fa che sottolineare la (colpevole?) impotenza di chi è screditato.

SPIRITO DEL TEMPO. Il meccanismo del discredito si espande e sembra impossibile da interrompere. Screditare è più facile che argomentare, ed è un’opzione non solo obbligata ma vincente quando non si hanno buoni argomenti. È una scelta congruente con la semplificazione e la velocità dei nuovi media, e la loro orizzontalità: chiunque può screditare chiunque, e che ci vuole?
Corrisponde allo spirito rancoroso del tempo e lo gratifica, riduce l’ansia da complessità, attiva le emozioni (rabbia, paura) più forti e primordiali. Funziona benissimo, sempre, e questo fa sì che venga replicato e replicato.

VORACITÀ E NEMESI. L’unica consolazione è che il meccanismo del discredito è così vorace da contenere in sé la propria nemesi: quanto tutto sarà screditato, non resterà che screditare chi scredita, fino a quando l’intera struttura narrativa non collasserà su se stessa.
Forse allora, finalmente, si potrà ricominciare a costruire mappe, e narrazioni, che abbiano un minimo di senso e aiutino a orientarci nella complessità dei territori che dobbiamo percorrere.
Questo articolo esce anche su internazionale.it

 

9 Commenti a Discredito: un meccanismo che funziona fin troppo bene

  1. Magari

    Grazie come sempre per questo chiarissimo riassunto.

    Ho una domanda, però (che assomiglia più a un dubbio esistenziale)

    Con il passare del tempo e l’erodersi delle barriere morali si sta solidificando nel mio pensiero un’idea perversa: solo i populisti di destra usano questi meccanismi con efficacia inarrestabile.
    Ma perché?
    Dove sta scritto che la sinistra debba solo usare formule comunicative nobilissime, per carità (argomentazioni per esteso, sostegno di ideali altissimi anche se percepiti come distanti dalla maggioranza della popolazione, retorica verbosa e intellettuale), ma evidentemente fallimentari?

    Sembra di vedere degli intellettuali con il monocolo che scagliano pietre e agitano lance mentre vengono massacrati ogni giorno da neanderthal con i fucili laser.

    Perché nessuno ‘a sinistra’ prova a fare le stesse cose che fanno questi furbacchioni, ma individuando ‘nemici’ più concreti e più vicini alla gente, spostando l’attenzione su problemi più vicini alla gente.
    Il precariato, la disparità economica tra ricchi e poveri, tra uomini e donne, tra giovani e pensionati, lo smantellamento dello stato sociale, la globalizzazione selvaggia.

    Copiare e migliorare è il metodo migliore per recuperare in fretta uno svantaggio, e storicamente “la sinistra” (almeno, quella che una volta comprendeva comunisti e socialisti) avrebbe un sacco di ‘nemici del popolo’ da stigmatizzare (molto più ‘nemici del popolo’ dei migranti che stanno facendo la fortuna delle destre).

    Ho capito che ora anche la sinistra è diventata turbocapitalista e liberista, ma mi ricordo anche che c’era una differenza tra liberisti e liberali, e comunque non stiamo ancora nemmeno parlando di programmi, ma solo di propaganda e pubblicità politica.

    Ci sarà tempo per educare di nuovo, da capo, la popolazione per renderla più consapevole e attenta, e per ristrutturare la scuola e il sistema educativo, ma intanto, sarebbe così sbagliato contrastare le destre populiste con i loro stessi mezzi?

    spero di non aver scritto delle bestialate imbarazzanti, ma se così fosse per favore avvisatemi, perché mi sembra che mi manchino dei tasselli e di non essere in grado di spiegarmi questa inerzia.

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Magari.
      L’immagine dei neanderthal con i laser è perfetta.
      Ma non so se contrastare le destre populiste con i loro stessi mezzi sia una buona idea. Quei mezzi lì gli appartengono, e a usarli sono mille volte più bravi loro.

      E poi: la sinistra si è anche fatta assai male anche da sola, e finché non riuscirà a darsi uno straccio di guida plausibile non caverà il neanderthal dal buco.

