non è una guerra

Specie in tempi difficili, dovremmo sforzarci di usare parole esatte e di chiamare le cose col loro nome. 
Le parole che scegliamo per nominare e descrivere i fenomeni possono aiutarci a capirli meglio. E quindi a governarli meglio. Quando però scegliamo parole imprecise o distorte, la comprensione rischia di essere fuorviata. E sono fuorviati i sentimenti, le decisioni e le azioni che ne conseguono.
Oggi noi stiamo chiamando “guerra” qualcosa che non è una guerra.

PROPAGANDA POLITICA E FRAMING. Tra l’altro: sulla scelta delle parole che servono per descrivere le cose si gioca anche buona parte della propaganda politica contemporanea. 
Per esempio, quando sceglie di chiamare “virus cinese” il Covid-19, Donald Trump non si limita a proporre un diverso nome per nominare la medesima cosa. 
Fa, per dirla con George Lakoff, una esplicita operazione di framing, di incorniciatura. Inquadra, cioè, il virus evidenziandone la provenienza, e quindi attribuendone la responsabilità. Del resto, ce lo ricorda il Guardian, Trump è piuttosto abituato a   compiere operazioni di framing, e lo fa con (ehm) un discreto successo.

CAMBIARE IL SENSO. Ma non sono Donald Trump e il suo uso fallace del linguaggio il punto di questo articolo. Teniamoceli, a mente, però, come esempio di applicazione di un frame: una cornice che può cambiare radicalmente il senso di qualcosa, attribuendole una specifica qualità o isolando ed esaltando una singola qualità fra molte. 

COSTRUIRE CORNICI. Per descrivere e comprendere la realtà noi la semplifichiamo compiendo, non necessariamente in malafede, una quantità di operazioni di incorniciatura. 
Lo facciamo ogni volta che definiamo un fenomeno alla luce di quella che ci sembra la sua caratteristica emergente.
Lo facciamo (in modo efficacissimo, e determinante in termini di comprensione e interpretazione) quando usiamo una metafora: una formula linguistica che condensa in pochissime parole un intero racconto, e che evoca immagini intense, cariche di pathos.
Dunque, una metafora può essere una cornice folgorante (anche questa è una metafora) e altamente memorabile. 

IL COVID-19 E LA GUERRA. Eccoci al punto. In un eccellente articolo uscito su Internazionale pochi giorni fa, Daniele Cassandro segnala che L’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un linguaggio bellico: si parla di trincea negli ospedali, di fronte del virus, di economia di guerra
Cassandro segnala, citando Susan Sontang, che però trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. E conclude affermando che la metafora del paese in guerra è rischiosa nell’emergenza che stiamo vivendo perché parlare di guerra, d’invasione e di eroismo, con un lessico bellico ancora ottocentesco, ci allontana dall’idea di unità e condivisione di obiettivi che ci permetterà di uscirne.

IL CONTRARIO DELLA GUERRA. Lo psichiatra Luigi Cancrini ribadisce concetti analoghi in un’intervista a Repubblicala guerra è il tempo dell’odio. In guerra per sopravvivere si è costretti a uccidere l’altro, dice. Invece questo di oggi è il tempo della vicinanza e della solidarietà. 

ESSENZA DIVERSA. E il sociologo Fabrizio Battistelli, su Micromega, dopo aver meticolosamente elencato una quantità di metafore belliche usate sia da politici sia da esperti, sottolinea che è sbagliato mettere sullo stesso piano due fenomeni – l’epidemia e la guerra – la cui essenza è diversa.
Ciò emerge nelle due distinte azioni del contrasto e della prevenzione. Mentre nel contrasto epidemia e guerra hanno vari punti di contatto (giustamente l’ideatore del ventilatore multiplo ha parlato di “medicina di guerra”) l’azione di prevenzione è diversa e per molti versi opposta.

