Conflitto
Chi alimenta un conflitto sta giocando col fuoco

Guardiamoci attorno: il conflitto ci circonda. Accendiamo la tv, apriamo un giornale o una pagina in rete. Sentiamo lo sfogo di qualcuno. In certi giorni sembra che tutti stiano litigando con tutti. E anche a noi può venir voglia di litigare: uh, in realtà avremmo un sacco di motivi, no?
Del resto, a pensarci bene, possiamo renderci conto che una dose di conflitto è ineliminabile, sia dalle vite dei singoli individui, sia dalle dinamiche delle aziende e delle organizzazioni, sia dalle relazioni tra istituzioni e tra stati.

ISTANZE CONTRASTANTI. Questo succede perché, in realtà, un conflitto (dal lat. conflictus -us ‘urto’, derivato di confligĕre, ‘cozzare’), nella sua essenza non è altro che un contrasto tra istanze, bisogni e obiettivi diversi. E suvvia, è davvero impensabile che tutti, dai singoli individui alle organizzazioni agli stati, possano avere sempre gli stessi interessi, e possano sempre condividere i medesimi obiettivi e ritenersi soddisfatti da una identica condizione.

ESASPERARE I CONFLITTI. Aggiungo solo un paio di elementi: viviamo in tempi complessi e veloci, e complessità e velocità possono più facilmente esasperare che sciogliere i conflitti.
E mettiamoci anche la rete, con il suo corredo di voyeurismo, notizie false, rancore, senso di rivalsa, emozionalità esasperata, disintermediazione e solitudine. L’arena perfetta dove qualunque conflitto, piccolo o grande che sia, può mettersi in scena e trovare una ragion d’essere ulteriore, guadagnandosi un bel pubblico.

GOVERNARE IL CONFLITTO. C’è una cosa da sapere, però. Su qualunque piano (interpersonale, sociale, istituzionale, politico) si accenda un conflitto, se non si prova a governarlo e a contenerlo qualcuno (o tutti) finiscono per farsi molto male.
Ma per riuscire a disinnescare un conflitto bisogna sapere come funziona, e quando e come si intensifica. Insomma, gente: potrebbe rivelarsi un buon investimento leggere le righe che seguono. Vi raccontano in sintesi un modello semplice e intuitivo dell’escalation conflittuale, messo a punto già alla fine del secolo scorso dal ricercatore austriaco Friedrich Glasl. Il modello di Glasl è oggi ampiamente usato nel mondo per determinare a che stadio è un conflitto e, di conseguenza, che cosa è meglio fare per contenerlo.

NOVE GRADINI VERSO IL DISASTRO. Lo schema è elementare: una discesa verso il disastro, in un succedersi di scontri che si fanno via via più insensati,  violenti e primitivi.
La discesa di Glasl si articola in nove gradini, o passi, o mosse, raggruppati a tre a tre L’idea di base è che se non si interviene in modo consapevole la discesa sia ineluttabile, e che uscire dal conflitto riducendone i costi (individuali, sociali, politici) diventi via via più complicato, fino a risultare impossibile.
Il fatto vero, dice Glasl, è che il conflitto ha una sua logica interna, che è implacabile e a un certo punto va oltre la volontà dei contendenti.

conflitto modello di Glasl

COME NASCE IL CONFLITTO. Nella prima fase, gli attori pensano  che si potrebbe ancora trovare una soluzione in cui entrambi “si vince” accordandosi in qualche modo.
Il conflitto nasce da un oggetto specifico (istanza, bisogno, obiettivo): per esempio, tu vuoi che stasera io lavi i piatti, e io voglio che li lavi tu.
Al posto dei piatti, cambiando scenari e protagonisti,  potete mettere qualsiasi altro elemento di contesa: il rumore dei tacchi del vicino di sopra. Le migliori strategie per il lancio di un nuovo prodotto. I limiti europei in materia di bilancio, o  gli accordi commerciali tra stati in tema di esportazioni: ogni tema, minore o maggiore, su cui  due attori possano non essere d’accordo.