       
      • Magari

        Grazie per la risposta, ma purtroppo non ha risolto i miei dubbi: le soluzioni tentate finora sono fallimentari, e mi pare che tutti si siano fissati a insistere nell’errore contro ogni evidenza – e se la sinistra è sclerotizzata nell’errore, l’unica speranza di cambiamento pesa sulle spalle dei neanderthal…

        L’unica soddisfazione è che, anche se non lo dice chiaramente, desumo dalla sua risposta che anche l’immagine degli intellettuali con gli strumenti di osso e pietra le sia piaciuta, almeno un poco, almeno nella descrizione della situazione.

        Grazie ancora per la bellissima analisi dell’articolo!

        Magari

         
  2. Rodolfo

    Discreditare da una posizione dominante genera credito. È un’attività molto diffusa e lucrosa, svolta nel sistema dei media dai sedicenti opinionisti ed esperti petulanti e monotoni, sempre più presenti nei dibattiti tv e sui quotidiani, e dai politici d’ogni colore in perenne campagna elettorale. Mancanza di contenuti e dati, disinteresse ad argomentare, prevalenza di preconcetti, dai e dai vanno a comporre quell’idea che ci siamo fatta su un particolare argomento del quale, sostanzialmente, sappiamo bel poco.
    Proprio in questi giorni e in queste ore, un tema che dovremmo conoscere in ogni aspetto in modo approfondito se l’informazione avesse fatto il suo mestiere, pervade la grancassa mediatica che macina discrediti e accrediti, senza che mappe e narrazioni con un minimo di veridicità vengano sfiorate.
    Allora provo ad esercitarmi su un argomento concreto.

    Il progetto TAV in valle di Susa.
    Il primo progetto TAV approvato per la tratta Torino-Lione risale a oltre ventotto anni fa. Il signor B. ospite di Vespa ce lo illustrò alla lavagna. Prevedeva che dal 2002 saremmo andati da Milano a Parigi in poco più di cinque ore. Mentre si procedeva al progetto esecutivo, le stesse Ferrovie valutavano che, anche nella previsione più ottimistica, il numero di passeggeri sarebbe stato inferiore a un terzo di quanto necessario a giustificare la realizzazione.

    Un cambio in corsa.
    Dopo un periodo di ripensamenti si decide di trasformare il progetto, che aveva già bruciato un bel po’ di denaro pubblico, da treno ad alta velocità a treno ad alta capacità (TAC) per il trasporto merci.

    Nel frattempo si provvede ad aggiornarsi.
    Nel frattempo la linea esistente è stata ammodernata e resa operativa per il transito di nuovi vagoni merci secondo le norme europee più aggiornate, sino alla velocità intorno ai novanta chilometri ora nei tratti più impervi.

    Si porta a termine la tratta Novara-Chivasso e, negli anni successivi si collega da un lato Milano Centrale e dall’altra Torino Porta Susa. I primi treni Frecciarossa collegano Torino a Venezia alla fine del millennio.

    Un progetto sempre di massima e mai esecutivo.
    Il progetto esecutivo Torino-confine francese viene rimaneggiato: il tracciato da Chivasso a Susa è riprogettato più e più volte: passa da Torino Porta Susa, no, dopo l’incidente di Viareggio è troppo pericoloso fare transitare merci in centro città, meglio girarci intorno correndo lungo la tangenziale che verrà raddoppiata, diverse altre idee strampalate come quella di cambiare valle si susseguono, purché si faccia. Ad oggi non esiste un progetto esecutivo e un tracciato definitivo per una buona percentuale dell’intera tratta.

    Ma cosa stanno bucando?
    La galleria che si sta scavando è quella diagnostica e di servizio, dove mai passeranno treni, perpendicolare al tunnel ferroviario ancora tutto da fare. I risultati delle diagnosi sull’amianto e sulla consistenza delle rocce sono ignoti. Avete mai sentito da un telegiornale o letto da un quotidiano cos’è in realtà la galleria in costruzione?
    Gli espropri dei terreni per l’enorme stabilimento di prefabbricazione dei rivestimenti di volta, previsto (forse) fra Rivalta e Rivoli, non sono ancora avviati, così come la costruzione della estesa rete di strade camionali di servizio e collegamento con i diversi futuri cantieri.

    La linea (che continua ad essere chiamata tav ma è ufficialmente alta capacità trasporto merci) in valle di Susa è ancora in gran parte di là da venire e per ora solo un’idea mangiasoldi.