AUTOMATISMO INSIDIOSO. L’automatismo che porta a impiegare metafore belliche a proposito del Covid-19 mi sembra particolarmente insidioso anche perché, in realtà, i termini “malattia”, “epidemia”, “infezione”, “virus”, “contagio” sono essi stessi impiegati come metafore potenti. Basti pensare all’uso spropositato del termine “virale” che in questi anni si è fatto parlando di internet e dei social network.  A quante volte si è parlato di “infezione mafiosa”. O di “epidemia di solitudine”.

MASCHERARE LA REALTÀ. E allora, perché diavolo sentiamo il bisogno di mascherare con altre metafore una realtà che ha attributi così forti e drammatici da essere essi stessi usati come metafore? Perché mai sentiamo il bisogno di alterare una narrazione potente e inequivocabile incorniciandola con un’altra narrazione?

AMICO-NEMICO. L’automatismo della metafora bellica mi sembra troppo persistente e diffuso per essere ridotto a pura sciatteria lessicale. 
Può darsi che derivi dal fatto che l’immaginario della guerra è profondamente radicato nell’inconscio collettivo. Ma la stessa cosa si può dire dell’immaginario della pestilenza e del contagio.
Può darsi, invece, che il ricorso pavloviano alla metafora bellica derivi dal fatto che oggi (di nuovo Battistelli) le politiche strategico-militari concretizzano la dicotomia amico/nemico, teorizzata dal pensiero conservatore ma di fatto condivisa da tutti, come la quintessenza del “politico”. 
Una conseguenza fra molte: si ragiona e si investe molto più secondo logiche nazionalistiche e di conflitto che secondo logiche universalistiche e per prevenire rischi globali.

MUSCOLARE. Può darsi, insomma, che alla base di tutto ciò ci sia una logica ottusa e inadeguata, che sa leggere l’intera realtà solamente in termini dicotomici e muscolari, e non è proprio capace né di ragionare, né di immaginare o progettare in termini di inclusione e di cura. Non ci riesce nemmeno adesso, quando inclusione, condivisione e cura sono l’unico imperativo.
Di fatto, scrive Matteo Pascoletti su Valigia Blu,  il gergo militaresco e l’insistente visione bellica non aiutano ad affrontare l’emergenza da un punto di vista psicologico e cognitivo, e se non ci aiutano come individui di certo non ci aiutano come società.

IL “NEMICO”. Pandemia. Pericolo globale. Tragedia collettiva. Difficile emergenza (come dice il presidente Mattarella). Tempesta che smaschera le nostre false sicurezze (come dice papa Bergoglio). 
Ciò che riguarda il Covid-19 è tutto questo, ma non è una “guerra”. 
Questa non è una guerra perché non c’è, in senso proprio, un “nemico”. Il virus non ci odia. Non sa neanche che esistiamo. In realtà, non sa niente né di noi, né di sé. È un’entità biologica parassita. 

TREMENDO E INACCETTABILE. Non è una guerra e dunque è tremendo e inaccettabile che per “combatterla” muoiano medici e infermieri: non sono “soldati” da mandare in “battaglia”, pronti a compiere un “sacrificio”. Usare il frame della guerra per implicare, insieme all’eroismo, l’ineluttabilità del “sacrificio” è  disonesto e indegno.
Non è una guerra ed è pericoloso pensare che lo sia perché in questa cornice risultano legittimate derive autoritarie.  

CAMBIAMENTI SOSTANZIALI. Non è una guerra perché le guerre si combattono con lo scopo di difendere e preservare il proprio stile di vita. L’emergenza ci chiede, invece, non solo di progettare cambiamenti sostanziali, ma di ridiscutere interamente la nostra gerarchia dei valori e il nostro modo di pensare. Prima cominciamo, meglio è.