1–3: DALLA TENSIONE ALL’AZIONE. I primi tre gradini di Glasl sembrano abbastanza inoffensivi, e può capitare di scenderli con allegra baldanza. All’inizio, c’è solo un po’ di tensione sull’argomento del contendere (gradino 1). Se il disaccordo permane, la frustrazione di entrambi i contendenti cresce, e si comincia a polemizzare (gradino 2) fino a quando uno dei due non decide che continuare a parlarsi è del tutto inutile. E dunque (gradino 3) passa dalle parole all’azione, facendo qualcosa per mettere la controparte davanti al fatto compiuto.

4–6: DALL’INSULTO ALLA MINACCIA. La discesa lungo il secondo gruppo di tre gradini è testosteronica. Il focus del conflitto si sposta via via dall’oggetto del contendere, che al gradino 4 è già diventato marginale, alla controparte in sé, considerata stupida, incompetente o malvagia: dunque, tu (che incidentalmente non voi lavare i piatti) sei un idiota.
L’ideale, per entrambi i contendenti, è “vincere” facendo sì che l’altro “perda”. Si cercano alleati tra gli eventuali spettatori, si aggredisce e di sfotte la controparte, svalutandola.

Al gradino 5, l’obiettivo di ciascun contendente è far perdere la faccia all’altro, etichettando se stesso come “buono” e l’altro come “cattivo”. Il conflitto diventa così crudo che gli spettatori  tendono a defilarsi, con ciò lasciando i contendenti ancor più liberi di comportarsi al peggio.

Il gradino 6 è quello degli ultimatum e delle minacce (“se tu non vuoi più lavare i piatti, io non porterò mai più fuori la spazzatura”. “Benissimo, e allora resterà lì per sempre.” ”Grandioso, vivremo coi topi”). A questo punto, entrambi i contendenti perdono il controllo sul corso degli eventi.

7–9: FUORI CONTROLLO.  Quando si precipita fino al terzo gruppo di tre gradini, il conflitto è così profondo che ciascuno vuole distruggere l’altro anche a costo di danneggiare se stesso.  Al gradino 7, si mettono in atto le minacce espresse al gradino 6. Ogni contendente  viene totalmente disumanizzato dall’altro, che ne parla come di un “nemico” da “sterminare”.

Al gradino 8, si tratta di far effettivamente fuori l’avversario, ma senza esserne distrutti: un duplice obiettivo, che raddoppia lo stress di ciascun contendente. Se la contesa è tra organizzazioni, una o entrambe si possono frammentare, dando luogo a una proliferazione di contese minori. La situazione è ormai del tutto fuori controllo.
Al gradino 9, nemmeno le istanze di autoconservazione valgono più, e l’unica cosa che conta è l’annientamento dell’avversario, a qualsiasi costo.
Se il modello di Glasl vi interessa (o, giustamente, vi preoccupa ) c’è un video (mezz’ora circa, in inglese) che aggiunge commenti ed esempi a quanto ho raccontato qui sopra.

GIOCARE COL FUOCO. Morale: i conflitti andrebbero spenti quando sono ancora piccoli. E alimentarli per farli crescere è scherzare col fuoco, perché a un certo punto le cose diventano davvero incontrollabili. Tra l’altro, alla luce del modello di Glasl dovrebbe esser chiaro che gli inviti a moderare i toni che capita sempre più spesso di sentire sono qualcosa di più che un semplice appello a non scordare le buone maniere.

C’è anche da dire che lo schema di Glasl è, appunto, uno schema. Non tutti i conflitti procedono in maniera lineare, e a volte  si verificano ripetuti andirivieni su e giù per gli scalini. O può darsi che un contendente si comporti come se fosse al terzo scalino, mentre l’altro dà fuori di matto come se fosse al sesto.  Se qualcuno fa così, è perché vuole alimentarlo, il conflitto. E c’è solo da sperare che qualcun altro arrivi e gli tolga di mano i fiammiferi.

Se l’argomento dei conflitti vi interessa, e se vi interessa sapere quali soluzioni possibili ci sono, vi suggerisco di leggere anche il seguito di questo articolo.

Questo articolo è uscito anche su internazionale.it

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