    Le merci prendono il treno.
    Mentre i passeggeri si recano alla stazione per salire sui vagoni, le merci hanno più difficoltà a farlo. Sarebbe ottima e auspicabile cosa spostare il trasporto da gomma a rotaia, ma il marmo da Carrara, le piastrelle da Sassuolo, il tondino di ferro da Dalmine, il cemento da Ferrara, i rubinetti da Pogno o da San Maurizio d’Opaglio -tanto per citare alcune merci pesanti ed energivore interessate all’esportazione verso Francia e Spagna- non si recano in stazione di loro iniziativa: occorre caricarle e trasbordarle più volte. Risultato: nessun imprenditore sarà mai disposto a pagare un centesimo in più per un servizio più complesso e più lento del trasporto su gomma (provate a dirlo ad Amazon), che richiederebbe oltre la linea ferroviaria (che già c’è, utilizzata per il trenta percento della potenzialità) una rete capillare d’interscambio intermodale, molto ma molto più costosa della tratta tav e mai neppure ipotizzata.
    Tranne che si voglia fare della tratta in val Susa solo una servitù di passaggio per le merci provenienti dall’Europa dell’Est.

    Perché le imprese e la politica contigua alle imprese appaltanti insistono a puntare su un progetto fallimentare da molti punti di vista?

    Morti sul lavoro nero.
    Durante la costruzione del tratto Novara-Chivasso della linea ad alta velocità si sono verificati sei incidenti mortali. Uno ogni undici chilometri. Tre degli operai deceduti erano richiedenti asilo, non assunti dall’imprese per le quali erano arrivati in prova, così sempre si dice, il giorno stesso. Altri sei malaugurati incidenti mortali si sono avuti anche nella tratta Bologna-Firenze. Se ci sono sei morti, ci sono anche dodici feriti gravi, ventiquattro ricoveri… è un miracolo se ci sia stato un lavoratore che non abbia avuto neppure un chiodo infilato in una scarpa.
    Perché, nella piatta pianura Padana, che ha dato i natali a geni italici come Borghezio o Fassino, dove si potrebbe e dovrebbe lavorare in piena sicurezza secondo gli elaborati piani previsti dagli enti appaltanti, si muore così facilmente? (E cosa potrà succedere in montagna e in galleria, dove le condizioni sono intrinsecamente più insidiose?).

    Una legge necessaria mai fatta.
    Perché una pessima legge sugli appalti consente il sub-sub-sub appalto anche delle responsabilità. Alla fine sono tutti responsabili e nessuno lo è. Così gli incidenti mortali sono derubricati a incidenti per fatalità, e se stavi utilizzando manodopera totalmente impreparata e clandestina, beh, la prossima volta non esagerare.
    Chi si aggiudica il lavoro si occupa degli acquisti miliardari, delle mazzette da distribuire (in genere quelle da due chili, col manico in legno dipinto di rosso) e della gestione dei rapporti con gli enti territoriali e nazionali. Chi esegue fisicamente il lavoro, contabilizzato dall’aggiudicante ad un costo orario superiore ai cento euro, ne prende cinque, se va bene.

    Molti anni fa, in un collegamento con Vespa a Porta a porta, la allora Presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso (quella così abile da essere riuscita a perdere contro Cota!) affermò in quella occasione che “La grande opera si deve fare perché è una grande opera”. Trovai decisamente incomprensibile come si potesse sostenere la Tav con una tautologia. Poi ho compreso che è stata l’affermazione più chiara e sincera mai fatta da un politico: la grande opera si deve fare perché è una grande opera. Punto.
    Perché una grande opera porta denaro e consenso, determina il controllo politico sulle assegnazioni e sulle forniture -le quali costituiscono la parte più consistente e appetitosa del lavoro- indipendentemente da quanto si fa, dalla sua reale necessità e fattibilità.