L’illustrazione dentro la cornice è del bravissimo Milo Manara. Questo articolo esce anche su internazionale.it

12 Commenti a Non è una guerra: l’emergenza del Covid-19 e le metafore

  1. Emanuela

    Grazie per queste preziose riflessioni. Ne stavo facendo di analoghe sulla narrazione della città in questi giorni: apocalittica, post-atomica, desolata, spettrale. Parole che evocano morte, quando invece le città sono semplicemente vuote perché (per fortuna!) ce ne stiamo a casa.
    È anche questa, in misura minore, una forma sbagliata di comunicazione, perché aggiunge un inutile disagio a qualcosa che invece è auspicabile e che alle città sta facendo anche molto bene (con almeno duemila anni di storia alle spalle, i nostri centri urbani soffrono maledettamente per le vibrazioni e l’inquinamento). Grazie ancora.

     
  2. Giovanni Venanzi

    Grazie per il suo articolo, lo ho trovato molto interessante, La seguo negli interventi su Parole Ostili, non conoscevo il suo sito, ora la seguirò con più attenzione, RIspetto all’articolo Covid 19 – guerra avevo pubblicato un articolo su LinkedIn, certo con respiro minore rispetto al suo intervento. Non sono un linguista, opero come coach e consulente in azienda e amo scrivere, Per questo alcuni clienti mi hanno chiesto di dire qualcosa sul tema, Ho cercato allora di esplicitare la mia opinione sul potere generativo del linguaggio, ovvero su come parlare un certo linguaggio possa influenzare il nostro modo di pensare, le nostre opinioni e le nostre azioni. E’ parte dell’approccio che uso, con soddisfazione in coaching. Non so se il link all’articolo è pubblicabile sui commenti, provo a indicarlo, non certo per compararlo al suo intervento, ma per dare un altro punto di vista e magari avere un suo feedback https://www.linkedin.com/pulse/non-chiamatela-guerra-giovanni-venanzi

     
    • Annamaria Testa

      Grazie a Giovanni Venanzi per il commento, e grazie per il link all’articolo. Del quale caldamente consiglio la lettura a tutti gli amici di NeU.

       
  3. Rodolfo

    Forse, se proprio volessimo restare metaforici, potremmo parlare di Resistenza, se ne avessimo ancora memoria. Con i medici nuovi Partigiani e i cittadini che, col loro comportamento, scelgono di stare dalla parte della Liberazione o da quella dell’invasore.
    Molti anni fa, con l’amico Luciano, abbiamo preso il primo treno per Milano per andare a fotografare la città deserta. Alle nove eravamo di nuovo in studio a Torino. La città deserta può essere bellissima, altro che spettrale.
    Purtroppo, temo, tutto tornerà come prima. Non vi dimenticheremo, si diceva ai terremotati…
    E grazie, Giovanni, per il contributo notevole che hai voluto condividere.

     
  4. Monica Gallarate

    Buongiorno! Lei non sa la gioia che mi ha procurato stamattina il suo scritto! E’ da molto tempo che dissento profondamente dall’uso paranoico delle parole (e perciò del pensiero) per descrivere fenomeni naturali. Virus e malattie sono diventati dei “killer”, come ci fosse una volontà di distruzione che certo la Natura non impiega contro nessuno. Il vulcano non erutta per uccidere chi gli abita vicino, il terremoto non vuole radere al suolo le città, il fulmine non ha deciso di colpire proprio quell’umano che passa…e così via. E da tempo sto raccogliendo frasi dello stesso tenore in una cartella chiamata: Linguaggio Horror Astronomico: Galassie cannibali; buchi neri che divorano una stella; mostri cosmici e battaglie fra ammassi globulari…e questa è la Nasa! E questa dice di essere scienza. A me sembra solo la solita antica superstizione e paranoia dell’ego umano, che volendo dominare il creato, crede che anche il creato voglia dominare lui. Grazie di averne parlato, e grazie per questo inizio di giornata.