    Un’opposizione locale.
    La bassa valle di Susa, chi non la conosce l’immagina forse come un ambiente incontaminato, minacciato nelle sue bellezze dal mostruoso cantiere. Se avete visto una volta Bussoleno o Borgone, tanto per citare una località, avrete scoperto che non sono Merano, che l’ultima imbiancata alle facciate delle case risale al ventennio, con tanto di Vinceremo ancora visibili.
    Le tesi degli oppositori hanno finito per mettere sulla bilancia il rapporto costo ambientale e della salute contrapposto ai benefici economici e d’impresa. Non è così: quest’opera è semplicemente non necessaria in qualunque giardino, anche se la conseguenza del realizzarla servisse anche a curare il raffreddore e a estrarre diamanti dalle rocce, e distoglie risorse ingenti che potrebbero essere ben diversamente impiegate. Se la tav fosse davvero utile e necessaria si sarebbe fatta da tempo: non si lasciano passare trent’anni senza ancora iniziare, e se ciò fosse successo sarebbe grave per il Paese e la democrazia. O basta essere in tanti a fare baccano per avere ragione?
    Ma forse i sostenitori dell’opera in cuor loro non sono convinti della bontà del progetto e della sua reale necessità. Forse è solo un pretesto per sostenere interessi altri, evidenti ma nascosti. Forse il discredito su chi si oppone serve a coprire e mascherare ragioni che potrebbero, se fossero oneste, essere sostenute con chiarezza alla luce del sole. Ma quasi nulla di quanto ho scritto l’ho sentito, da entrambe le campane.

     
    • Annamaria Testa

      Gentile Rodolfo,
      grazie per questo contributo. Posso solo dirle che di tutto ciò sento di sapere molto poco, e che argomentazioni circostanziate com’è la sua sarebbero indispensabili per portare il dibattito dal piano del bla bla ideologico a quello dei vantaggi e degli svantaggi reali.

       
  3. Lorenzo Luisi

    Gentile Annamaria Testa,
    il suo intervento vede un solo lato della questione basato sull’interpretazione che lei da ad alcuni segni.
    Sono un cartografo (le mappe e i territori sono il mio pane quotidiano) e mi spiego con un esempio … geografico. Provi a cercare su wikipedia spagnola i temini “Islas Malvinas” e su wikipedia inglese i termini “Falkland Islands” entrambi parlano dello stesso luogo ma a credito e discredito per opposte narrazioni e significati. Nell’inizio in spagnolo si parla di un arcipelago situato sulla piattaforma continentale del Sud America, all’interno del settore marino epicontinentale dell’Oceano Atlantico meridionale appartenente al Mar argentino, mentre in inglese si racconta di un arcipelago nell’Oceano Atlantico meridionale sulla piattaforma patagonica. Sono entrambi corretti (compreso il seguito), ma con sfumature che a noi “neutrali” possono sembrare anche comiche, ma fra Argentina e Regno Unito ci passa una guerra combattuta non oltre 35 anni fa.
    Cioè, per far si che esista, come lei spiega “un ascolto onesto e privo di pregiudizi del racconto altrui è il primo, indispensabile passo di ogni processo di mediazione e di decisione condivisa”, è necessario creare delle convenzioni accettate dai contendenti in campo.
    Del resto nell’articolo da lei segnalato viene citato uno dei maestri di storia della cartografia, David Woodward, che mirabilmente sentenzia che «le mappe sono rappresentazioni grafiche intese a facilitare la comprensione spaziale di cose, concetti, condizioni, processi o eventi nel mondo umano» e precisa di non intendere le rappresentazioni come replicazioni o immagini allo specchio, bensì come «costrutti umani altamente convenzionali». In cartografia tutto questo si traduce nella legenda, uno dei tre elementi fondamentali in materia e che deve essere sempre presente a margine della mappa. Essa serve a stabilire un segno di interpretazione a cui si rifaranno le letture della carta stessa. La questione è quindi che mentre lei considera discredito un certo comportamento, sul lato opposto si parla di credito e, viceversa, quando lei scrive “si potrà ricominciare a costruire mappe, e narrazioni, che abbiano un minimo di senso e aiutino a orientarci nella complessità dei territori che dobbiamo percorrere”, l’altra parte reclamerà a sé l’azione di ricostituzione del credito. Forse è il caso che i cosiddetti “pontieri” siano messi in grado di fare il loro lavoro (da una parte e dall’altra).

     
    • Annamaria Testa

      Gentile Lorenzo,
      l’esempio cartografico è magnifico e suggestivo. Grazie!

      Ma, ovviamente, le mappe e i territori di Bateson sono una metafora. E, per quanto riguarda la metafora, temo che non basterebbe nemmeno mettersi d’accordo su un sistema di legende.

      Da cartografo, provi a immaginare di dover mappare un territorio – per esempio: comportamenti xenofobi – che non ha dimensione fisica, e che per alcuni c’è e per altri non esiste proprio.

      Un territorio che comincia a essere riconoscibile solo nel momento in cui lo si nomina e se ne traggono delle narrazioni. E che viene negato da altre narrazioni, che ne dichiarano con forza l’inesistenza, screditando chi quel territorio dichiara di averlo esplorato di persona.

       
      • Lorenzo Luisi

        Buonasera Annamaria Testa,
        si, preliminarmente e necessariamente occorre condividere un tracciato (i pontieri di ambo le parti) per poter definire delle convenzioni (le legende) e solo allora si può cominciare a cartografare un fenomeno (fisico o culturale che sia) e dopo un po’ (a volte dopo un bel po’) di tempo a redigere delle mappe di tale fenomeno.
        Potrei mostrare due esempi recenti di quanto appena detto, ma mi manca il tempo.
        Gli argomenti sono:
        1) la composizione di una lite fra enti pubblici e privati a proposito di un vasto territorio conteso fra la fine del 1600 e la seconda metà del 1700 dove a più riprese furono forniti titoli di possesso, bolle, editti, delibere e ovviamente … mappe [argomento trattato sull’ultimo numero di “Umanesimo della Pietra”].
        2) la rappresentazione della emigrazione / occupazione (dipende dai punti di vista) del territorio Nord-Orientale del Regno d’Italia dove noi italiani eravamo gli xeno e gli ex jugoslavi erano gli xenofobi. Disputa tuttora non del tutto risolta. [argomento introdotto sul mio sito a febbraio scorso dove mettevo a confronto la rappresentazione di tale fenomeno dal cartografo italiano Carlo Schiffrer (1902-1970) e da quello croato Josip Roglic (1906–1987) e che mostravano esiti … contrapposti!].

         
  4. Rodolfo

    Cara Annamaria, (in altri post ci siamo dati del tu 🙂 )
    Sin da ragazzo mi sono occupato di temi ambientali. Sono stato, con Pro Natura fra gli ideatori del progetto che è poi divenuto parco regionale Orsiera-Rocciavrè fra la valle di Susa e dell’Orco, e fra i fondatori della delegazione Piemonte del WWF.
    L’idea di trasferire su rotaia il traffico merci mi ha sempre trovato più che favorevole. Sono state le pesanti discrepanze di un progetto privo di ogni buon senso che mi hanno portato ad informarmi, cercando di farlo in modo obbiettivo, quindi evitando anche la partecipazione ai movimenti contro o a favore dell’opera. La sintesi che ho arbitrariamente infilato in un discorso più alto e lungimirante dipende anche dalla mancanza d’interlocuzione e di spazi di dialogo.
    Quando Berlusconi è stato eletto per la prima volta Presidente del Consiglio, il quotidiano francofono di Ginevra Le Monde aveva titolato a piena pagina: “Gli italiani si sono dati per capo un ciarlatano”. Di charlatan, di imbonitori, se ne sono succeduti da allora quasi senza interruzioni. L’ultimo in particolare, Renzi (e i suoi devoti), ha la responsabilità di aver fatto di tutto per fare preferire alle persone l’attuale governo. Diversi del PD, molti miei amici, sostengono che le persone non capiscono. Se ciò è vero è anche responsabilità di chi ha gestito la scuola e l’informazione in modo miserabile. Chi, allora, non ha capito, le persone o la classe dirigente? Mi sono ritrovato, all’ultima spiaggia, a votare Leu perché Bersani mi aveva fatto pena. Molte sue affermazioni le condivido ma non si può scegliere per pietismo chi ti rappresenta. Avremmo potuto avere il M5S come movimento analogo ai Radicali di Pannella negli anni “80: un 5-6% dedito ad argomenti sensibili, come l’ambiente, che la sinistra non ha mai capito. Ed invece eccoci in questo guazzabuglio. Risultato, per me, ma è il meno, è che, quasi settantenne, non ho più alcun riferimento di rappresentanza e un po’ d’invida per Magari che sembra vedere ancora differenze e scovare la categoria di sinistra in questi “personaggetti” (tanto per evocarne uno fra i massimi degni rappresentanti della sinistra attuale) sedicenti tali.

     

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