     
  5. Annamaria Testa
     
  6. Annamaria Testa

    AGGIORNAMENTO

    Il sito Vita.it ha intervistato il collettivo Wu Ming, l’italianista Massimo Vedovelli e Marino Sinibaldi, direttore di RadioTre, sulle metafore del Covid-19.
    http://www.vita.it/it/article/2020/03/26/la-viralita-del-linguaggio-bellico/154699/

    Qui, invece, il punto dell’Accademia della Crusca.
    https://accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese

     
  7. Lorenzo Luisi

    Concordo con la definizione data dal Presidente della Repubblica, cioè siamo in una difficile emergenza dovuta anche, aggiungo io, alla percezione che abbiamo del pericolo delle infezioni e del rischio sottovalutato. Ad esempio, verso la fine di gennaio del 2020 cominciai a monitorare l’andamento del Corona Virus sull’ormai celeberrimo WebGis della John Hopkins University realizzato su infrastruttura di Esri (gigante mondiale nei SIT).
    Negli stessi giorni ho cominciato a cercare dati sul web circa la copertura vaccinale contro l’influenza stagionale in Corea del Sud [https://tinyurl.com/w99vewv] e, in particolar modo in Italia [https://tinyurl.com/w3aze3e] in quanto avevo notato che qui da noi erano circa la metà rispetto alla Corea e la mia idea è che soggetti, soprattutto anziani, che sono vaccinati, riescono a creare una migliore barriera all’avanzamento del virus in quanto organismi meno debilitati.
    Inoltre ho sempre considerato lo stesso WebGis elaborato per la Protezione Civile troppo concentrato sui valori assoluti degli eventi accaduti (narrazione muscolare).
    Raffrontando i due metodi per i tamponi effettuati, si notano Veneto, Sicilia, Lazio etc. che a fronte di un alto numero di test scoprono una percentuale di positivi relativamente bassa.
    Infine nella figura in alto a destra ho rappresentato la percentuale di popolazione vaccinata contro l’influenza stagionale e che potrebbe suggerire una correlazione inversa fra soggetti vaccinati e concentrazione di casi positivi; esempi lampanti sarebbero il Molise e il Sud in generale e sul versante opposto le regioni più a Nord d’Italia.
    L’intero articolo è sul mio profilo Linkedin [https://www.linkedin.com/pulse/confronto-rappresentazioni-cartografiche-di-covid-19-lorenzo-luisi]

     
  8. Davide

    Non è una guerra, no, anche perchè in una guerra l’obiettivo è uccidere il nemico, annientarlo, distruggerlo, o al limite fargli fare quello che vogliamo noi, condurlo all’inazione. E invece ciò che in molti ancora non riescono a vedere è che noi dobbiamo imparare a convivere con questo virus. Conoscendolo, accettandone l’ineluttabilità, rendendolo meno offensivo, ma senza la pretesa onnipotente di distruggerlo, perchè non sarà possibile farlo. Esattamente come con tanti altri virus, che circolano liberamente ma con cui ancora non sappiamo coabitare.
    Grazie di questo articolo, che come al solito conduce a molte importanti riflessioni

     
  9. Serena Gisotti

    In un momento in cui la “parola” è abuso e arma contundente, questo articolo è aria pura. Riflessione puntuale, diretta e autentica che traduce quello che molti, in silenzio, cogitano e non hanno il coraggio di riferire in un marasma assordante e nauseabondo. Grazie per aver fatto luce su una verità inopinabile.

     
  10. Fiorella Palomba

    Ciao, Annamaria. Ho riflettuto a lungo sulla tua nota, perché la metafora bellica semplifica molto.

    Sono d’accordo su quando scrivi: è un mascheramento della realtà, è muscolare, etc. Però rende. Allora dovremmo sostituirla con un’altra metafora, quella usata dal Papa: TEMPESTA.

    Aggiungo, a sostegno di quanto dici, la riflessione di una infermiera dell’Ospedale Maggiore di Bologna: “Non permettere a nessuno di chiamarti eroe. Perché chi ti chiama eroe in tempo di guerra è lo stesso che in tempo di pace ha svilito, mortificato, dissacrato la professione.

    Non permettere a nessuno di chiamarti eroe. Perché chi lo fa ha la passione per gli “slogan”…isterici e riduttivi.”

     
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